CARLO BELGIOJOSO.
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IL CONTE DI VIRTU'.
STORIA ITALIANA DEL SECOLO 14ESIMO.
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Parte 2.
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1876. Francesco Vallardi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni e Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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CAPITOLO SESTO.
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40.
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Un tristo annuncio, cos prese a leggere, ti parr meno tristo se esso ti vien dato da tuo padre. Una disgrazia  sempre pi tolerabile, quando non siamo soli a soffrire. O mia dolcissima Agnese, confortiamoci a vicenda; gli sventurati siamo noi.
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Era bella la nostra esistenza, troppo bella perch non destasse l'invidia della bieca fortuna. Tu avevi nel tuo genitore il pi affettuoso degli amici, io in te il pi bel tesoro di un padre. Ci si vuol separati: ebbene mostriamo agli uomini che invano si tenta di dividere due cuori. Il nostro affetto  una religione; noi rassegnati e tranquilli ne subiremo il martirio. Cesseranno di ridere i nostri nemici, quando ci sapran calmi; il nostro coraggio sar per essi la pi salutare punizione.
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Sai che si voleva da tuo padre?... Ascoltami: Quando un uomo ode grida di dolore, e vien da esse condotto sul campo di una lotta diseguale, ove il debole  oppresso e la giustizia  conculcata, che fa egli? leva la voce ed arma la mano contro l'oppressore. Che se questi vince, almeno una parola libera ed alta gli assorda la coscienza; un rimorso funesta la sua turpe vittoria. Or bene; ci che dinanzi alla natura  istinto e dovere, in faccia agli uomini pu essere una colpa.
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Udrai parlare dei cittadini di Reggio venduti al signor di Milano. Udrai che all'annuncio del turpe mercato la citt loro si commosse. Era forse un atto di condannevole rivolta la protesta dell'uomo, che, in ossequio alla propria dignit, impreca contro un patto s obbrobrioso?
Facciamo qui una breve pausa per notare, che tali parole suonarono gradite a chi le leggeva; sia che egli in quel punto avesse scordato d'essere principe e nipote del signor di Milano; o sia che, apprezzandone la rettitudine e l'opportunit, fosse tratto ad ammirare colui che le aveva dettate.
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I cittadini di Reggio trovarono molti amici in Milano: tra questi si giurarono i patti di una cospirazione, che doveva procedere sicura a' suoi fini, da che Barnab era tutt'occhi e braccia per agguantare e colpire da lungi.
Tu, mia diletta Agnese, che conosci tuo padre, che sai con quanto cuore egli ami la sua patria e ne esecri il tiranno, tu indovinerai sbito che il centro di quelle pratiche doveva essere la tua casa. Comprendi ora la cagione delle mie lunghe assenze, e perdona se talora, preoccupato da troppo ardenti pensieri, mi mostrai meno amoroso verso te. Se ti feci un mistero di tutto, non credere gi che io diffidassi della tua saggezza: tacendo, fui padre pi che cittadino; troppo mi doleva di ravvolgere la tua bella esistenza nei crucci e nei pericoli di s grave impresa.
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Ma  bene che tu sappia anzitutto, che tuo padre congiurava contro il tiranno, e combatteva ad un tempo i proprii amici, che, ebri di vendetta, ne chiedevano la vita. Abborro dal sangue, fosse pur quello di chi avesse versato il mio ed il tuo.
Pensai, e meco pensarono i pi saggi, di ringuainare i pugnali; noi dovevamo ferire il nemico nello spirito, non nel corpo; uccidere il principe, e lasciare che l'uomo vivesse per vederne e piangerne la caduta.
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Poich le antiche libert della lega lombarda sono perdute per sempre, poich  follia parlare d'eguaglianza tra uomini, che insurgono ad ogni istante per soverchiarsi a vicenda, almeno la patria nostra abbia quella gloria che si fonda sulla forza e sulla legge. Potremo avere un principe, senza che noi discendiamo ad esserne gli schiavi. Galeazzo II e Barnab si liberarono con un veleno del primogenito Matteo, giustificando il fratricidio col pretesto che  grave e dannosa la triplice divisione dello stato; il popolo, giudice questa volta de' proprii interessi, ripeta egli pure le stesse ragioni: questo duplice riparto, egli dica, ci  fatale, sopprimiamo il governo di Barnab, e tutto lo stato obedisca al figlio del signor di Pavia, poich esso  per diritto l'erede legittimo della signoria dei Visconti.
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Giangaleazzo, affatto ignaro dei nostri progetti, ci giovava senza addarsene. Era un alleato potente, e secreto; poich egli stesso ignorava di esserlo. Quando noi gli avremmo offerto lo scettro di Barnab, non aveva che a stringere la mano e tenervelo fortemente. Quello scettro gli veniva affidato dal popolo, egli lo poteva custodire e difendere di tutto buon diritto.
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Il Conte di Virt fonder la sua potenza sur un falso giudizio del mondo. L'errore giova a noi, come a lui. Lasciamo adunque che si proclami la sua inettitudine, la sua timidezza. Noi ebbimo prove, che egli nutre una nobile ambizione, e che destreggia abilmente le sue e le nostre sorti. Noi gli cercheremo leggi ed armi; egli gradir d'essere principe e non tiranno.
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Il conte (convien dirlo) leggeva tali parole con una ingenuit disinvolta, come se si trattasse di persona estranea. Nel cuor suo rallegravasi d'avere degli amici; dolevasi forse d'essere troppo presto conosciuto. Assai pi commossa era Agnesina nel comprendere che l'uomo da lei amato era degno della stima di suo padre. Ci la confortava, come un'indulto ad ogni colpa; se pure poteva esservi colpa nel suo cuore. Il conte continu la lettura.
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Ora preparati, o Agnese mia, a veder rovesciate tante belle speranze; preparati ad udire la deplorabile fine di cos nobili progetti. Le fiere assalgono ed uccidono per s; non ve ne ha alcuna che usi della sua forza per offrire ad altra lo spasso di una carneficina. L'uomo arriva anche a ci. Egli  crudele non per s, ma per piacere agli altri.
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Fra gli amici nostri s'introdusse destramente un traditore. Volle fortuna che io lo abbia riconosciuto sbito, tanto che offrendogli me stesso, potessi salvare i miei compagni. Lo sciagurato fu lieto della scoperta; port il mio nome al palazzo di Barnab, ed ivi svel il nostro secreto. Svolto un filo di esso, riesciva facile il conoscerne il piano, l'estensione, e il nome de' suoi custodi.
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O Agnese mia, che doveva fare l'onest'uomo in s difficile momento? Egli  vero, che i miei compagni avvisati del tradimento erano scomparsi, e che i nomi loro, dispersi nell'aria dai vortici delle fiamme, sfuggivano alle ricerche de' nostri nemici. Ma una vittima rimaneva nelle mani del traditore, e questa poteva, suo malgrado, consumare il tradimento. Sai tu che avrebbero fatto i giudici di Maffiolo Mantegazza? Sai che cosa  la tortura? Vi  un secreto che sopraviva al delirio ed alla pazzia?
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Quando, o mia diletta, io t'insegnava che la patria e l'onore ci possono chiedere il sacrificio di ci che abbiamo di pi caro al mondo, io non ti fui maestro di vane dottrine. Erano sacri ed eterni precetti, che l'uomo deve coltivare nascostamente nel suo cuore mentre la vita  calma e severa, perch s'abbia da essi conforto e coraggio quand'essa diviene procellosa. Guai a colui che consiglia colla voce, e non ammaestra coll'esempio!... Ma chi avrebbe detto mai che que' severi insegnamenti dovessero chiederci s presto un sacrificio?
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La sicurezza de' miei amici e quella della patria nostra dimandavano un eterno silenzio a quell'uomo che tremava di s sotto il carico di un secreto di sangue. Io obedir alla chiamata: i giudici invano tenteranno di interrogare Maffiolo; egli sar muto.... M'hai tu compreso, o figlia?
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Niuno pi di me deplora quel fatale acciecamento che spinge l'uomo ad abbandonare la vita quando i suoi lacci gli diventano troppo gravi. Io lo chiamo codardo colui, come il soldato che depone le armi, e diserta alle file perch ha il nemico di fronte e la battaglia vicina. Egli manca a Dio, sciupando il pi prezioso suo dono; egli manca agli uomini, di cui doveva essere compagno nel pellegrinaggio sulla terra.
Ma tale accusa non ricadr mai su tuo padre, poich egli, raccogliendo in s l'officio del giudice ed il carattere della vittima, non  pi libero. La severit di quello sar temperata dalla mansuetudine di questa. Simile al guerriero, che, avanti a tutti, corre all'assalto e ad una morte certa, egli potr dire spirando d'aver salvata la vita di tanti prodi. Se Dio mi chieder conto della mia prodigalit, io accenner a mia discolpa i nomi di tanti fratelli, sposi o figli o padri, al par di me adorati e felici, che ancora vivono, perch io pi non esisto.  egli possibile che le loro benedizioni non sieno bene accette al Signore?
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Poni, che tuo padre pensando a te e alle inenarrabili dolcezze che tu gli prepari, vacillasse nel suo proposito. Fra un'ora il carcere, dimani i tormenti, diman l'altro il patibolo spezzerebbero con pari violenza il nostro legame. Ma tu, prima di piangere in te l'orfana derelitta, piangeresti, ed a pi calde lacrime, la triste novella, che l'uomo fermo vacill, che il cittadino libero garr dall'infame cavalletto a beneplacito de' suoi carnefici; che per lui e per poche ore di vita, cento famiglie sono immerse nel lutto, e riempiono le carceri, o si disperdono nell'esilio. Tu, degna mia figlia, che sai essere l'onore pi prezioso della vita perch l'uomo disonorato  inerte e fracido come un cadavere, tu non vorresti riavere tuo padre a s ignominiosa condizione.
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Addio dunque mia dolcissima figliuola: rammemora spesso e con temperato dolore il non del tutto infelice tuo padre: e scolpisci nel cuore queste ultime sue parole. Abbandona la sventurata nostra citt; compiuto il sacro debito di riunire la mia salma a quella di tua madre, ritrati nel castello di Campomorto, ove un tesoro d'affetti e di memorie ti render meno grave la vita. Ivi sarai l'erede della piet dei nostri avi; soccorri al povero, e sii ospite generosa a chi fugge l'ira dei tiranni. Non chiedere vendetta, ma persevera nella via della carit e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla medesima meta. Se un giorno diverrai madre, possa tu essere felice ne' tuoi figli, come io lo fui in te. Allevali nel timor di Dio e nella carit verso la patria; e quando essi ti chiederanno che avvenne dell'avo, dirai loro egli vi ha abbandonato troppo presto, ma il fece per legare ai suoi figli il pi ricco tesoro: il patrimonio dell'onore.
Addio di nuovo, mio angelo. Io invoco su te la benedizione del Cielo; e m'addormento in un tenero abbraccio che t'invio dal fondo del cuore, per risvegliarmi lass, dove un giorno ci rivedremo.
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Povera Agnese, povera fanciulla!... Ella provava un accoramento straziante, uno spasimo senza tregua, un coltello nel cuore, ma non un dolore disperato. La donzella aveva perfettamente compreso la grande idea di suo padre. Nella sua morte stava il trionfo della austera virt del patriota e lo smacco de' suoi nemici. Ella lo piangeva come si piange il soldato morto sul campo. Perch questa nobile rassegnazione non sembri n nuova n romanzesca, chiedete ai parenti orbati dei figli, alle spose vedovate dalla guerra, se non  consolante il pensiero, che i loro cari perirono pugnando per una nobile causa!
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Durante il corso di quella lettura due sentimenti diversi, se non opposti tra loro, si disputavano l'impero sul cuore della fanciulla, e svelavano le vicende di quell'interna lotta sui tratti del suo volto. L'uno era un sentimento egoista e tenace de' proprii interessi che reclamava agli uomini ed a Dio la vita e l'affetto di suo padre: l'altro, il nobile orgoglio di potere col sacrificio e col dolor rassegnato cooperare alla grande impresa del pi nobile fra i cittadini. Quello chiedeva lacrime e sospiri; questo si velava sotto le apparenze di un contegno austero, che avrebbe potuto sembrar freddo, se non fosse stato sacro e sublime.
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Asserendo che in quella lotta prevalse quest'ultimo sentimento non vorremmo per certo accusare Agnesina di poco amore verso suo padre. Le strida ed i contorcimenti spesse volte sono come certi acquazzoni che riconducono tosto il bel tempo. Che se al dolore di donna convengono lacrime e singhiozzi, al cuore d'Agnesina non disconveniva in quel punto l'armarsi di una forza virile, per serbare contegno in faccia al conte; libera poi d'erompere nelle pi vive manifestazioni del dolore, quando sarebbe sola. Oh allora l'infelice non fu avara di lacrime!
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Anche nell'animo del conte quello scritto aveva operato un grande rivolgimento. Se vi era necessit d'altri fatti per rassodare in lui lo sdegno contro Barnab, questo sarebbe stato il pi grave ed efficace.  impossibile ottenere un equa valutazione delle opere altrui da un giudice che non ha libero il cuore. Egli non sa, o non vuole, o non pu, riconoscere le nude intenzioni e le cause prime, che generarono un fatto, per misurare quanto  dovuto di censura e d'indulgenza al suo autore. I risultati, ancorch impreveduti, temperano od aggravano suo malgrado la colpa. Il conte pertanto vedeva nella morte di Maffiolo non la salvezza di un secreto importantissimo, ma la perdita di un amico, la sconfitta di un partito, il ritardo delle sue vittorie.
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Quello scritto gli faceva conoscere l'importanza dell'amicizia di Maffiolo, il numero e la potenza de' suoi seguaci; ma solo per fargliene deplorare la perdita. Considerava infine, e non senza gravissimo rammarico, la desolazione e l'abbandono di Agnesina e la sua vita minacciata dal soverchio dolore: tutto ci rimpiangeva quale cagione d'altri inevitabili mali. E come colui, che dopo aver veduto poggi e campi devastati da una fiumana, risalendone il corso fino alla fonte, la maledice ancorch placida; cos, ed a pi forte ragione, il conte, rimorchiando le sue ire su quel corso di sventure, ne riconosceva la malefica sorgente in Barnab, ed imprecava contro di lui.
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Per, come altra volta si  detto, la sventura esercita sui cuori gentili un'azione depuratrice. Per essa l'uomo diviene giudice meno parziale dei proprj sentimenti; apprende a farli tacere se meno onesti; a moderarli se intemperanti. La catastrofe, che abbiamo narrato, produsse appunto tale effetto sull'animo del conte. Se il suo amore per Agnesina, prima di conoscerne la disgrazia, era tale che poteva, in mezzo agli ozii di una beata tranquillit, trarre con s le funeste conseguenze di una passione; nella sventura si rassod, si rese puro, assunse il carattere di un affetto sacro e soave, docile alla ragione, cupido solo di giovare, nel senso pi saggio della parola, alla persona amata.
Altro effetto produsse sulla buona Canziana. Non aveva ella bisogno d'apprendere ad amare la sua diletta fanciulla. Quando fu chiamata ad ascoltarne la disgrazia, ella accorse co' suoi presentimenti, e pur troppo questa volta li trov soverchiati dalla realt. Il racconto la colp sulle prime come una scarica elettrica, che ottunde la ragione, e genera un'attonitaggine pi strana che dolorosa. Udiva le parole del narratore con una fisonomia istolidita dalla sorpresa, e le frammezzava di interjezioni tronche e pietose, ma quasi insulse. Nell'ascoltare la storia di tante ribalderie e di s grande virt, ella sclamava inconsapevolmente: O Madonna santissima, che sento io mai! possibile?... o che furfanti!... o che uomo eccellente! Dio abbia piet di lui, di loro, di noi!...
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Ma quando s'incontr con Agnesina, e conobbe il suo stato, riebbe tutto il suo senno. Non tent gi di consolarla, poich la pi eloquente parola in quella piena d'affetti sarebbe stata una nullit od un inciampo; ma l'accolse al suo seno, e, tacendo, le infuse quella dolcezza ineffabile, che noi proviamo quando ci  dato piangere tra le braccia di una madre.
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Era necessario provedere a che nuovi guai non si aggiungessero alle gi troppe sventure. Un lungo tempo speso in parole ed in lacrime poteva far perdere l'occasione di portare qualche lieve rimedio ai mali passati.
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A ci provide il conte. Stabil che Canziana in quello stesso giorno si recasse a Milano per dare le opportune disposizioni onde fosse rispettata ed obedita l'ultima volont di Maffiolo. La donna di tutto buon grado accett l'incarico, senza che la sua istintiva prudenza le facesse scorgere alcun pericolo. Il conte nullameno ordin che il pi fido de' suoi servi l'accompagnasse.
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Quanto a s, pens di non protrarre il suo soggiorno a Campomorto oltre quel breve spazio di tempo che era richiesto da un giusto rispetto verso il dolore d'Agnesina. Le sue forze erano abbastanza rifatte: quanto gli rimaneva a desiderare per chiamarsi perfettamente guarito, l'otterrebbe poi: dopo ci che era accaduto, un'ora d'ozio gli cagionnava un rimorso.
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Due giorni dopo, entrato il dolore d'Agnese in una fase pi tranquilla, il conte invi all'appartamento di lei uno scudiero, perch le chiedesse licenza di visitarla; al che, la donzella rispose affermativamente. Altre volte, pensando che era sola, avrebbe ella forse trovato il mezzo di evitare un ritrovo. Quel d non le pass per la mente alcun dubio: trattavasi di persona che aveva meritata la fiducia di suo padre. La sventura d'altro canto eguaglia ogni disparit; quando essa scende improvisa anche fra gente straniera, assai spesso la ravvicina, e la stringe in un nodo che di rado e difficilmente si scioglie.
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Il conte non a capriccio o per vana pompa aveva indossato le insegne della sua dignit; un abito cio di sciamito, ed una sopraveste di velluto soppannato d'ermellino, colla collana d'oro sul petto. Era ben giusto che in quel giorno non l'ospite ma il principe rendesse omaggio alla figlia del suo pi fido alleato, e che davanti alle virt di quella nobile famiglia s'inchinasse la dignit del Sovrano. Pens, poscia, che quanto recava impaccio alla pi libera effusione dei cuori, varrebbe a mantenere fra loro quella giusta distanza, che il conte voleva serbare; non per s, ma per rispetto alla virt ed alle sventure della fanciulla. Del resto ogni cautela era soverchia; poich quegli che sente sfiducia di s, suole quasi sempre trovarsi nei momenti difficili al di sopra dei proprii timori.
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Quando il conte varc la soglia dell'appartamento di Agnesina, vide che essa accorreva ad incontrarlo. Lo stato di abbattimento, in cui era caduta durante quelle lunghe e fatali giornate di solitudine, le aveva aggiunto nuova bellezza. L'espressione delle sue vive sofferenze, facendosi strada attraverso al languore che segue indispensabilmente una crisi, appariva sul suo volto come testimonio di un cuore forte, ma, pi ancora che forte, sensibile. Non era l'eroina di due giorni addietro; era la donna appassionata che soffre, piange, e cela, per quanto il consentono le forze, l'attrattiva delle sue lacrime. Se  vero che nelle grandi passioni l'anima ci si dipinge sul volto, diremo che, in mirar quello di Agnesina, bisognava esclamare ecco l'angelo del dolore.
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Il conte, nell'entrare in quell'atmosfera satura di sospiri, non sent aggravarsi il cuore; ma prov essere cosa dolce il potersi chiamare debitore verso una s adorabile creatura. In cima alle visioni di grandezza e di gloria, che erano state l'anima di tutta la sua vita, ei da quel punto collocava Agnese, figlia ed erede di colui che, prevenendo i suoi disegni, ne suggellava l'esordio col sacrificio della vita.
Quando furono vicini, il conte stese la mano alla fanciulla; che le porse la sua timidamente. E poich le leggi della convenevolezza permettevano ad un cavaliere di non abbandonare la mano della sua dama, finch non l'avesse condotta a sedere, egli se ne valse, mantenendo per tutto il riserbo della pi squisita urbanit.
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Postisi a sedere, gli occhi loro aprirono il dialogo, specchiandosi gli uni negli altri, e traducendo in isguardi pieni di piet e d'affetto quelle frasi, che il cuore suggeriva, e che il labro non sapeva o non osava ripetere. Si venne poscia alle consuete formole di pulitezza, che dicono troppo e non hanno alcun pregio fra gli indifferenti; ma che fra persone amanti, riacquistano il pretto valore della parola; anche quando servono soltanto a riempire un silenzio, di cui l'occhio abusa per farsi rivelatore dei moti del cuore. Le prime parole furono spese nel chiedersi conto a vicenda della salute: intorno a che ognuno disse meglio che il vero. Le tracce di una malattia non del tutto vinta si erano approfondite sul viso del conte in seguito alle emozioni di quei giorni. Agnesina se ne avvide, e se ne dolse; ma finse di accogliere come veritiere le assicurazioni di un completo ben essere che il conte le diede; ed alla sua volta, parlando di s, non fu pi schietta.
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Si parl quindi della vicina partenza del conte; e questi ne addusse i motivi.  tempo, disse egli, che io ritorni alle mie cure; vi accerto che ne riporto meco alcune, che mi stanno assai vivamente a cuore.
Credete voi, soggiunse Agnesina, d'essere in istato di affrontare il disagio del cammino?
Trover la forza nella certezza di trarre buon partito dalla mia presenza in Pavia.
Io non insisto, o signore, nell'offrirvi una pi lunga ospitalit. Tralascio di dirvi: ricordatevi di Campomorto.  impossibile che non conserviate di esso delle rimembranze.
Ahi! troppo funeste; ma incancellabili. Eppure se la sorte mi facesse rbitro di scegliere, preferirei ancora e sempre il lutto del vostro castello allo splendor della reggia.
Agnese chin l'occhio a terra con una modestia s gentile, che fe' coraggio al conte di aprir meglio il suo cuore.
Permettetemi, o Agnesina, che io deponga una volta il linguaggio del mondo, per dirvi che qui appresi quello che in un'intera vita consumata tra le spensierataggini della corte, non avrei nemmeno osato sognare. Questo non  il momento delle adulazioni, credetelo. Un'omaggio alla virt, tanto pi bella quando sventurata,  debito d'ogni uomo; Avete voi fiducia in me?
L'ottimo mio padre mi impose d'aver fede in voi, mio principe.
Grave carico ho assunto, da che conobbi la mente del vostro genitore. Egli insegn a tutti, come si serve alla patria.
S, o signore; io sola sono in grado di misurare quanto sia stato grande il suo sacrificio...
E il vostro, o Agnese?
Non parlate di me; io piansi e piango troppo.
Ma quelle lacrime sono per voi l'ultimo atto di carit verso la patria. Voi chiudete la serie delle vostre nobili azioni, quand'io mi dispongo ad incominciarle. Vostro padre mi designa a grandi cose: egli mi dimanda un miracolo.
E voi l'opererete. Mio padre indovin il vostro pensiero, e lo prevenne. Il nobile coraggio che lo trasse a tanta prova gli venne infuso da voi. In voi sta la speranza dei buoni cittadini, che amano la libert della nostra patria, e che ne attendono il ritorno.
Tutti ripetono questa parola, libert; tutti l'hanno nel cuore, ed a ragione. Bisogna esser stati servi per conoscerne l'immenso pregio: ma lo sperare vicino il suo ritorno  folla. Il male ha troppe radici perch possa essere guarito s presto. Ricordate ci che disse lo stesso Maffiolo: gli uomini insurgono ad ogni istante per soverchiarsi a vicenda.
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Ponete mente a questo nostro paese. Morto il signore di 18 citt, i tre nipoti ne fecero a brani il patrimonio, come le fiere affamate lacerano l'unica preda. Accadr lo stesso alla morte di Barnab. I suoi trentadue figli aspettano che egli chiuda gli occhi, per fare a pezzi lo stato, e dividersi tra loro le pecore dell'armento paterno. Questa suddivisione ripetuta all'infinito ci dovrebbe ricondurre a quei tempi, in cui ogni uomo era sovrano e suddito di s stesso; ma se ci avvenisse questo popolo di padroni sarebbe ad un tempo una turba schiava; perch l'autorit sua, grande o piccola che essa sia,  sempre parte di un potere assoluto e tirannico Se un oggetto derubato viene diviso fra mille o fra cento mila ladri, il possesso di quel piccolissimo valore non  per questo meno illecito. Camminando di questo passo noi dunque ci discostiamo sempre pi da quell'unica via, che ci pu ricondurre a sperare, se non ad ottenere prontamente, la vera libert. Bisogna tornare indietro; forse i posteri renderanno grazia a colui, che riassumendo in s solo le pretensioni di cento tirannelli, far delle loro usurpazioni un unico patrimonio, de' loro soggetti un unico popolo. Tale, o Agnesina,  il mio pensiero.
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Quanti pericoli incontrerete voi nella vostra impresa! Quanti nemici!
Qual  quel ladro che non chiami tristo case l'essere derubato? Forse un giorno si dir lo stesso di me; tutti crederanno che l'anima de' miei disegni sia una sfrenata ambizione, non un ardito concetto, che ha in s della gloria perch ha dei pericoli. Ma guai a me se mi arrestassi pel timore d'essere franteso. Da tempo io sono avvezzo alle ingiuste sentenze di quell'rbitra del mondo, che si chiama voce di popolo. Come tolerai e tolero d'essere creduto ignavo e timoroso, cos, quando le mie gesta dissiperanno quest'accusa, sapr tolerare quella di cpido ed assoluto. Ma tutto ci non pu essere l'opera di poco tempo. Vostro padre ci addit la via, che dobbiamo seguire; non ci disse d'entrare in essa a corsa precipitosa. Il suo coraggio, avr destato l'allarme fra i nemici.  necessario che la vecchia dissimulazione allontani da noi ogni sguardo geloso.
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S, ripigli Agnesina con un tuono pietoso, che non era pura cortesia, non vi esponete ad inutili cimenti. La vostra vita  cara a tutti; a me pi che ad ogni altro, da che fui degna di conoscere il secreto delle vostre intenzioni.
Io torner ad amare la vita se essa pu esser buona ad alcuno. Senza ci,  egli possibile che io scordi le infinite amarezze di cui finora fu compagna? Invano io tentai nutrirla colle illusioni di uno splendore, che mi  annunciato da mille presentimenti. Essa rimane sempre sterile e vuota. Io non posso dire al mondo sono infelice. Ognuno mi deriderebbe, sclamando: e perch non discendi al livello di chi al disotto di te ride e gode come tu non sei avvezzo a fare?
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Ma voi potete gustare un po' di quella gioja secreta che  il compenso di chi s'affatica ad un nobile intento. Il popolo dev'essere la vostra famiglia; lo troverete modico nel chiedere, perch avvezzo a non ottenere; facile all'amore, perch lungamente forzato ad odiare. Il suo affetto vi compenser largamente di quelle gravezze che sono compagne inseparabili di una privilegiata esistenza.
Le parole d'Agnesina erano sagge. Ma il conte, non sapremmo dire se ad arte o per caso, taceva del principe per parlare dell'uomo privato. Chiamandosi infelice, e provando d'esserlo, egli rendeva in certo modo ossequio alla sventura, che gli era dinanzi; nulla essendo pi ingrato agli infelici che la presenza della fatua contentezza degli insensibili.
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Credete voi, o Agnesina, prosegu egli, che si possa essere sempre cos forte e padrone di s da perdurare nei buoni propositi, quando il premio che se ne attende  ancora tanto lontano ed incerto? Credete voi che la costanza sia la virt d'ogni momento? che basti l'illusione di meritare un giorno il favore del popolo e di arrivare a possederlo, quand'esso non ci sar pi necessario? E intanto chi mi soccorre nel superare i pi gravi ostacoli? chi mi fa coraggio a battere una via ingombra di difficolt, e di pericoli? Interrogate quel popolo, che un giorno mi amer, come voi dite; gran merc, se oggi consacra al suo principe un po' di compassione. I buoni, che come vostro padre amano di cuore colui che pu giovare alla patria, fuggono da questo mondo menzognero. I suoi e i miei amici scompajono. Oh se l'anima generosa di Maffiolo m'inspirasse sempre quel coraggio che provo al vedervi, o Agnesina, io sarei felice; perch potrei giurare per la vita di lui che i suoi voti saranno esauditi.
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Nel pronunciare queste parole, il conte aveva pigliato un aspetto insolito. Il suo volto si accese; i suoi occhi divennero scintillanti: Agnesina non pot reggere al fuoco de' suoi sguardi. Confusa dall'improviso infervorarsi del conte, chin il capo ed ammutol.... Ben se ne avvide costui, e si dolse d'essersi lasciato commovere, mancando alla sua abituale dissimulazione. Volle quindi temperarne l'effetto, ripigliando pi freddamente il discorso.
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Perdonate, o Agnesina, egli disse, se ho abusato di questi momenti. Parlare de' miei crucci a voi, straziata da dolore incomparabilmente pi grave, fu dal canto mio una improntitudine scortese. Ma vogliate perdonarmi, ve lo ripeto, perch la mia troppo fervida parola fu consigliata dalla fiducia nuova ed inattesa che provai, entrando in questa casa e vivendo presso di voi. S: non vi deve offendere il sentirvi dire, che io ripongo nella figlia di Maffiolo ogni fiducia. Se il mio spirito d'ora inanzi cadr sfinito, avr un nobile pensiero da cui ritrarre vita e coraggio. Ma non temete per questo, o fanciulla: io dovr tutto a voi; voi nulla a me. Quando sar lontano e travolto di bel nuovo in quel lezzo, dove tutto  menzogna, io penser a voi, alle virt che vi adornano, ai dolori che avete sofferti; e in questi pensieri ritemprer il coraggio per proseguire il mio cammino, fin dove  la meta segnata da vostro padre.
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Che Dio assecondi i vostri nobili propositi sclam Agnesina interrompendo quell'ultima frase.
Dio salvi anzitutto in voi il palladio secreto delle nostre future glorie. Gli amici nostri non avranno inutilmente riposto in me le loro speranze, se alla mia volta anch'io non avr invano invocato la stella delle vostre inspirazioni. V'ha de' cavalieri che fanno prodigi ne' tornei, e ne cercano in premio il sorriso della loro dama. Io, per ottenerlo, far assai pi...
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Non bisogna trarre scandalo da tali parole; al d d'oggi esse suonerebbero come una dichiarazione ardita ed inopportuna. Ma a quei tempi, la cavalleria, piena di generose proteste e di nobili atti di valore fatalmente sprecati in frivole imprese, non era ancora venuta meno nel credito della gente d'alto affare. Il suo linguaggio ossequioso ed audace, cortese e belligero, era proprio di chiunque volesse stare sul fior delle eleganze. Anche una donzella poteva ascoltarlo senza arrossire; molto pi, dacch quei giuramenti di servit e di devozione cominciavano a prendere il tuono convenzionale d'un complimento.
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Agnesina aveva l'animo troppo pieno di emozioni vere ed urgenti per arrestarsi a misurare il peso di queste parole, per solito vuote ed abusate. Nondimeno le riescivano pi del solito gradite, e pel merito di chi le pronunciava, e perch le porgevano una autorevole conferma di ci che il cuore aveva gi indovinato.
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Si parl quindi di cose indifferenti. Il conte cercava, fin dove il potesse, di far cadere il discorso su ci che pi gli stava a cuore; la donzella contenevasi alle formole di cortesia. Operavano come due naviganti che dirigono senza accordo uno schifo su di un placido stagno. L'uno vogava a tutte braccia tentando di volgere la prora ad un punto; l'altro, governando a poppa, con inavvertita manovra lo forzava a tenersi al largo. Ma ci senza studio e proposito: la nostra fanciulla non era di quelle creature che si adombrano di tutto, e che mettono arte o vanit nel custodire la propria innocenza. Diciam ci a suo onore: perocch la vera innocenza non  conscia a s stessa; e dove sa di esistere, probabilmente non esiste pi.
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Io parto ripigli il conte dopo un momento di silenzio ma nel lasciarvi, oltre il dolore della lontananza, di cui vi taccio la misura, sento quello di abbandonarvi qui sola, indifesa, esposta alle prepotenze dei nemici di vostro padre. Non temete voi la vostra solitudine?
Credo che nessun soggiorno convenga al mio lutto, meglio di questo, che voi chiamate una solitudine. Qui ho meco le pi care memorie. Le memorie sono la prole postuma delle sensazioni spente: esse conservano qualche dolcezza della loro origine. Tra poco una nuova memoria aggiunger al tesoro delle mie antiche; avr meco un altr'ospite....
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Un ospite? interruppe il conte con meraviglia.
S, o signore; prima che partiate io volger a voi una preghier.
Quale? chiese il conte con sollecitudine.
Quella di voler onorare di una vostra visita le pi riposte parti di questo castello. Vi condurr io stessa nel sacrario delle mie affezioni, l dove dormono da quasi due secoli i miei avi; vedrete l'avello di mia madre, che dimani accoglier la salma dell'ottimo genitore.
Il conte non pot, bench il volesse, frenare un largo respiro, all'udire quelle parole. Che temesse prima, di che poi si rallegrasse, l'indovini il lettore.
Io sar con voi diss'egli nel porgere un tributo di piet alle ceneri de' vostri maggiori. Gli assidui interessi, le passioni compagne di una vita tempestosa, la continua guerra che ferve in me, non mi hanno ancora immiserito del tutto. Io sento vivamente la religione degli affetti; e l'ho pi cara appunto perch un culto libero di essa mi  interdetto. Che io trovi, come voi, dove dirigere il mio cuore, dove aprirlo alla libera effusione dei sentimenti, ed avr pi conforto, che non  d'uopo, per combattere le battaglie della vita. Ma quand'io esca da uno smodato lusso di cose futili, che ormai mi cagiona fastidio, tutto  miseria intorno a me. Cerco inutilmente un volto amico, una mano che stringa con lealt la mia, un labro meno prodigo di frasi sonanti e pi concorde col cuore.
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Io imploro indarno un palpito, fosse anche di dolore, ma schietto almanco e simile a quello che ora provate voi, rifrugando nelle memorie della vostra vita. Anch'io visito alcuna volta la tomba del mio genitore. Dinanzi alle forme severe di lui superbamente adagiato sul coperchio del suo sarcofago, m'arresto pi spaventato che commosso, poich vedo le sembianze del principe rigido ed inflessibile; non mai quelle del padre amoroso. Vinco la mia ritrosia, e prego, ma non so piangere; vorrei provare piet, e provo terrore. Quella vista mi ricorda la mia infanzia sfiorata senza gioje, come un piccolo esule sotto lo stesso tetto de' miei parenti.
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Rammento che le persone mercenarie, a cui venni affidato, s'affrettarono ad indolcire le mie labra infantili col veleno dell'adulazione, ond'io fossi, per opera loro, una primizia di perversit. Rammento che sotto la scorta dei primi maestri appresi i pregiudizii, non le verit della vita; i diritti, non i doveri del principe. Giovinetto, tutti erano a gara intorno a me per strapparmi una libera confessione di appettiti; e di comandi; bramosi tutti d'essere i primi ad appagarli. Dolevansi i perfidi di non trovarmi abbastanza imperioso e volubile. Io, infatti, il pi delle volte mi mostrai freddo ed inaccessibile alle loro tentazioni; ed  perci, che fui tacciato d'insipienza. Il mio cuore, che respingeva quell'immondo pascolo, aspirando a gioje pi calme, non venne mai interrogato. Seppi d'essere sposo ad Isabella di Francia, quando il rompere o il ritardare quel nodo era cosa impossibile. Da quella principessa ebbi una ricca dote, un illustre parentado; ma affetti e gioje domestiche, non mai. Sontuosissime furono le nozze, come le esequie, quando il cielo a s la chiam; ma l'una e l'altra solennit, port seco ogni traccia di vero e profondo affetto.
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Povera Isabella! io piansi, vi giuro, la sua sorte, perch era buona e virtuosa: ma quel pianto  vuoto di memorie; io non vidi nel tristo caso, che la provida fine di una esistenza ancor pi infelice della mia. Ah se il mio dolore avesse potuto, come il vostro, essere accompagnato da qualche cara rimembranza, io sarei felice! come voi la sarete anche in mezzo alle vostre sventure.... Ma basta o Agnesina; basta: io visiter la tombe della vostra famiglia, ed invidier le vostre lacrime....
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Queste parole non cadevano in fallo sull'animo della fanciulla, ancorch il terreno non fosse preparato ad accoglierle. In faccia a quell'uomo, e dopo quella confessione, ella prov quel tanto di piet, che  proprio ad ogni animo ben fatto, quando scopre il dolore, l dove credeva trovare una felicit privilegiata. Pi tardi, nella quiete dei giorni successivi, quando nuove disgrazie vennero a scompaginare i suoi progetti, quelle parole ritornarono non ultime n ingrate alla sua memoria; e a poco a poco pigliarono lo sviluppo proprio al grano di semente, che appunto sotto le brume dell'avversa stagione cestisce, e centuplica i frutti.
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44.
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Come mai, ci verr detto, quella fanciulla, riputata un modello di figliale tenerezza, poteva in quel momento associare a tanto e s recente dolore una piet d'indole affatto diversa? Come mai il suo cuore, lacerato da una sciagura sacra e solenne, poteva essere pronto ad accogliere una passione nuova e del tutto profana?
Avendo noi dinanzi agli occhi, non un fatto solo, ma tutta intera una vita, ci che pu sembrarci una velleit colpevole, diviene il principio di una passione dominatrice e prepotente, di cui ci  necessario determinare l'origine fin d'ora. Sarebbe stata colpevole Agnesina se, in mezzo al suo lutto, avesse coltivato le trepide speranze di un amore felice; se mentre perdeva il padre, si fosse procurato l'amante. Ma tale non era il suo pensiero. Ella aggiungeva dolori a dolori. Del suo affetto pel conte, accettava solo quel tanto, che le rammentava essere impossibile ogni legame colla persona diletta. Amava il conte, perch egli aveva meritato la stima di suo padre. Ma amandolo, si dipartiva da lui per sempre. Non coglieva speranze, ma disinganni; non gioie, ma nuovi dolori.
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Noi non accompagneremo il conte ed Agnesina in quell'atto di piet, che compirono insieme, nel mattino vegnente, come erasi convenuto. Volendo tener conto di tutti i gradi per cui passarono i sentimenti d'ambedue, ricadremmo in troppe ripetizioni di ci che si  detto, o non faremmo che dir ci, che il lettore ha gi indovinato.
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Agnesina, tutta assorta nel suo mesto officio, pregava genuflessa sui gradini di una tomba. Il conte la sogguardava commosso, e pregava per s; perocch credeva, che in quel momento fosse egli il meschino, che avesse maggior bisogno dell'ajuto del cielo.
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Era una bellissima giornata, uno di quei d in cui il creato, mostrandosi in tutta la sua bellezza, infunde una contentezza insolita. Il sole splendeva puro come nel mezzo della state; ma i suoi raggi erano temprati dallo spirare di una brezza autunnale, che ad intervalli scoteva gli alberi, ed inclinava dolcemente le pagliuzze dei prati e i culmi degli arbusti, traendone un armonico mormorio. Il turchino dell'aria non troppo carico, ma diafano e lucente, era screziato a quando a quando da nuvolette, coi bordi dorati, che, ora sciogliendosi, ora cangiando forma, erravano sulla volta celeste quasi a diporto. Alcuna fiata intercettavano essi i raggi solari, ed immergevano i campi in una vasta penombra, per render loro pi magnifico, pochi istanti dopo, il ritorno della luce. La campagna non aveva esaurito la sua forza produttrice; il verde degli alberi non deciso e smagliante come all'erompere della novella vegetazione, non arido e scolorito come durante l'estate, brillava vivace e vario: dove additando il completo vigore di una madre ancora feconda, dove la languida maturit di quella, che ha dato frutti recenti, e sta ristorando le forze. In pieno una natura viva ed operosa, quella che meno obedisce all'arte imitativa, e che  pi grata al nostro cuore: sopratutto se, dopo aver vissuto lungamente tra le mura di una citt, esciamo dall'abitato per contemplare nel cielo, nell'aria, nei campi, l'opera ancora vergine del creatore.
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Quella giornata era assai propizia al viaggio del conte; troppo propizia, direm noi; poich egli avrebbe accolto di buon animo qualche pretesto che gli concedesse l'indugio d'un altro giorno. Ma con quel sole, con quell'aria tiepida e mite, non v'era scampo; bisognava accogliere l'insolita pompa della stagione come i convenevoli di un amico, che vi saluta per congedarvi.
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Verso il mezzod, la corte del castello era tutta gremita di gente. All'intorno i terrazzani, accorsi a vedere il ricco convoglio del signor di Pavia, si distribuivano in gruppi, favellando sommessamente tra loro, ed additando or questa or quella meraviglia, con quell'aria attonita propria de' contadini, cupidi di assistere al fasto altrui come ad una scena di cui si brama essere spettatori e non attori. Chi guardava con meraviglia un branco di cavalli impazienti e quasi feroci, tenuti a mano da garzoncelli che, colla voce e con qualche strappata di morso, li rendevano docili e mansueti. Chi ammirava il bagliore delle catenelle, dei fibbiagli, delle lastrine ond'erano cosparsi i fornimenti delle cavalcature, e, pigliando per oro ogni lucicchio, studiava indovinarne il valore raffrontandolo a quanto v'era di pi prezioso nella stalla, o sul granajo.
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Le donne poi stupivano alla bella tenuta dei paggi, che sembravano la viva riproduzione dei cherubini dipinti nella chiesa: e, al vederli cos lindi e gentili, pensavano forse che in simili creature tutto fosse perfetto, anche il cuore; e sbagliavano, le poverette; sbagliavano assai pi dei loro compagni, che credevano oro ogni cosa che ne avesse il colore. Pei fanciulli poi era una cuccagna, una felicit tutta nuova. Meravigliavano essi, non tanto per l'apparato di quel corteggio, quanto per le mille inezie mai pi vedute, di cui ignoravano l'uso e perfino il nome. Coll'occhio fisso e coll'indice teso, le accennavano ai compagni; e mettevano grida di gioja guizzando qua e l fra la gente e fra i cavalli; sordi alle chiamate delle donne, e docili solo alla minaccia di qualche tiratina d'orecchie del tardo, ma inesorabile massajo.
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Era bello quel riscontro tra il lusso arrogante di un corteggio da principe, e la miseria succinta di quei poveri contadini; era bello artisticamente, e moralmente fecondo di una salutare lezione; giacch ogni uomo, senza essere filosofo, avrebbe detto che quelle meravigliose assise pesavano indosso a chi le portava, come le cappe di piombo degli ipocriti nel divino poema; onde quei visi imbronciati, e quell'aria di noja e di stanchezza. Mentre la vispa allegria dei contadini sembrava tenere in credito la povert; quasi che in loro fosse scarsezza di tutto: di beni, quindi, come di mali.
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Nel mezzo della corte, i valletti avevano condotto le cavalcature, schierandole nell'ordine prescritto dal cerimoniale di partenza. Ad un drappello di soldati venuti da Pavia, seguiva una doppia fila di paggi e di scudieri; e dietro esso la lettiga del principe. Consisteva questa in una portantina coperta da un cielo di stoffa azzurra, con all'ingiro bandinelle ornate di frange e pendagli. Due stanghe la serravano ai lati, sporgendo davanti e nella parte posteriore quant'era necessario per caricarle sulle groppa di due mule; e s'affibiavano col mezzo di corregge al sellino del fornimento. Le bestie difilate procedevano l'una sui passi dell'altra; ma la studiata misura dei cignoni e l'elasticit delle stanghe dovevano cangiare l'incommodo ambio in un ondulazione piacevole. La lettiga, addobbata nell'interno di seta turchina, con gli appoggiatoj imbottiti e i cuscini di piuma, era quasi una piccola cameretta, entro cui, tirate le cortine, poteva un uomo star seduto o coricato a suo piacere.
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Quando il conte accompagnato da Agnesina si mostr sulla porta del vestibolo, che metteva agli appartamenti terreni, cess quel grido: un bisbiglio generale, un volgere di teste, un trarre di berrette salut la coppia. I pi avevano gli occhi sul principe, e miravano con curiosit rispettosa quel volto nobile e severo, la cui pallidezza attestava le non vinte sofferenze; e nel cuore dei riguardanti, quell'aria mesta era la pi calda raccomandazione alla generale simpatia; perch la credevano effetto dei pericoli corsi nel salvare la vita ad una povera creaturina. Altri, i pi accorti e quindi i meno numerosi, non potevano stancarsi di guardare Agnesina, e dicevano dentro s: che non era mai sembrata loro cos bella come in quel d. Vi fu taluno che pens, poi disse: che Agnese colla sua statura svelta, col suo portamento da regina, quando apparve sull'alto della scala, cedendo in modo assai aggraziato la destra mano alla manca del conte, non sembrava la castellana, ma la principessa.
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Chi fosse stato vicino alla coppia illustre e avesse voluto tener conto soltanto di ci che entrambi dicevano, non avrebbe penetrato il misterioso legame. Pi facile era l'indovinarlo dall'imbarazzo, dal silenzio, dall'interruzione delle parole, sintomi certi delle forti passioni. Le frasi che il conte volgeva alla sua ospite, non diverse delle tante che, altre volte, ne' discorsi familiari le aveva dirette, erano improntate sempre di quella cortesia affabile e squisita, che negli ordinarii convegni, soverchia il cuore; ma in questo punto il labro mentiva per difetto; ogni parola era l'eco troppo debole, e quindi men vero, degli intimi sentimenti. Se non che la parola, rattenuta per proposito entro i limiti di una riservatezza quasi austera, era proditoriamente amplificata dal tono con cui veniva emessa; perch ben di rado, o mai, la pi rigida virt riesce a farci padrona della voce.
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 possibile il dissimulare, il volgere il discorso a cose frivole e straniere ai nostri interessi;  possibile il tacere o il mentire, ma non lo  il dare alla voce quella tempra di ingenua franchezza, che simula indipendenza o vacuit di cuore. Per la qual cosa, mentre il conte ed Agnese giungevano a nascondere il loro secreto alle investigazioni dei cortigiani, l'uno lo confidava all'altro, in modo pi solenne, tacendo: le reticenze, e le studiate parole fecero l'effetto di una sincera confessione, alla quale gli sguardi e qualche sospiro aggiunsero piena testimonianza.
Mia gentile ospite aveva detto il conte, nel metter piede fuor degli appartamenti, ed avviandosi al luogo di partenza eccomi ad un momento doloroso. Un congedo cagiona sempre gran pena al cuore.
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 vero; ci duole assai alcuna volta il rompere le care abitudini, il tornare allo squallore dei tempi andati.
Ci non accadr di voi; lo squallore del vostro castello vi deve tornar caro; voi qui avete l'assoluta padronanza di voi stessa.
S, o Signore, amo la solitudine, ve lo confesso; e forza d'uomo non mi staccher da questo luogo dove ho tanto amato.... almen qui potr.... le parole furono interrotte da un sospiro.
Non mi  dunque lecito sperare di vedervi una volta a Pavia?
No, mio principe; perch ci vorrebbe dire che una nuova sventura mi scaccia dalla mia casa. Voi non lo vorreste.
Ma se alcuna volta desiderassi vedervi? soggiunse quasi timidamente il conte.
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Agnesina non rispose.
Io non oser certo accostarmi pi al vostro castello, se dubitassi che la mia presenza fosse discara alla sua nobile abitatrice.
Pu essermi discaro, o principe, l'onore d'accordarvi ospitalit?
O Agnesina!, sclam involontariamente il conte con uno di quei vocativi accusatori.
La fanciulla non lev il capo su lui, e pur s'accorse d'essere investita da uno sguardo, che aveva il valore della pi libera dichiarazione. Ma il conte ripigli sbito la parola, quasi volesse rompere l'incanto di un involontario moto dell'anima.
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Quando il principe esce dalla casa di un suo vassallo, da cui ottenne le migliori prove di fedelt, egli suol dargli licenza di chiedere una grazia. Tale  il costume della mia corte. Ora nel momento di abbandonare questo soggiorno, il Conte di Virt interroga la nobile castellana: avete voi qualcosa a dimandargli?... Qualunque essa sia, si reputer felice d'assecondare la vostra preghiera.
Mio principe rispose la donzella, alzando questa volta su lui gli occhi senza temere di mostrarli umidi di lacrime ricordatevi di mio padre e delle sue parole....
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Vi giuro che non le dimenticher per tutta la vita soggiunse il conte con franchezza; e intanto stese la mano a cercar quella d'Agnesina, che strinse cortesemente. Fu in questo punto che la coppia si present allo sguardo dei curiosi, nella corte d'onore: e fu sotto l'impressione immediata di tali parole, che brill sul volto d'entrambi quell'espressione di melanconica dolcezza, che non sfugg nemmanco agli occhi di quei vulgari osservatori.
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45.
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Sull'orlo della gradinata, da cui si dominava quella moltitudine d'uomini e di cavalli, divisa, nel modo che il lettore gi conosce, il conte ravvis la lettiga, che, dietro ordine del medico, era stata spedita da Pavia pel suo trasporto. Accorreva egli stesso l'Esculapio, poich dove tutto gi fosse in ordine, ei pur voleva aggiungere del suo; e, per non starsene colle mani a cintola, s'affannava a disfare ci gli altri avevano fatto. Perci in attesa del principe, rimproverava i lettighieri pel modo con cui avevano caricata la portantina; e qua faceva stringere le cigne, l allentar le tirelle, accompagnando ogni atto manuale di coloro con un crollar del capo in aria di compassione; cui i lettighieri rispondevano sotto voce con qualche bestemmia.
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Assestato il tutto a modo suo, raccomand loro la prudenza, e cent'altri riguardi da mettersi in pratica in quella spedizione. E guai a voi, disse egli alzando il dito in tono di minaccia, se oserete far levare il trotto alle bestie; ch ne andrebbe in pericolo la salute del principe. Il quale avvertimento era dettato da zelo pel suo padrone, e pi ancora da carit verso s stesso; poich l'onore di cavalcare al fianco della lettiga principesca voleva questa volta goderselo a tutto agio.
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Quando apparve il principe, gli and incontro; e fu accolto per verit come un mal capitato. Alla vista di colui, che per zelo della sua carica gli offriva il braccio a discendere, il conte balz con tutta agilit dalla gradinata, e si perdette fra la calca de' suoi scudieri. Quivi, senza molto riflettere, tolse dalle mani di un paggio le redini di uno de' pi focosi giumenti; in un salto lo cavalc, e stringendolo ai fianchi coi ginocchi, lo spinse corvettando fuori di quella pressa, lasciando dietro a s una doppia fila di visi attoniti. Dall'alto dell'arcione pot girare l'occhio indietro, vedere Agnesina, fissarla, avere da lei in ricambio uno sguardo, pi del solito, fermo e penetrante; indovinarne la sorpresa, l'affetto, la commozione. Lesse sul volto di lei la storia de' suoi secreti; misur la profondit de' suoi dolori; comprese che in quel mistero di gioje e di lutti egli aveva la sua parte, e non l'ultima. Quello sguardo dava compimento alle frasi interrotte, a tante reticenze inesplicabili, ai molti sospiri.
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Anche Agnesina, dal canto suo, pens e concluse allo stesso modo. Se il dolore era troppo vivamente scolpito sul suo volto, ella non studi in quel punto di mascherarlo; la gente, che s'aveva attorno, fosse anche la pi maligna, non era autorizzata a crederlo effetto d'altro male, fuorch di quello recente e gravissimo che ognuno conosceva. Se poi il conte indovinava, che con esso era confuso qualch'altro sentimento, poteva dolersene Agnesina? Poteva ella accusare s stessa se la verit si faceva strada da s in quel momento, a dispetto d'ogni volere e d'ogni proposito?
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Quello sguardo fu pertanto il passo pi ardito di quanto osassero i due amanti nel tempo della loro vicinanza. Le parole non erano mai uscite dal labro di chi le pronunciava, senza subire la censura della ragione; gli sguardi, da persona a persona e troppo da vicino, solevano essere brevi, interrotti; quindi timidi e di ambiguo valore. Questo solo accolto e ricambiato da lungi, lanciato e sostenuto senza esitanze, era una schietta confessione degli interni sentimenti; era la proposta di un patto che ambedue offrivano ed accettavano con gioja.
Quando il corteggio s'avvi, la folla non pot contenersi pi a lungo nel rispettoso silenzio serbato fino allora: e varie grida proruppero dalle diverse parti della corte. Vi facea coro la folla sclamando: Viva il Conte di Virt; Dio lo benedica.
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In mezzo alla calca trovavasi pure quella povera contadina, cui il principe aveva salvato il figlio. Lo portava sulle braccia; ravvolto ne' suoi meno laceri panni; poich in quel giorno, ella diceva, dovendosi mostrare al suo liberatore, bisognava vestirsi a festa. E nell'adornarlo alla meglio gli insegnava il nome di lui, e gli diceva mille tenerezze; ch, dopo il passato pericolo, ella sentiva d'amare la sua creatura ancor pi, se ci era possibile. Le comari che, fino a quel momento, non avevano mai voluto concedere che quel bambino fosse tanto bello (perch la madre ne sarebbe stata troppo superba, e perch ciascuna aveva la roba propria da tenere in credito) non potevano trattenersi dal prodigar carezze a quel putto, chiamandolo un angioletto, un botton di rosa, un bambinello da presepio; solo perch ci valeva ad accrescere merito a chi lo aveva salvato. E anche per ci la madre, gongolando di contentezza, non poteva stancarsi di mandare al cielo mille benedizioni.
Ma la sua gioja e le azioni di grazia, che prodigava in secreto al suo liberatore, le parvero cosa meschina. Volle far di pi; si mise, quanto era possibile, sui passi del corteggio, per mostrare al conte la sua creatura, ed offrirgli, come tributo di esultanza e di gratitudine, un suo sorriso. Che una donna vulgare giungesse a tanto, non parr troppo strano: l'amore materno pu elevare l'anima la pi umile all'altezza dei concetti poetici. Cornelia romana avrebbe additato nei figli il suo tesoro, anche senza essere la nobile madre de' Gracchi.
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Quando infatti il conte arriv alla uscita principale del castello, gli fu forza arrestare il cavallo, onde non mettere in pericolo le persone che gli si stringevano intorno. Egli fece buon viso a tutti e a tutte; rese il saluto colla mano e col capo a quella buona gente nella pi affabile maniera. E quando ravvis la madre, che, sollevando in alto il suo bambino, gli disse: eccovi il sangue mio che voi avete risparmiato un avviso secreto del cuore, inspiratogli dagli affetti di Agnesina, i cui sguardi esercitavano ancora un dolcissimo impero su lui, gli comand d'arrestarsi, di volgersi a quella donna e di chiederle che gli si avvicinasse: dopo di che, piegandosi quanto era necessario per cingere d'ambe le mani il piccolo busto del bambino, lo sollev alcun poco, ed impresse un bacio sulla sua gota color di rosa.
Presso la generalit degli uomini, un tale atto non sarebbe che la naturale manifestazione di un sentimento, in cui quanto v'ha di affabile e di gentile viene ad usura compensato dalla stessa sodisfazione di rendere omaggio alla natura in ci che essa produce di pi bello e gradevole. Gli  come se, passando in un giardino, ci inchiniamo ad inspirare il profumo di un fiore.
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Ma in un uomo potente, un atto cos semplice e spontaneo, ebbe il carattere di una straordinaria degnazione, e provoc l'applauso meglio che se fosse un'impresa eroica. E che? non gli sar concesso d'aver cuore, come ogni altro individuo, e di serbare sentimenti teneri e semplici anche in mezzo alle sue gelide cure? Qui non v'erano adulatori; i testimonii di quel fatto potevano dirsi giudici di tutta buona fede; questi non dissimularono il prodigioso effetto di quell'atto di famigliarit. Un gran signore, sclamavano essi, si degn d'occuparsi di un nostro fantino, e di pigliarlo fra le sue mani, e di baciarlo in viso! oh che degnazione! oh quant' buono colui! oh come egli  alla mano! E dietro ci, altri applausi: perch ognuno di quei poveri villani grad la cosa come fatta a se. Le donne invero non menavano gran rumore in quel momento; ma non perch fossero indifferenti: ch anzi, provarono una stretta al cuore cos tenera e dolce, che dava loro la voglia di piangere. E delle lacrime ve ne furono: tanto  facile il farsi ben volere dalla gente alla buona.
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Agnesina, non meno commossa, accolse assai di buon grado quell'atto come un correttivo alla gagliarda virt del guerriero. La donna, dinanzi ad un prode, divien pi debole, e quasi senza saperlo, si fa schiava di una ammirazione, che la guida all'entusiasmo ed all'amore: ma quando trova un coraggio temperato da miti sentimenti, ella stessa muove, meno timida e pi conscia di s, incontro all'uomo, il cui cuore rassomiglia alla miglior parte del suo. Quella consonanza di sentimenti  il legame che meglio li ravvicina. Delle prove ne aveva gi avute, e pi d'una, per dire che il Conte di Virt non fosse impastato di quella ferrea natura propria ai cavalieri d'allora: ma quando mai sentiam noja di ci, che ci conferma quello che il nostro cuore ha interesse di credere?
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Alla presenza del conte Agnesina era stata fin troppo cauta, ricordando che le pi belle azioni alcuna volta non sono che vane apparenze per ingannare i creduli; ma ora che egli partiva, sconfortato forse dal dubio di essere stato mal compreso, avrebbe voluto corrergli dietro; e poich era impossibile il farlo colla persona, almeno volle seguirlo collo sguardo e col pensiero. Perci, mentre poco prima si faceva merito di non essere stata n corriva n debole, ora si accusava di avere operato da scortese ed ingiusta. Da questo momento la passione regn pi imperiosa: le parole stesse di suo padre sembravano incoraggiarla ad aver maggior confidenza nell'uomo che aveva meritata quella del pi virtuoso cittadino.
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Un tal ritorno sul passato, non era per una completa resipiscenza; accusava s stessa, solo perch una separazione eterna le faceva credere impossibile il ripigliare la posizione de' giorni addietro. Passato il pericolo,  cosa istintiva il crederlo meno grave; ci duole allora di non avere fatto assegnamento su tutto il coraggio che sentiamo di possedere. Eppure siamo d'avviso, che rimessa Agnese nel caso di prima, non avrebbe agito diversamente; la sua virt era simile a quei farmaci, che recano salutari effetti solo quando il male esiste, o la minaccia del male ci sovrasta.
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Uscito il corteggio, la donzella accompagn coll'occhio il polvero che si svolgeva dietro i suoi passi; e, quando una voltata della strada ne le intercett la vista, sal alla pi alta parte del castello per iscoprirne le tracce, e tent sorprendere coll'orecchio il frastuono lontano e morente della cavalcata. Vide ed ud, quando altri non avrebbe pi n veduto n inteso. Ma pur troppo ogni incanto si dilegu: la campagna che si stendeva vasta e piana davanti a' suoi occhi, era deserta. L'aria non le recava all'orecchio che il sibilo della foresta. Allora ricadde l'infelice in un vuoto desolante; si stacc quasi indispettita da quel balcone, che le ricordava soltanto una lontananza insormontabile, e, chiusasi nella sua cella, dimand alle facili lacrime un po' di conforto. Pianse infatti, e lungamente, quella solitudine, poco prima s vagheggiata, in cui, con troppa sicurezza di s, aveva riposto il secreto delle sue consolazioni.
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CAPITOLO SETTIMO.
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46.
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Quando il Conte di Virt scese dalla gradinata per isfuggire alle sollecitudini d'Esculapio, ed afferr il primo cavallo che gli venne alle mani, egli si era impadronito del mezzo di trasporto destinato ad uno de' suoi cortigiani. Questi non reclam per certo la roba sua; ma seguendo il modo del principe, alla sua volta mise la mano sulla cavalcatura di uno scudiero; e lo scudiero su quella di un servo; cos che tutti ebbero un arcione, e nessuno il proprio.
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Anche il cavallo d'Esculapio, simile alla vecchia rozza dell'Apocalisse, povero spolpato animale, che, dopo avere consumata una balda giovent in non so quante battaglie, vivottava nella stalla del medico, dividendo con un somaro un sobrio lavoro ed un pi sobrio cibo, fu in quella fretta requisito e montato da un famiglio, il quale pel suo officio doveva precedere il corteggio e tenere spazzata la via da checch per accidente le recasse ingombro.
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Il povero animale non poteva capitar peggio; quando sent battersi sul sedile dell'arcione con un vigore tutto nuovo, e s'accorse che chi l'inforcava non aveva il peso solito, n la solita flemma, avr maledetto la sua trista sorte. Abituato da una dozzina d'anni ad avere dal suo cavaliero un triplice avviso prima di mettersi in movimento, aspettava il primo segnale; e intanto alzava il capo, abitualmente inclinato come se fosse al pascolo, e torceva il collo, componendo il muso ad una smorfia, da cui escirono uno sbruffo ed un versaccio, che non era n raglio n nitrito. Ma altro che la voce e la misericordia del vecchio padrone!
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Una furia di spronate gli crivell i fianchi, il flagello gli fischi all'orecchio, e lo invase in tutte le parti del corpo con una salva di percosse cos rapide e sonore, che pareva impossibile fosse il lavoro di una mano sola. In quel frangente l'antico spirito guerriero gli si risvegli, non gi per rispondere all'invito sbuffando, mordendo il freno e pigliando la carriera, s bene per ribellarsi a colui che violava i vecchi patti.
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Acciecato dallo sdegno, invece di muoversi, punt le zampe anteriori, e diede pi volte il groppone a leva, spingendo fuor di sella il cavalcatore. Fortunatamente per in quel capo ostinato viveva ancora un'altra memoria; quella dell'esistenza di certi uomini ancor pi tristi e testardi, che non si lasciano smovere da simili proteste, e che quando pure fossero buttati nella polvere, avrebbero l'ardire di rilevarsi per ritornare al cimento. Nella sua giovent ne aveva fatte pi d'una volta la prova, sempre con danno proprio: per cui, tutto ben considerato, pens esser meglio far patta del ricevuto e rassegnarsi al resto. Cos fece; e, ravvivando gli ardori giovanili, improvis un galoppone tanto disunito ed incomposto, che il cavalcatore ne dovette serbar memoria per un pezzo.
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Esculapio, mentre si violava la sua propriet, aveva eseguito la prima parte del suo officio. Stava egli sur uno scaglione del vestibolo atteggiandosi ad una curva mirabile, che voleva significare il pi ossequioso inchino, allorch il principe gli fugg. In questa postura non s'accorse di restar solo; poich, col capo basso e gli occhi socchiusi, masticava in quel punto, a voce sommessa, un complimento in latino, composto e studiato il giorno prima. Rialzandosi e trovando d'essere solo, gir lo sguardo meravigliato; vide che la folla dei cavalieri si agitava; riconobbe infine il suo illustre cliente che dall'alto di una montatura dava il cenno della partenza.
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Lo zelo della sua carica lo consigliava ad accorrere a lui ed a tentare di distoglierlo dalla pericolosa impresa; e non gli sarebbero mancati a ci i pi sonori aforismi e le pi devote preghiere. Ma un antico dettame della prudenza, studiato a suo mal costo in una lunga pratica del vivere coi grandi, gli aveva fatto apprendere a lasciare che l'acqua corra in gi, perch Dio vede e provede: verit cotesta a lui famigliare e carissima, colla quale corroborava la coscienza le troppe volte che, trovandosi impacciato co' suoi infermi, li rimetteva alle cure della providenza, e all'uso dell'acqua di fonte.
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Discese per dalla gradinata con un'aria frettolosa, che si esauriva in mille inutili movimenti della persona. Giunto dove la folla gli chiudeva il passo, comand, chiese, preg che gli si facesse largo. Ma dagli scudieri e dai fanti, che in altro momento avrebbero mostrato un gran rispetto per l'uomo della scienza, non ebbe in quel punto n attenzione n cortesia: onde gli fu forza aprirsi una strada fra quegli ingombri, spingendo in mezzo ad essa la sua grave mole, come si fa correre una barca carica fra le dune. Dur quel gioco, fin quando, entrato anch'egli nella via di chi difilava, non trov pi alcun ostacolo alla libert de' suoi movimenti.
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Se non che, la foga dei cavalli e dei cavalieri era s grande, la direzione che essi avevano presa s fissa, che riesciva impossibile attraversarne la corrente, e bisognava lasciarsi trasportare chi sa dove. Se prima aveva chiesto in favore di lasciargli un po' di spazio per muoversi; ora supplicava per piet d'accordargliene quanto bastasse ad arrestarsi onde avere il respiro. E all'uno con una voce affannosa chiedeva conto della propria cavalcatura; all'altro intimava che si avesse riguardo anche a lui, non famiglio, non servo, ma... e qui sfoggiava il suo nome e i suoi titoli con quel far del grande a sproposito, che rende scusabile l'altrui irriverenza.
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Ben comprese allora il pover'uomo come il suo favorito proverbio, s tonico e confortante quand'era applicato ai mali altrui, divenisse sterile trattandosi dei proprii. Nondimeno, per non essere pi a lungo vagliato da quell'onda di gente, meglio che le parole gli giovarono i gomiti, abilmente manovrati. Esc pertanto da quella pressa, ma un po' malconcio; press'a poco come un virgulto passato pei vortici di un torrente e ricacciato a caso sulla riva. Abbranc il primo oggetto solido che gli venne alle mani, e, stretto a lui, riebbe finalmente l'equilibrio, il respiro e pi tardi la parola.
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Dove  Bucefalo, disse egli appena pot parlare; il mio cavallo dove ?
La persona, cui egli si era avviticchiato, era un mozzo: un buon uomo, servizievole all'uopo, ma in tutt'altro genere di cortesia, che non era quella richiesta al momento. Onde fu grazia se non cerc in quel punto di liberarsi di un carico, che non era pagato a portare.
Uhm! rispose egli in un tono asciutto, cosa volete che io sappia del vostro.... che so io? Dei cavalli qui ce ne erano pi di dieci, pi di venti. Tocca a voi a cercare il vostro: quando l'avrete trovato, se vi occorre qualcosa, dimandate di me:  il mio pane governare una bestia, messere. E in dir ci dava una crollatina a tutte le membra, quasi volesse scuotere da dosso il soprapeso.
Vi manca del pane, l'avrete: ma cercatemi il mio cavallo, vi ripeto: devo seguire il conte, e che? dovrei corrergli dietro a piedi? L'ho lasciato qui il mio Bucefalo, qui presso alla lettiga...
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Ah ah! interruppe l'uomo: un caval bertone, attrappato, scarico... ah ah! Era vostro quel digiuno ambulante?...
In altra occasione Esculapio non avrebbe tolerato che si parlasse con poca riverenza del suo vecchio amico. Ma in quel momento, qual protezione poteva accordare chi chiedeva con tante istanze l'altrui? Onde non redargu le frasi squajate, ma le interruppe dicendo: s quello appunto; un bel bajo dorato mozzo d'orecchi, ma pien di cuore... Allora lo stalliero non rispose colle parole; ma avvicinando le due mani, palmo a palmo, e facendole scorrere rapidamente l'una sull'altra, con un fischio sommesso e prolungato, volle dire, che il cavallo era ito, e ben lontano.
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Partito! e con chi, e per ordine di qual persona!
L'altro raccont quel che noi gi sappiamo; che, cio, in quel parapiglia gli scudieri del principe s'erano scambiati i cavalli; che egli, probabilmente il custode dell'eroico Bucefalo, ne consegn le redini al primo venuto; che questi gli salt in groppa, e part come il vento dopo avergli cavato il ruzzo del capo con un generoso rifrusto.
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Se Esculapio si commosse a quella nuova, ne aveva ben d'onde. Anche senza ricorrere alla stizza dal vedere malmenato da un incognito quella sua vecchia reliquia, trovava di che imbronciarsi pensando come egli avesse a patire indubiamente, in quella bisogna, lucro cessante e danno emergente; un buon mezzo, cio, di ritornarsene perduto per ora, sciupato forse per sempre; e di sovra pi, il pericolo di doversi affidare a Dio sa qual groppa, che gli romperebbe le reni, quando pure non lo traesse in un precipizio, da non escirne vivo. Il suo intelletto gelido e ponderato si accese nel rimestare l'argomento dei timori e dei pericoli a cui andava incontro. Per buona sorte, mano mano che il male si faceva grande, cresceva il proposito di opporvi, come rimedio eroico, l'incrollabile risoluzione di rimanere a Campomorto un giorno, un mese, un anno; quanto era d'uopo insomma, per attendere un mezzo di trasporto degno di lui e tale da ispirargli fiducia. Pertanto rifiut recisamente i varj partiti, che gli venivano offerti come ripiego a questa contrariet.
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Chi intatti voleva essergli compagno in una passeggiata fino a Pavia, e ne commendava la bella e commoda strada. Chi s'impegnava di tradurlo col in una carretta; ed aveva gi in mente dove trovare un veicolo, ed un somaro. Chi infine gli offriva ad uso la mula del piovano, mansueta come un agnello, e s pratica dei contorni, che il suo padrone soleva dormire sul basto nelle sue gite e risvegliarsi solo quando si trovava ricondotto alla porta della sua casa.
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Tutte queste proposte gli erano fatte da quella buona gente colla franca cordialit loro propria: ma indarno. Le prime due facevano arricciare il naso ad uomo d'alta levatura, come Esculapio; e l'ultima, appena messa in discussione, andava ad urtare e ad infrangersi contro una sua regola inalterabile di vita, che gli imponeva di non imprestar mai a chicchessia, e di non chiedere mai ad imprestito. Trattandosi poi di cavalli, ogni sostituzione era impossibile; anche la mula del piovano, checch se ne dicesse, era un'insidia, un rompicollo.
Mentre si agitavano tali questioni, sfilava il retroguardo del corteggio, e pi non rimaneva che la lettiga del principe, che, come ognun sa, era deserta. In gittar l'occhio su di essa, Esculapio si batt la fronte, come chi fa una meravigliosa scoperta: e lo era infatti il vedere quel commodo veicolo partire vuoto per Pavia, e il pensare che egli avrebbe potuto, quando l'osasse, approfittarne.
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Tutto stava nell'accomodare le etichette; quanto al resto, non v'era alcuna apprensione; la lettiga del principe, la pi bella pariglia di muli, i pi esperti lettighieri.... A questo pensiero, sparivano dal suo viso quelle rughe incresciose, che vi avevano impresse le proposte del massajo e del piovano. Oh con quanta delizia non assaporava il suo commodo tragitto! Gi cogli occhi possedeva quella specie di cameretta, difesa dalle inclemenze della stagione, in cui egli potrebbe stendersi a piacer suo; gi gustava l'andar lento ed eguale delle mule, che, cullandolo dolcemente, dovevano procacciargli una beata dormiveglia. Non gli restava che il dubio di ferire le convenienze, e di mettere a risico la sua riputazione d'espertissimo cortigiano. Perocch il nostro Esculapio aveva due nature e due sguardi; l'uno brusco se mirava sotto di s, l'altro melato, lusinghiero, supplichevole se volgeva l'occhio all'ins. E la grazia del principe gli era cara quanto e pi che Bucefalo; e per ottenerla, o mantenerla, sarebbe ito a Pavia a pi zoppo.
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Il sospetto, che posava sulla fronte del baccalare, era simile ad una nube che oscura la cima di una montagna, ma non turba il sereno dell'aria. Ragionare sulla scelta  come ammetterla possibile. Viaggiando al retroguardo, pensava egli, potevasi partire e giungere nascostamente: i lettighieri non fiaterebbero per certo. Ma d'altro canto, quell'operare furtivo non gli pareva da par suo: con una soppiatteria sulla coscienza non avrebbe goduto la delizia di quella giornata. Meglio era dir tutto; far ridere il principe sui casi suoi; un sorriso  caparra di perdono.
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A quest'esordio seguivano altre buone considerazioni; e quella anzitutto che la necessit non ha legge, e che il principe, degnandosi di prendere il posto di un cortigiano, aveva tacitamente assentito, che questi pigliasse il suo. Infine poi, se tutte queste buone ragioni fallivano, avrebbe ricorso alla intercessione della Castellana di Campomorto, la cui influenza benefica non era pi un mistero fra gli scioperati della corte. Appianate per tal modo tutte le difficolt, egli si dispose a cedere agli inviti dei lettighieri, che per burla gli dicevano di restar servito; e s'avvi verso loro con quell'aria solenne e piena di degnazione, che aveva sempre pronta pei da meno di lui, e che  proprio la vernice dorata degli ignoranti.
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47.
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Entr dunque nella lettiga colla pacata disinvoltura di un personaggio non nuovo alle consuetudini dei grandi. Pi di un braccio accorreva a puntellarlo nella salita; ma giungevano tardi, e mal graditi, poich il nostro eroe aveva preso il fumo della sua posizione, e non si compiaceva affatto di quella soverchia confidenza. Pure, dall'alto del suo seggio, dopo di averne sperimentato in ogni verso la morbida spalliera e i commodi appoggiatoj, si degn gettar l'occhio sulla folla, e si di moto per salutare a dritta ed a manca; e frattanto in quell'artificiale inquietudine metteva a prova l'elasticit del veicolo, e pregustava quelle scorrevoli ondulazioni, che dovevano far la delizia del suo viaggio.
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Ma ahim! chi avrebbe mai osato credere, che un s bel pronostico dovesse andar fallito? Nessuno, fuorch i lettighieri, che, nel ricevere dal medico quella lezioncina sul modo di condurre lettighe, gli avevano susurrato contro una certa sentenza, che non  mai venuta vecchia: Uom che fa l'altrui mestiere fa la zuppa nel paniere.
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E infatti erano essi s poco persuasi de' suoi consigli, che si disponevano a scompigliare ci che era stato loro imposto, quando il principe fosse entrato nella lettiga: temendo per lui, e per loro. Ma poich il conte era partito, e gli effetti del cattivo consiglio stavano per ricadere sullo stesso autore, essi non si diedero la briga di rimettere le cose nell'ordine di prima; dicendo che chi aveva fatto il male farebbe questa volta la penitenza. Il male, invero, non poteva essere serio; ma per un uomo, come il nostro Esculapio, cui sembrava che la propria incolumit fosse sacra al consorzio umano, un semplice disordine ed un lontano pericolo presero le proporzioni di un danno serio ed universale. Contribu a crescerne le apparenze quella serena beatitudine, in cui egli era entrato poco prima allo scoprire il nuovo ripiego: perch l'inaspettato, come ognuno sa, sublima tanto il bene come il male.
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Quelle cigne allungate fecero in modo, che le stanghe della lettiga battessero troppo in gi sulle coste e sulle anche dei muli, e che le ondulazioni del veicolo, prima che si rendessero regolari ed iscrone pel viaggiatore, riuscissero brusche e crudeli per chi lo trasportava. Gli animali, che alle condizioni ordinarie erano un modello di mansuetudine, soprafatte da quella novit, cominciarono ad incocciarsi; e Dio ne scampi dai muli incaponiti! Fermi e stecchiti sulle gambe anteriori, che avrebbero dovuto pigliar moto, scuotevano le deretane e la groppa, come se volessero scaricarsi d'un peso insopportabile.
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Cadde nella stessa colpa anche Bucefalo; ma si s'era ravveduto sbito; i muli invece, sordi alla voce ed alle nervate dei lettighieri, o, diremo meglio, inviperiti da quelle e fidi allievi della loro natura, diedero in una furia di calci, che squassava il fondo della lettiga, e la faceva andar su e gi come un burchiello abbandonato alle onde del mare in burrasca. E il povero dottore dentro quella buccia era scosso come un topo nella trappola. Balzava qua e l, appariva e spariva a discrezione di quegli squassi che lo facevano ballonzare in ogni verso. Quando voleva trovar posa, un di quei calci, a cui i muli soltanto sanno dare una portata meravigliosa, lo sobbalzava in alto e in vista di tutti; e non appena tentava reggersi e tenersi dritto della persona per dimandare soccorso, un'altra strappata lo stendeva di bel nuovo sul fondo.
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Che i lettighieri volessero restituire ad Esculapio il suo fatale consiglio, e mostrargliene l'inopportunit con quella lezione,  cosa assai naturale; ma non volevano essi per certo cangiar la burla in tragedia. Laonde, facendosi pi alte le strida del pericolante, e mescendovisi quelle delle donne e dei fanciulli, posero fine al brutto gioco, contenendo le bestie, e ridonando al pover'uomo s crudelmente abburrattato la sicurezza di posare su terra ferma.
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Non aspett Esculapio che gli si facilitasse la via a discendere; la paura lo aveva reso snello, fuor dell'usato. Prima ancora che ne fosse il momento, balz da quella trappola con una agilit, che gli ricordava i suoi begli anni; traball un istante, ma riebbe subito l'equilibrio e con esso la libert di emettere un sospiro largo e profondo: espressione sincera di un rendimento di grazie. Non ebbe forse a lodarsi molto della piet degli astanti; poich, passato il pericolo e frenate le grida, il primo atto e il pi spontaneo in tutti fu un rallegrarsi di cuore, non della sua salvezza, ma del caso che aveva fatto lui in cambio del principe vittima di quell'accidente. Il buon uomo,  bene saperlo, nelle sue applicazioni filosofiche, cominciava a numerare dalla propria individualit il primo gradino di quegli esseri eletti, a cui  dovuta special riverenza.
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I lettighieri, mentre stavano rimettendo il tutto nel primiero assetto, non tralasciavano di dire, parlando tra loro a voce abbastanza alta, quale fosse stata la cagione di quel disordine, e chi la cagione della cagione. Ma Esculapio finse di non intendere, o, sbalordito com'era, realmente non intese; perocch quando ebbe a parlare di quel fatto (e ne parl delle migliaja di volte ben pi che una) distribu la ragione e il torto, il merito e la colpa, a modo suo: attribuendo a s una dose eroica d'antiveggenza e di sanguefreddo, alle bestie una trista natura, ed una pi trista ai loro condottieri ignoranti di tutto, fuorch nel fare il male.
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Non  a far meraviglia se poco dopo, invitato a salir di nuovo nella lettiga, che aveva con buon successo dato prova di s facendo un giro in corte, non accett l'offerta. Esc dunque dal castello di Campomorto in coda al corteggio, a piedi, come il pi umile dei famigliari. E quando ebbe battuto la strada per qualche miglio, spiando il procedere delle bestie; quando, accaldato dalla corsa e dai raggi del sole, ebbe fatto prova, del viaggiare a piedi come un tapino, si rappattum con qualunque mezzo lo sollevasse da quella noja; quindi anche coi muli e coi loro condottieri. Ordin dunque una sosta; ed ascese nella lettiga, dove, se non trov la dolce beatitudine e la sognata gloria di poco prima, gust almeno un po' di quiete e di inerzia.
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Giunto a Pavia, fece far alto, e discese; dopo due ore di moto passivo, trov commodo il lastrico delle vie ed opportuno un passeggio per sciogliere le membra indoglite. Bucefalo gli venne ricondotto a casa il giorno seguente. Il padrone, accorrendo a visitarlo nel suo stallino e trovandolo fuor del consueto tondo e lucido di pelo, riconobbe che l'amico non aveva desinato il giorno prima alla solita greppia, e se ne rallegr di cuore. Ma poco dopo, quando fece appello a' suoi garretti ond'essere condotto per citt, s'avvide che ei non poteva servirsi che di tre soli: al quarto pareva che scottasse il terreno. Da quel d, il vecchio e fido servitore pass allo stato di riposo; conservando lo smilzo onorario di un po' di paglia.
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A Campomorto e fra il servidorame del principe l'avventura del medico aveva destato un po' di ilarit. Quella giornata lasci memoria di s; e per un pezzo, quando voleva darsi la buona andata a un guastamestieri, gli si diceva che tu possa fare il viaggio del medico.
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Torniamo ancora per poco a Campomorto, dove ci rimangono a compiere due officii; pietosi entrambi, ma di una indole assai diversa. L'uno ci guider ad assistere agli estremi onori resi a Maffiolo, il martire secreto dell'amore di patria. L'altro ci avviciner alla sua sventurata figlia, e facendocela vedere sola, piangente, infelice, sveglier in noi un onesto desiderio di scandagliare quel cuore, per conoscere la profondit della sua ferita. Disponiamoci ad essere compassionevoli, giacch la sventura ha le sue attrattive e il suo culto. Quando avremo detto l'ultimo vale alla vita che si estingue, consacreremo una parola d'augurio ad una esistenza nuova, che nel dolore rassoda la sua tempra; che per esso attinge un alto grado di maturit e di bellezza.
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Quella bufera che sfior troppo presto una vita saggia ed operosa, non serbando di essa che il modesto profumo della memoria, quella stessa f sbucciare anzi tempo un'altra vita, e, nutrendola di dolore, la costrinse a porgere una troppo doviziosa primizia di virt e di sacrificj: ma ahi pur troppo i frutti precoci annunciano precoce caducit. Raffrontate per tanto queste due esistenze, l'una che chiude, l'altra che incomincia la sua carriera, dica ognuno se quel ramingo, che, dopo lunghi disagi, rientra nel povero ostello dove attende riposo, non  pi invidiabile di colui che n'esce ad un pellegrinaggio pieno di difficolt, senza guida e consiglio, incerto di tutto, della via fin anco; certo solo d'intraprenderla in un mattino burrascoso?
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Il giorno seguente a quello in cui era partito il Conte di Virt, arriv Canziana. Tanta era l'ansia d'Agnesina, ch'ella cominciava a divenire ingiusta verso i suoi inviati, tassandoli di lentezza. Ma non appena ebbe notizia del loro arrivo, l'angoscia scem, o, per dir meglio, cambi di natura, e f cessare ogni proposito d'accusa e di malcontento.
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La fanciulla corse incontro alla buona donna, e prima di rivolgerle una delle tante dimande che aveva a farle, le gett le braccia al collo, e vi nascose il volto e le lacrime. Canziana le rispose dello stesso tenore; e, poich ebbe lasciato libero sfogo alla commozione, rifer in poche parole l'esito della sua gita, assicurando che tutto, compatibilmente colle circostanze, era riescito bene. A prova di ci le disse, che ella precedeva di pochi istanti il convoglio funebre: onde Agnesina si dispose a muovergli sbito incontro.
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I terrazzani di Campomorto, conosciuto il pietoso motivo di quell'inatteso apparire della castellana, si univano ad essa, e ingrossavano la schiera della pia processione. Un religioso silenzio regnava in quella turba; una mestizia profonda, ma non torbida, era scolpita sul volto di tutti. Fino il bisbigliar delle preci era pi sommesso del consueto.
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Canziana, che nella sua vulgare semplicit possedeva tutte le doti di un'anima gentile, pens che nessuna cosa avrebbe recato un'opportuna deviazione al cupo dolore dell'orfana, quanto il racconto di ci che aveva veduto ed operato; racconto non lieto al certo, anzi pieno di acerbe memorie, e, se vogliamo, di dolori, ma sempre pi grato del silenzio, che  la piet degli insensibili e pu essere confuso coll'indifferenza. Narr quindi il disgusto provato al metter piede nella casa dei Mantegazzi; dove, alla santa memoria del giusto, faceva tetro riscontro il sacrilegio degli sgherri di Barnab, che ne favorivano il saccheggio e la distruzione.
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La casa nostra, disse ella con quella solita famigliarit onde faceva sue le gioje e le pene dei padroni; la casa nostra  trattata come roba di rubello; ormai  simile ad un campo mietuto, in cui  lecito a tutti andare alla busca dei rilievi: se vedeste che ruina! le porte sono schiuse, le imposte abbattute, le inferriate storte o svelte.
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Ed era non pi del vero: dopo la catastrofe, i birri erano stati i primi ad invaderla, i primi a frugar nei luoghi pi riposti, ed a far man bassa su quanto capit loro alle mani. Intascarono tutto ci che era, od aveva l'aspetto d'essere di qualche valore: ciascuno trov il proprio conto; tutti condussero quella maledizione con un accordo degno dell'infame mestiere. Quanto poi avanz alla loro ingordigia fu abbandonato alla plebaglia che avida, impaziente, inebriata dalla speranza di bottino, si lanci su quei resti come le belve affamate sopra un ossame.
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Anch'io, ripigli Canziana, misi il piede in quel luogo di desolazione; e come aveva il cuor gonfio e preparato a un grande accoramento, provai in cambio un pi grande conforto nel vedere, che la stanza, in cui giaceva la salma di messer Maffiolo, era stata rispettata. Non gi che quelle anime scelerate potessero sentire vergogna o rimorso nel profanare l'asilo di un defunto. Quando avessero avuto un po' di timor di Dio non avrebbero manomesso la casa e la propriet di un cittadino. Sapete voi chi le teneva in rispetto?... Un piccol numero di popolani, armati per verit di tutto punto, ma pi autorevoli per la parola, che per la forza. Essi facevano la guardia alla porta della cella mortuaria; a chi chiedeva l'ingresso colla voce, davano buone parole; a chi minacciava, rispondevano colle minacce; ai violenti facevano violenza.
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In mezzo a quella buona gente, da cui appresi quanto vi ho narrato, sentii parlare di messere, come del loro benefattore; piangevano essi la sua perdita come voi a un dipresso, o come io; e mi narravano, quasi gi non lo sapessi, chi egli era, e come liberale coi poveri e buono con tutti. Vedete, o madonna, i giudizj del mondo! quei ribaldi del palazzo, perch hanno una divisa, si chiamano giustizia, anche quando rubano e saccheggiano; mentre quei poveracci che esponevano la vita per quella giustizia, che  la vera perch non  inventata dagli uomini, sono tenuti in niun conto, e guai a loro, se non s'accontentano dell'interna sodisfazione d'aver operato per bene. Ma io sono certa che anche a voi, come a me, la sollecitudine di quei buoni dar un conforto, che supera la misura del male cagionato dalla perversit altrui. Qualche volta mi pare (vedete idea strana!) che la persecuzione abbia il suo lato invidiabile; poich essa ci frutta la benevolenza delle anime oneste....
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Dietro a queste parole della buona donna, poteva la donzella sopportare con minore strazio il doloroso carico che s'era imposto. Il silenzio che ne segu non era uno di quelli che facevano paura alla timida affezione della governante. Il volto della dolente dava segni non dubii dei buoni effetti delle sue parole.
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Su di un carro, parato a nero e condotto da due cavalli colle gualdrappe d'egual colore, si elevava il feretro di Maffiolo ravvolto in un'ampia gramaglia, le cui pieghe erano qua e l rattenute da corone di fiori campestri, improvisate ed appese alla coltre nera lungo la via. Dietro il carro camminava un monaco colla stola bruna, fisso lo sguardo sulle pagine di un libro liturgico. Le sue labra, anche durante qualche momentaneo riposo dal leggere, pronunciavano sommessamente le preci dei morti. Seguivalo una folla copiosa e compatta, ma procedente in buon ordine. La diversit dei tipi che spiccava in essa, attestava che v'erano accorse persone di varie classi. Vi si vedevano dei cittadini in cappa e cappuccio, che avevano vegliato la notte, per non mancare a quell'atto di piet; giacch il convoglio staccavasi da Milano un'ora prima dell'albeggiare, onde non dar nell'occhio ai malevoli.
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Ingrossava la turba nel passare pei borghi e pei casali; dapertutto raccoglieva gente pietosa; benestanti, contadini o poverelli; quali attirati da un sentimento di piet, quali dalla memoria dei ricevuti beneficii. Le donne e le fanciulle seguivano a gruppi, e recitavano in comune delle preci, che le prime intuonavano con voce alta, e a cui l'altre rispondevano con un bisbiglio flebile e devoto. I giovinetti si tenevano in coda, onde essere liberi di disperdersi pei campi, a coglier ciclami ed amaranti, e tesserne corone. Nei paeselli, dove la modesta chiesuola possedeva una o pi campane, che era un lusso, al lontano apparire del corteggio, si udivano i tocchi mesti e prolungati del sacro bronzo, che salutavano l'arrivato, e lo seguivano nel suo passaggio; fin quando il villaggio vicino si pigliava alla sua volta l'incarico del funereo annuncio.
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Non era la enfatica parola dei pastori, che sollevasse quella gente a tale atto, e nemmanco la tacita opera dei nemici del tiranno che movesse la folla a protestare contro l'iniquo giudizio di lui; era la libera espressione di un sentimento, che trovava eco in ogni cuore, e traboccava spontanea; come spontanei erano il dolore e la riconoscenza. Da quella turba pertanto prorumpeva involontariamente uno di quei giudizj imparziali e solenni, che decretano all'uomo virtuoso l'immortalit del nome ed un tributo eterno d'affetti: ci che molte volte si chiede invano ai marmi ad alle pompe.
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Qui ne cade in acconcio un'osservazione. Le moltitudini di tutti i tempi, (quelle in ispecie dell'epoca di cui favelliamo) sono rese unanimi e compatte dalla stessa ignoranza. Se emerge fra loro uno spirito illuminato, nessuna meraviglia che la parola di uno diventi volont di tutti. La pretta ignoranza  modesta, docile, riverente; sono le passioni, che la rendono caparbia, presuntuosa, maligna. Una moltitudine ignorante, ma primitiva,  come un'isola sorta di fresco dal mare, che spetta al primo occupante. Se nessuno la fa sua, essa si matura coi mezzi proprj.
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E come il suo sviluppo  regolato dalle leggi eterne della natura, che mirano costantemente ad un solo fine, cos quella turba, che non subisce dominio d'alcuno, opera e giudica con unanimit di azioni e di giudizj, perch la ragione spassionata e vergine che regna su di essa  d'egual indole in tutti, ancorch non sia in tutti valida egualmente. Perci a conforto dell'uomo troppo presto accusato di una perversit, che non  essenzialmente propria della sua natura, si pu asserire, che nei grandi commovimenti le gesta generose sono opera e pensiero di molti; perch la ragione semplice ed istintiva dei pi  buona consigliera: le enormit invece, ancorch perpetrate da molti, hanno nei colpevoli comune la mano, ma non il concetto, e rimontano ad origine s meschina ed ignobile, che bene spesso riesce impossibile lo scoprirla. Il bene  operato per slancio e per esempio dei pi; il male per macchinazione e per avviso di pochi.
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Ci ne spiega il perch quella plebe cittadina e campagnuola fosse s pronta e concorde nel porgere un tributo d'ossequio alla memoria di Maffiolo. In una classe pi illuminata d'uomini, presso cui ogni libera espressione dei proprj sentimenti  legata agli interessi di uno stato speciale, prima di gettare una corona sul feretro di quel cittadino, sarebbesi chiesto come egli vivesse non solo, ma come morisse; se in pace o no colle due podest dominanti; onde il chiamarlo un eroe od un colpevole non doveva dipendere soltanto dal voto libero della coscienza, ma da questa in un coi pregiudizii della casta e dell'educazione; in ossequio quindi al partito cui s'appartiene, ed alle attinenze che torna conto d'accarezzare.  anzi a credere che tutte queste ragioni, deboli ad una ad una, ma potenti se riunite, avrebbero fatto tacere ogni pensiero generoso; sicch vi fosse pi d'uno, che nel cuore lo chiamasse benedetto, mentre col labro lo condannava: perocch il cuore  tutto nostro, e il labro talvolta crede operare per noi, quando gi serve agli altri.
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Fra l'infima plebe all'incontro non si lev questione di sorta; non si chiese come finisse la vita di Maffiolo; bast il ricordare che ella era stata modello di carit e di saviezza. Quel popolo era capace di odio e di disprezzo; ma non sapeva odiare e disprezzare senza una ragione, e meno ancora per forma. Egli non disse: Maffiolo si  tolta la vita; ma pens ch'ei l'aveva sacrificata per far salvi tanti buoni, come lui; pens ch'ei non faceva getto di un'esistenza strema ed infelice; ma rinunciava a giorni vegeti e ridenti, all'amore di sua figlia, all'affetto di tutti i buoni....
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Se quel popolo avesse torto o ragione non  nostra assunto il ricercarlo. Certo  che ogni anima gentile si sentir pi inclinata a perdonargli questa colpa, se  colpa, che non ad applaudirlo, quando, invaso dalla ferocia degli inquisitori, assisteva con gioja delira allo spettacolo di vedere ardere i paterini e gli scomunicati.
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Agnesina si condusse, o meglio si trascin incontro al corteggio, reggendo gli spiriti colla forza della volont, e facendo violenza al suo dolore pronto ad erumpere in un pianto convulso. Ma quando vide da lungi la folla, e distinse il carro funebre che la dominava, prov una stretta al cuore s repentina e dolorosa, che credette morirne. Una vertigine rapida le attravers la mente; e, rotto d'un tratto il filo delle idee, vi sparse un bujo improviso. Non sapeva dire a s stessa se gli occhi perdevano la facolt visiva, o se gli oggetti circostanti le si dileguavano dinanzi. Il suolo pareva mal sodo ed oscillante. Mille suoni le ferivano l'orecchio, e vi si confondevano in un tintinnio doloroso. Appena ebbe tempo d'interrogare s stessa, se il mondo si sfasciava, o se ella moriva. Ma la crisi fu passaggera, tanto che soltanto se ne avvide l'affettuosa compagna, la quale a quel pallore e all'arrestarsi subitaneo, prevedendo che potesse accadere, stese un braccio a sorreggere la dolente, e le disse piano all'orecchio coraggio, mia figliuola.
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Agnesina infatti ritrov sbito la sua fermezza. Ridonato l'equilibrio ai sensi ed alle facolt, prosegu il cammino fino ad incontrare il convoglio. Passando vicino al carro, sollev un lembo del velo che copriva il feretro, lo baci, e lo inumid delle sue lacrime; compiendo quest'atto colla sobriet dignitosa che si addice ai veri e profondi sentimenti. Quando ebbe raggiunto la folla, volle confondersi con essa; ma la turba riverente le fe' largo; unico atto d'ossequio, che in quel punto poteva essa porgere alla nobilt della persona e al pi nobile prestigio della sventura.
Quando il convoglio giunse a Campomorto, ed entr nel castello, la corte era stivata di gente come il giorno prima: ma quanto ne era mutato l'aspetto! Quanto  pi solenne lo spettacolo del dolore, che non quello del fasto!
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Il resto di quella cerimonia segu cos mestamente com'essa era incominciata. Tutto fu decoroso e solenne, perch tutto era spontaneo; perch il pi bell'apparato consisteva nel numeroso accorrere dei fedeli, nella concorde loro piet, nell'unanime compianto.
Agnesina, a tante prove d'affetto, sentiva crescersi le forze necessarie per reggere fino all'ultimo. Vide calar il feretro dal carro e trasportarlo nella chiesuola; assistette alle preci dei sacerdoti e a quelle dei fedeli, vide piovere tre volte sulla bara la rugiada d'acqua benedetta; e coll'occhio e col cuore franco d'ogni umana debolezza, lo accompagn nell'estremo suo passaggio alla cella mortuaria; davanti alla quale venne per l'ultima volta invocata la requie eterna dei giusti su lui e sulla compagna, che vi riposava da oltre tre lustri.
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Ma avviene sovente, che assistendo allo sviluppo di un fatto, di cui  impossibile il non prevedere la fine, ci lasciamo vincere da circostanze, che pure dovevano essere accolte da noi come una conseguenza od un accessorio di quanto gi conosciamo. Cos fu questa volta. Agnesina aveva subto tante e ben difficili prove; e ne era escita trionfante. Da quando ricevette l'ultimo addio di suo padre, tutto in lei e per lei era stato dolore. Eppure superava s stessa, e al crescere dell'avversit, senza far violenza alla delicata fibra del suo cuore, sapeva rinvigorirlo d'una coraggiosa fermezza. Ma un fatto, a cui doveva necessariamente assistere, il cui carattere speciale era quello d'essere l'ultima parte della mesta cerimonia, le fece perdere il frutto di tanta costanza.
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Compiuto il rito, il popolo sfilava dalla chiesuola, e i manuali accorrevano per calare il coperchio dell'avello. Quella operazione produsse sull'animo della fanciulla un effetto non doloroso ma terribile; le parve che una voce spaventevole le annunciasse la inesorabile parola: tutto  finito. Lo strazio, che ne prov, fu s acuto e crudele, che non pot sopportarlo: e prima che invocasse un'altra volta l'ajuto delle sue forze, queste l'avevano abbandonata del tutto.
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E perch ci? Fin tanto che quella spoglia era sotto a' suoi occhi, il pio officio d'accompagnarla, di vegliarla, di pregare per essa era il sguito delle cure affettuose che la figlia prestava al genitore. Quell'avello di marmo chiuso e suggellato dallo stesso suo peso, glielo toglieva per sempre. Da quel punto, ella sent tutto il dolore d'essere orfana e sola sulla terra. Se nell'estasi delle sue religiose aspirazioni l'aveva per un istante dimenticato, quel fatto glielo ramment crudelmente. Questa  cosa che vediamo ogni giorno. Quante persone addolorate, che con piet pari al coraggio raccolsero l'ultimo respiro di un diletto morente, cadono in un eccesso di dolore disperato, quando l'inerte spoglia vien tolta dalla coltrice, o trasportata dalla casa! Quanti non reggono alla vista di veder buttare su di essa, quasi fosse un oltraggio, la prima palata di terra!
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Agnesina fu trasportata priva di sensi nelle sue stanze e deposta sul letto. Accanto ad essa, coll'amorosa trepidazione di una madre, vegliava la governante; e intanto che faceva prova di cento rimedii, pregava il cielo, e piangeva a calde lacrime, poich poteva farlo senza essere veduta. L'ultimo dei farmaci ebbe il merito della riescita; quel merito che a nient'altro era dovuto, fuorch ad una spontanea crisi indotta dalla robusta costituzione dell'inferma.
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Quando Agnesina ricuper i sensi, il giorno volgeva al tramonto; ma la luce era scemata, non tanto dall'ora tarda quanto da un uragano, che si scatenava improviso e terribile. Ad un'anima gi oppressa da tanti dolori, quello spettacolo era un fatale sopracarico di mestizia. Ma Canziana, nel vedere tornare alla vita la sua diletta padrona, respir liberamente; e rinviate le lacrime, che da qualche ora trovavano facile corso dal cuore agli occhi, ringrazi il Signore, che aveva esaudito le sue preghiere.
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La fanciulla risvegliandosi cercava invano di raccogliere gli sconnessi avanzi delle sue memorie: i sensi, resi pi irritabili dal protratto riposo e scossi bruscamente dall'intermittente guizzar del lampo e dal rombo del tuono, non le porgevano alcun ajuto nella ricerca. Colla scorta di quella luce sinistra, vide per chi le stava a fianco, ed alzate le braccia, cerc stenderle verso colei, forzandole ad un amplesso. Lo prevenne la buona donna, e, chinatasi alquanto, raccolse l'affettuosa stretta, dicendo sommessamente e col solito tono di famigliarit:
Come state, figliuola mia?
Ho la testar greve, e confusa: dimmi Canziana, che  avvenuto?
I vostri occhi si chiusero.... quando fu chiuso.... e non soggiunse altro; ch non ebbe cuore di pronunciare la parola.
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A questo solo detto, la mente di Agnesina si scosse dal suo letargo; le idee ripigliarono un corso ordinato, sorvolando gli eventi. In tutta la sua vita Agnesina aveva tenuto in gran conto l'amore della sua governante; operoso e vigile amore, che sapeva trovar sempre il mezzo per conciliare il dovere coll'indulgenza. Ma quanto pronto era il cuore di Canziana a compatire e a perdonare, altretanto il carattere docile e la naturale saviezza della fanciulla lasciavano fin qui inoperosa una s buona disposizione. A mente scarica, come era Agnese nel seno della sua famiglia, non aveva mai chiesto al cuore di Canziana alcun conforto, come non le aveva mai affidato alcun secreto. Ora le cose erano mutate d'assai. Quasi non bastasse la terribile sciagura del padre, la fanciulla aveva un'altra spina nel cuore; n poteva farne tacere il rammarico, n condannarne le insistenti memorie, poich quelle due ferite avevano alcun che di comune fra loro; l'una doleva di consenso coll'altra.
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Gi prima d'ora le cadeva in mente d'aprirsi colla buona compagna. E il prometterlo e l'eseguirlo le parevano la pi facile cosa del mondo. Ma all'istante di intonare il discorso, qualche nuovo ostacolo la consigliava a ritardar la confidenza ad altro momento Tale dubiezza si presentava ad Agnesina come una tacita accusa; invano ella si sforzava di ripigliare la sua ordinaria sincerit; ad ogni istante le sembravano crescere le ragioni per contenerla.
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Erano le cose a questo punto, quando il fortuito indirizzo di un dialogo la colloc rimpetto a Canziana in posizione s nuova e compassionevole, da farla credere degna di tutta la sua indulgenza. Questa volta non le fu d'uopo d'invocare coraggio; n'ebbe pi del bisogno. Le sue parole furono qualcosa meno di una franca confessione; qualcosa pi di un vaniloquio involontario, provocato dalla febre, ma veritiero.
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51.
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Quale rumore  mai questo! chiese Agnesina trasalendo ad una forte detonazione.
Gesummaria! riprese l'altra, deve essere scoppiata la saetta; che Dio ne guardi. E si strinse alle coltri, e fece il segno della croce.
Una volta anch'io tremava dell'ira degli elementi.... Ora v'ha di peggio al mondo....
Figliuola mia, chi ha la coscienza netta come voi, non deve aver paura. Il Signore non vuol far male alle sue buone creature.
Canziana, tu parli da quella santa donna, che sei; ma o non mi comprendi, o per piet di me non mi rispondi a tono Solo alcuni giorni fa io era innamorata della vita, e tremava d'ogni nonnulla che la minacciasse. Ora il gran male, se Dio mi chiamasse.... Solo mi dorrebbe per te, mia buona amica....
Vergogna! alla vostra et... con ogni ben di Dio... Non vi fate sentir pi a ripetere di tali spropositi; o ne andr in collera.
No, hai troppo buon cuore per sentirti offesa di quanto ti ho detto Se fossi padrona di scegliere tra il vivere con te o col mio povero padre, che mi consiglieresti tu di fare?

Di far la volont di vostro padre, stando con me; rispose francamente Canziana eludendo la dimanda con un bisticcio. La giovent non cura la vita: tocca a noi, che sappiamo cosa essa vale, a sconsigliare la colpevole noncuranza di questo dono del cielo. Se la tempesta ha schiantato l'albero grosso, doppia ragione di tener custodito il rampollo che gli cresce vicino.
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Dio mi perdoner se non so apprezzare come si deve questo dono della vita. Comprendo che sono intolerante de' miei dolori, e che non so ricevere la sventura come una prova della predilezione del cielo. Io piango anche su me; perch non so essere rassegnata: io dispero, o amica, di veder restaurato il culto de' miei domestici affetti. Imploro solo la forza per soffrire; imploro nuove lacrime da versare. Quando era bambina tu m'hai insegnato che i felici del mondo ignorano quale sar il dimani. Fatale privilegio degli sventurati! essi lo sanno. S;  facile che d'improviso la fortuna ne volga le spalle e cangi le gioje in pianto;  impossibile che ella ci ridoni d'un tratto co' suoi favori il perduto sorriso.
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Dimani, diman l'altro, fra un mese od un anno, io sar sempre l'orfana d'oggi; nessuna cosa al mondo avr occupato il posto vuoto del mio cuore; nemmeno la potenza celeste mi render le carezze di mio padre, il conforto delle sue parole, la guida de' suoi consigli. Tu gi ti prepari a dirmi, che il tempo  rimedio a grandi mali. E che vuol dir questo? forse che il mio male cesser d'essere grande per ci? o non piuttosto che le mie forze cadranno esauste sotto il suo peso, e che le fonti delle lacrime saranno inaridite?
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O Agnesina, proruppe la governante con un accento di angoscia inesprimibile, o figliuola mia, non parlare cos. Quel che voi dite sar vero, perch l'avrete letto ne' libri; ma, credetelo in nome di Dio, che il vostro dolore  ancora pi forte della vostra disgrazia. Doletevi, piangete, pregate; ma non rinunciate alla speranza. Io sono una povera donna; ma ho del cuore, e quello che esso mi detta mi pare giusto come le parole scritte nei libri.
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O Agnesina, il cuore non dice a voi, come a me, che gli antichi affetti vivono ancora? piangete la morte di vostro padre, perch non vi  dato di vederlo, di ascoltarlo; ma non sperate voi di sentirlo, o meglio non lo sentite voi gi nel fondo dell'anima vostra, come pi volte udiste la voce di quell'anima santa di vostra madre? non avete voi fede, o Agnesina? Ebbene: ogni volta che il cuore vi inspirer una buona azione, voi avrete udita la parola di lui: ogni volta che la manderete a compimento, potrete dire d'aver seguito i suoi consigli. Se i nostri cari ci abbandonano morendo, noi possiamo seguirli colla fede e colla preghiera. V'ha dei santi, non  vero, che vegliano alla salute dell'anima nostra? chi ci ha amato tanto quaggi, potr obliarci nel seno di Dio?...
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Questi detti, pronunciati con un accento amorevole, produssero sull'animo di chi li ascoltava il desiderato effetto. Agnesina avrebbe voluto rispondere, ma la commozione le toglieva la parola; lev lo sguardo, e fiss la donna con occhio non fosco ed asciutto come poco prima; una lacrima le spuntava sul ciglio, e la fronte, senza far onta al giusto dolore, s'era alquanto rasserenata. Canziana, con un trasporto di tenerezza materna, v'impresse un bacio; e, scorgendo che le sue parole erano state efficaci, pens d'insistere nell'uso del rimedio, associando alla potenza de' suoi affetti, l'autorit dell'altrui dottrina.
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Interpret il tacere della fanciulla come un invito a parlare; e si valse di esso per ripeterle un racconto, che aveva udito in altri tempi, e della cui sapienza aveva fatta la prova in simili occasioni.
Avr sempre in mente finch vivo, ripigli ella, le parole di Fra Paolozzo da Rimini. Quel santo, (ne avrete ben sentito a parlare anche voi?) che passava l'intera quaresima predicando, senza toccar cibo di sorta, e non nutrendosi che d'acqua e di orazioni19.
Agnesina f cenno col capo di sapere di che si trattasse.
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Era il d dei morti di non so quale anno; io aveva di recente perduto un fratello, al quale volli ogni ben mio; povero Arrigo, egli era una perla. Il caso o, per dir pi giusto, la providenza, mi fece capitare in una moltitudine, che cogli occhi rivolti in su e colle labra spenzolate, tutta mesta e compunta, ascoltava la parola del Signore dispensata da Fra Paolozzo salito sul pulpito. Quelle parole, che allora e poi nei molti travagli della vita furono la mia consolazione, s'attagliano mirabilmente al caso nostro.
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 una parabola s chiara, che ognuno la comprende di volo. Due prigionieri, diceva il frate con un linguaggio pi acconcio del mio e avvalorato da testi latini che io non seppi ritenere a memoria, vivevano insieme in un carcere comune. La storia non dice perch vi si trovassero, dice solo che un bel d il principe, ricordandosi di quei due infelici, pens di far grazia ad uno e lo fece porre tosto in libert. Credereste? il prigioniero scarcerato abbandon a malincuore le sue catene, dolendosi di lasciarvi il suo compagno.
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Figuratevi l'altro! Costui, rimasto solo, sent raddoppiarsi il peso de' suoi ceppi; la pena gli divenne d'improviso insopportabile; ei piangeva, piangeva giorno e notte, negando a s ogni conforto ed ogni speranza. Ma la cosa non and sempre ad un modo; in capo a pochi d, lo sgraziato s'avvide, che il libero amico non lo aveva posto in oblo, e che la libert di lui gli tornava assai pi utile che la sua compagnia. Infatti per opera sua penetrarono nel carcere i mezzi di menar meno stentata la vita; ebbe per lui di che far schermo ai bisogni, e trarre conforto nella solitudine; finch venne il d, e quel d non fu lontano, che per intercessione dell'amico si vide ridonato alla libert, e franco da ogni pena.
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Ora comprendete voi il significato di quest'esempio? La prigione  la vita umana; il prigioniero scarcerato  l'uomo che muore; quel che rimane e piange,  l'imagine del superstite. I conforti che gli vengono portati in carcere sono le sante ispirazioni e il patrocinio dei poveri morti; e la libert acquistata per intercessione dell'amico  il dono del cielo di morire nel Signore.
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Per una povera donna come Canziana, che seguiva la corrente dei pregiudizii, e che non sempre era felice nel riconoscere la verit in mezzo al guazzabuglio di errori di quel vulgo e di quell'epoca, uno squarcio s bene appropriato era una prova di fino accorgimento: molto pi che ella non sapeva, come sappiam noi, che il male d'Agnesina non veniva tutto da una sola cagione. Ma siccome avviene talora, che un rimedio impropriamente applicato alla guarigione di male ignoto, pur giova all'infermo, mettendo in evidenza la causa secreta dei suoi dolori e la via pi acconcia a calmarli; cos quelle parole, bench rispondessero imperfettamente ai bisogni d'Agnesina, destarono in lei, coll'antica fede, il coraggio tutto nuovo d essere schietta, e le offrirono l'unico mezzo di riconoscere meglio il suo male e di applicarvi il vero ed efficace rimedio.
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52.
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Io dunque, proruppe Agnesina con uno slancio di devoto affetto, io pregher il mio santo protettore, che m'ottenga il perdono del passato, e vegli su me per l'avvenire. Far ciecamente quanto esso mi inspira; nulla mi sembrer grave, quando mi venga consigliato da lui. In lui trover i mezzi a raggiungere il pi difficile intento.... E quando pure mi si chiedesse d'obliare.... ci che ora vive ed arde nel mio cuore, io sapr farlo, se egli mi ajuta....
Voi parlate di perdono, chiese meravigliata Canziana, ma perdono di che?... Che mai avete voi a fervi perdonare?
M'amerai tu ancora e sempre? ripigli Agnese con un accento, ancor pi del solito, amorevole.
Voi mi fate paura... Dubitate forse del mio affetto?
No, Canziana, no.... questo  impossibile.
Ma in nome di Dio...
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Uno scoppio di pianto aperse il cuore ed il labro di Agnesina ad una schietta rivelazione di tutto ci che aveva nell'animo. E quanto ella era stata timida nel tentare la prima confidenza, altretanto divenne poi sicura e fiduciosa nel procedere in esse. Il suo cuore non avrebbe mai adottato una mezza misura. O inghiottir tutta e tacere; o far partecipe di tutto l'amica e parlar schiettamente. Raccont, come noi e meglio di noi, tutta la storia de' suoi affetti. Dall'istante in cui richiam i sensi smarriti del conte e ne ud la prima volta la voce, scendendo mano mano a quello in cui ricevette il suo addio, tutto disse, tutto svel con una purezza di linguaggio, ed un abbandono di cuore, che invano avremmo noi tentato d'infundere nelle nostre parole.
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Canziana, nel disporsi ad ascoltarla, prov quel vago terrore, quella penosa incertezza, che risentiamo nell'aprire una lettera suggellata a lutto. L'alta stima che ella nutriva della mente e del cuore d'Agnesina era una valida ragione per consolarsi: ma quell'esordio l'aveva mal disposta. Teneva quindi dietro al racconto col desiderio d'essere presto alla fine, quasi fosse trascinata sur una via malsicura, dove ad ogni pi sospinto temesse agguati ed insidie. E intanto ascoltava; e ad ogni fatto riposto nel novero delle cose innocenti, metteva un respiro pi libero. Cos, fra il timore e l'incertezza, giunse alla fine, senza incontrarvi alcuno dei sospettati scioglimenti; e come prima aveva moderato le apprensioni, fren poscia la contentezza; perocch il mostrarsi troppo lieta del suo inganno era quanto dire: io pensava meno bene di te, figliuola mia.
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Il male (se pure v'era male) non si palesava dunque dalla natura dei fatti per s innocentissimi, ma dal modo di narrarli; poich le parole d'Agnese tradivano la passione. Canziana il comprese; e nel mentre si rallegr al veder ridotta in salvo la virt della fanciulla, dovette deplorare la pace di lei conturbata, e quella consapevolezza del male, che  un primo e lieve offuscamento dell'innocenza. Ma tenne anche questo pensiero dentro di s; concludendo che male proprio non c'era; o che se ci fosse, abbondavano i mezzi per guarirlo. E l'unico sovrano rimedio anche per ci doveva essere, secondo lei, il tempo.
Comprendi ora la mia situazione, ripigli poco dopo Agnesina, e mi compiangi. Colui che io amo e posso amare mi abbandona; rimane quegli che io debbo cancellar dal mio cuore. Non ho io ragione di pregar il Signore che mi faccia tener dietro a mio padre?
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Canziana ebbe il buon senso di non procedere con zelo soverchio nel suo officio di consolatrice, propinando alla desolata, malgrado suo, il balsamo indigesto delle frasi ordinarie, che si usano in simili occasioni. Il primo, il pi gradito conforto che possiam dare a chi soffre,  l'assicurarlo che comprendiamo i suoi mali, e ci associamo a lui nel dolore. Solo quando l'animo  pi riposato, riesce opportuno il dar mano a quei rimedj che lo rassodano nella toleranza, e gli crescono forza per lottare contro l'avversit. Era notte avanzata, e le due donne discutevano ancora su tale argomento. La fanciulla provava un senso di dolore non scevro da qualche diletto. E quel diletto, diciamolo, non nasceva soltanto dallo spontaneo obedire all'impero del cuore, i cui sentimenti per una forza espansiva loro propria cercano l'equilibrio nei cuori omogenei, ma veniva cresciuto dalla necessit di ripetere un nome caro, e di richiamare su di esso il rispetto e l'amore della compagna. Questa, nel concederle tale sfogo, aveva di mira di procurarle un sensibile alleviamento; e pi ancora di accaparrare per s e per l'avvenire l'intera sua fiducia.
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La buona donna non rassomigliava a coloro che, nello scorrere un libro, succhiano la sapienza da quel foglio soltanto, che hanno dinanzi agli occhi. Canziana tornava indietro sovente nel leggere quel libro che si chiama la vita; ed evocava la sua stessa giovent, per ricordarne i piccoli travagli, e con essi le gradite consolazioni delle amiche, e sopratutto l'indulgente piet della madre. Nell'amare Agnesina, ella non rinunciava al vanto di meritare questo nome dolcissimo.
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53.
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Se a tener viva la discussione non fosse bastata l'indole del soggetto, v'avrebbe contribuito l'opportunit del momento. L'intemperie, ben lungi dall'essere sedata dopo uno sfogo di molte ore, pareva ripigliare con maggior impeto. E ad ingannare l'insonnia e lo spavento cagionati dalla terribile armonia della bufera, nulla era pi conveniente alle donne, che lo star vicine vegliando e conversando. Era poco lontana la mezzanotte, quando in un istante di silenzio, parve ad Agnesina udir battere al portone del castello.
Che ? disse ella, stringendosi nelle spalle con un moto di sorpresa, e stendendo in avanti la destra per invitare la compagna a stare in ascolto.
Pochi minuti dopo si fece udire un raddoppiamento di percosse forti e concitate; alle quali risposero i mastini di guardia.
Chi pu essere? sclamarono all'unisono le due donne dando al sbito terrore la forma di una oziosa interrogazione. Ognuna ricordava la visita fatale di tre notti addietro.
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A quest'ora, e col tempo che fa!... soggiungeva Canziana, facendo una pausa assai significativa: e stava in attenzione per indovinare che avvenisse, ma il ripigliar del vento eludeva ogni ascolto.... Scommetterei, ripigliava essa, che il portinaio preso dal sonno non avr udito, e che appena desto sar pi sollecito ad aprire che a domandar chi . Che Dio ne guardi.
In quella penosa aspettativa surse fra le interlocutrici una gara di ragionamenti per rinfrancarsi a vicenda. L'una tentava di combattere i timori dell'altra, provando non gi chi potesse essere il misterioso ospite, ma chi per certo non era. Un famiglio? no: un viandante? si sarebbe indirizzato all'ospizio dei pellegrini... Neppure un uomo a cattive intenzioni, poich non avrebbe posto l'allarme in tutto il castello colle sue chiamate. Quanto a ci, le ragioni erano buone, ma non sufficenti a calmare del tutto le apprensioni! le intenzioni di malvagi, pensava Canziana, sono torbide ed incommensurabili come l'acqua di una pozznghera.
Zitto, sclam sommessamente la donzella accompagnando la parola col gesto; non m'inganno; non odi tu lo strepito leggero di una pedata che monta i gradini della scala interna?
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Canziana faceva cenno di s; ma forse non udiva altro che il martellare del suo cuore. E in quella sospensione d'animo, che si propaga fra i timidi e pu diventare un delirio come il coraggio, si avvicinava alle coltri della fanciulla, e vi si stringeva; poi cercata una mano di lei, serrandola nelle sue fortemente, pareva volesse dimandare e promettere soccorso.
Ma quando l'incognito penetr nella camera vicina, ogni sospetto dilegu. Il rumore di quei passi era noto; noto il bussare alla porta, amica la voce che chiedeva il permesso d'entrare.
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La donna del portinajo, mentre questi proverbiava l'arrivato tassandolo d'importuno con un brontolare sottovoce, aveva l'incarico di salire alle stanze di madonna, e di riferirle che una persona venuta da Milano mostrava gran premura di parlare a lei, il pi presto possibile, di cose d'alta importanza.
Canziana, come  ben naturale, rispose non essere quello n momento, n modo di fare ambasciate; chiunque ei fosse, attendesse.
Tale risposta era preveduta, poich l'intermediaria l'interruppe soggiungendo: abbiamo parlato dello stesso tenore anche noi; ma l'incognito, che a mio giudizio bench burbero ha la ciera di un dabben'uomo, prese la parola per dirci: che quando madonna sapr di che si tratta, stimer essa pure che per riferire di tali cose non si vada negli scrupoli sull'ora e sul commodo di chi deve ascoltare. Chi ha tempo non aspetti tempo, e chi vuol star meglio pigli i passi innanzi. Io m'incamminava per riferire tutto ci, quand'egli mi fece tornare indietro per aggiungermi: che egli non avrebbe incommodato madonna, se altra persona venisse da lei incaricata d'ascoltarlo in sua vece. Quando fosse certo che le sue parole erano arrivate all'orecchio della figlia di messer Maffiolo, egli si sentirebbe la coscienza scarica, e non avrebbe altro a chiedere.
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Ma perch non disse tutto a voi a dirittura? dimand Canziana?
Perch, rispose la donzella, ei s'aprir meglio con te. Va sbito, ascoltalo; e corri poscia a riferirmi che hai inteso. Il cuore mi dice che la previdenza non ci abbandoner.
Canziana non si fece dire due volte d'andare. L'invito di un incognito le era sembrato un comando odioso; il comando d'Agnesina le parve una affettuosa preghiera: ella vol tosto ad esaudirla. Ma giunta al luogo del ritrovo, appena ebbe fissato l'incognito, lo riconobbe per un antico cliente della casa, un protetto di Maffiolo, un di quei pochi che le avevano giovato nella sua corsa recente a Milano. S'affrett quindi a porre un termine alle importune sofisticherie del portinajo, salutando cortesemente l'arrivato, e invitandolo ad entrare in un salotto terreno; dove, per essere sola, sped il portinajo, divenuto pi mansueto ma non meno curioso, a cercar legna onde accendere un buon fuoco, ed a provedere checch si trovasse per una pronta refezione.
Rimasti soli e postisi entrambi a sedere, Canziana gli volse la parola: Che abbiam di nuovo, Ginotto? Costui gir lo sguardo intorno, quasi temesse d'essere spiato; poi con quella voce sommessa, che  il veicolo dei secreti importanti: Dite a madonna, rispose, che prima dell'albeggiare faccia in modo d'essere fuori da questo castello, e lontana da Campomorto quanto  possibile.
Perch? chiese l'altra con spavento,
Dite a madonna che non metta tempo di mezzo.
Ma in nome di Dio, che mistero  questo?
Ho fiutato l'aria che spira dai covi della Rocchetta. La cella di messer Maffiolo  vuota; e il signor Barnab vuol rifarsi dell'ospite fuggiasco. Egli annasa da lontano, il sapete.
Ma qui non siamo vassalli del signor di Milano.
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Il popolano sorrise con amarezza, e dove sono i confini, ripigli, dove i soldati e i giudici del Conte di Virt?  forse la prima volta che il Visconti di Milano comanda in casa del Visconti di Pavia? Colui mena colpi a dritta e a manca, poi dice: il Papa ve li levi da dosso se pu. Fa debito coi vicini, li confessa, e li salda a suo modo. Per carit, non mi fate dir altro. Qui non siamo a Milano, ma gli artigli di Barnab arrivano fin qui, ed oltre, se ei li spiega e li arrota.
Voi mi mettete i brividi. E che dobbiam fare dunque?
Ve lo dissi. Svignare a tutte gambe, senza dir motto, e tosto.
E dove?
Dove meglio v'aggrada; purch nemmen l'aria lo sappia.
Ma alla fin fine, che male si oserebbe fare a madonna? Quali sono le sue colpe, i suoi torti?
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Che Dio vi perdoni la vostra caparbiet. Ahi, tristo assunto il drizzar le gambe ai cani! Dovrei dirvi: restate e vedrete; ma non ho cuore d'esporvi a subire una lezione troppo severa. Voi dovreste sapere come vanno queste bisogna. Il signor Barnab, voi dite,  troppo alto birbone per spendere le sue forze in queste inezie; lo credo anch'io. Ma quando  in vena di far caccia, lascia scapricciare i segugi anche sur un carcame di leprattino, onde apprendano il mestiere. Egli avr detto a' suoi sgherri: Campomorto  roba di rubello, fatene quel che v'aggrada, ve lo do a cttimo. Lasciate la roba a costoro; ma voi fuggite, perch, se trovassero qui madonna, andrebbero superbi di presentarla al loro padrone, come il pellegrino, che vien da terra santa, una reliquia.
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Santo Iddio! ripigli Canziana, quel che mi dite  pur troppo assai probabile. Se vi ho messo avanti qualche difficolt, non  che dubiti delle vostre parole;  che, per togliere madonna dal letto ove giace indisposta, e metterla sur una via nel fitto della notte e con un tempo s indiavolato, ci vuole una ragione forte. Questo che voi mi dite lo  fatalmente; lo , e d il tratto alla bilancia. Andr dunque da lei, e le racconter il tutto. Poveretta!... intanto voi asciugatevi, e pigliate qualche ristoro. Dio vi ha bene ispirato, ch'egli vi rimuneri della vostra buona azione. Ed avviandosi a fare la dolorosa ambasciata, ripeteva fra s oh Signore Iddio che mare di disgrazie! quanti accoramenti! O vergine santa, ajutateci voi... e framezzava le invocazioni coi sospiri.
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CAPITOLO OTTAVO.
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54.
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Quella notizia cos inattesa e cos grave aveva provocato in Canziana una certa tendenza all'incredulit, che parebbe attestare coraggio: ma in fatto non era essa che l'istinto di mercanteggiare colla ragione qualche appiglio ad illudersi, onde acquetare gli spiriti e provedere. Le cose poi erano condotte a tal punto, che, se anche una pi autorevole persona fosse venuta a distrugger le dolorose impressioni di quella notizia, narrandone altre d'indole opposta e pi autentiche, ella non avrebbe mai sconsigliato Agnesina dal pigliare il partito sicuro. Restava a porre in discussione la scelta del luogo; ed  appunto questo, che impegn il pi vivo discorso fra le due donne.
Agnesina, all'udire quanto le veniva imposto, sclam piangendo: Mi si vuol togliere anche il conforto di vivere nella casa de' miei maggiori; ebbene, me ne andr; almen dopo non si avr pi nulla a dimandare a questa sgraziata famiglia.
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Coraggio, madonna, coraggio, le diceva Canziana che non ne aveva punto. Obediamo all'avviso, e partiamo.
Ma dove, e quando?
Il quando lo so; perch mi fu detto. Partiam tosto.
A quest'ora, con nessun'altra guida che quella dei lampi; colle strade quasi impraticabili, con una notte, in cui l'ira del cielo pare scatenata su noi!
Canziana accompagnava queste parole con un chinar del capo, che voleva dire approvazione; ma ad un tempo si stringeva le spalle con un altr'atto ancora pi significativo, che valeva quanto il proverbio: bisogna fare di necessit virt.
Tu mi fai coraggio a partire; ebbene si parta disse risolutamente Agnesina balzando dal letto, ed abbigliandosi. Sar quel che Dio vuole, affidiamoci a lui.
Rimane a decidere un'altra cosa: dove andrem noi? chiese la compagna.
Alla fanciulla venne in mente Pavia; e si arrest sulla sua idea con qualche compiacenza. Ma non os tradurla in parole; sperando forse che Canziana potesse da s e spontaneamente far cadere la scelta sullo stesso luogo. Questa taceva e meditava e, per verit, fra le sue proposte, Pavia sarebbe stata indubiamente l'ultima.
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Pi lungi da Milano che sia possibile, prese a dire Agnesina, volendo indurre la compagna a proporle quanto essa avrebbe preferito.
S, per certo; onde non correr rischio d'incontrare la masnada. Vengono essi dalla Pieve; noi li precederemo a Pontelungo.
Io non ho parenti o conoscenze da queste parti, e poi se ne avessi.... dar loro degli impicci, e trarli nella corrente delle mie disgrazie: me ne guarderei bene. E in dir ci la povera fanciulla aveva ancora il suo secondo fine: ch, a forza d'esclusioni, pensava di trarre la consigliera nel suo avviso. Ma Canziana era o pareva essere di una ingenuit incorreggibile; perch pensava sul serio al ripiego, e non aveva pel capo altro cruccio che quello d'arrivare a mettere la sua padrona in salvo da' pericoli di qualunque genere.
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Agnesina era fanciulla a forti passioni, a volont deliberata, a fermi propositi; accarezzando il progetto che la ravvicinava al Conte di Virt, non faceva che obedire ad un moto imperioso del cuore: ma essa non era meno docile agli avvisi altrui, e facile a dubitare di s stessa. Impieg pertanto ogni astuzia feminile, onde mettere innanzi agli occhi di chi la consigliava ci che ella avrebbe bramato di sentirsi proporre; ma non volle dir tanto, che altri potesse indovinare il suo secreto; anzi, malcontenta d'aver troppo osato, prefer di rimettersi per intero ai consigli di Canziana, fidando interamente nell'affetto e nella consumata esperienza della buona donna.
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Forse Canziana indovin tutto; ed ebbe il gentile pensiero di tener lontana ogni discussione, onde non spingere la fanciulla a dir ci che ella poi avrebbe dovuto combattere. Non permise quindi che Agnesina errasse pi a lungo nell'incertezza; e, posto in campo un ripiego, lo sottomise alla decisione della fanciulla, colla schietta serenit di chi fa una scoperta, pi unica che bella.
Oh to'! una felice idea, sclam ella, percuotendosi leggermente la fronte, da cui stava per uscire una bella trovata. A due miglia pi abbasso da Campomorto, prima d'arrivare a Vallombrosa, non conoscete voi il casolare di Farinello il mugnajo?
S disse meravigliata Agnesina, fingendo non comprendere a che mirasse l'interrogazione.
Quella stamberga  fuor di tiro d'ogni curioso.
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 certo ripigli l'altra forzandosi a trovar bello un progetto che distruggeva di colpo il suo.  forse l, che tu pensi di condurmi?
Mi pare impossibile, all'ora in cui parliamo e al tempo che fa, trovar di meglio. Quel casolare, chiuso fra due rami dell'Olona,  fuor di strada: chi diamine oser dubitare che in esso stia rinchiusa la castellana di Campomorto?
Hai ragione; non  possibile trovare un luogo pi opportuno e pi sicuro di questo.
V'arriviamo in meno di un'ora: sapete?
Lo credi tu?... tanto meglio.
Di l potremo, quando ne aggrada, spedire gente a vedere che avviene a Campomorto; e staremo sulle guardie.
 vero.
Un altro vantaggio..... Non avremo a dir grazie a nessuno....
Perch tutto sar generosamente pagato, aggiunse la donzella.
Troppo giusto. Ma nell'additarvi l'abitazione di un poverello, non ho scelto a casaccio.  bene che lo sappiate. Il vecchio mugnajo  una nostra conoscenza fin da prima che voi veniste al mondo. Vedrete che buona cera ei far alla figlia di messer Maffiolo, di santa memoria; perch, se il dabben uomo macina pane pei suoi figli, gli  pel merito del vostro genitore, che Dio abbia con s. Senza lui, Farinello sarebbe morto di fame, sapete. Vi conter tutto durante il tragitto; intanto non pi indugi. Fatevi coraggio, madonna; vo a dire a Gianni che appresti la lettiga a due, e torno subito.
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Canziana garriva contro voglia; come suol cantare il fanciullo quando  al bujo, ed ha paura. Per ingannare Agnesina, avrebbe voluto cominciar dal trarre in inganno s stessa. Faceva la disinvolta perch quella scossa riescisse meno aspra alla sua diletta. Ma come poteva infundere ad altri la calma, che non aveva per s? Non appena infatti esc da quella stanza, torn di nuovo la creatura dubiosa e sgomentita di prima; e non fece mistero alla gente di casa, come quella facenda le pesasse sull'animo.
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Le strettezze del tempo, l'ansia e l'urgenza del momento, contribuirono a restaurare quanto bastava le forze di Agnesina. Completamente abbigliata, come richiedeva quel tragitto, avvicinossi un istante alla finestra e tent di far capolino per giudicare del tempo. Un colpo furioso di vento diede un crollo spaventevole alle imposte, ed una spruzzaglia d'acqua le flagell il viso con tale impeto, che per poco non ne fu gittata a terra. In quel mentre, al chiarore prolungato di un lampo vide Canziana, che faceva crocchio coi famigli, e probabilmente dava loro degli ordini. Comprese dai gesti, che tutti gli abitanti del castello erano commossi da quelle notizie: vide che la lettiga era gi collocata sotto il vestibolo dell'uscita; e che un servo s'affrettava ad allestirla.
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Agnesina, ritirandosi dalla finestra poich tutto era rientrato nel bujo, pens far tesoro di quel poco tempo per raccogliere quanto possedeva di pi prezioso, onde sottrarlo alla profanazione degli invasori. Enumer nella mente quali oggetti avrebbe potuto portar via con s, quali altri conveniva nascondere o consegnare in deposito a persona discreta e fuor del castello. Pose tra le prime lo scrignetto degli ornamenti feminili, prezioso pel valore degli ori e delle gemme che conteneva, e pi ancora per le care memorie che v'erano raccomandate. Spettavano quei giojelli a sua madre; e le ricordavano le parole di Maffiolo che, dipingendo le splendide corti d'Azzone e di Luchino, soleva rammentarle i trionfi della pudica bellezza della sua sposa, le gare gelose e le invidiuzze delle rivali. E in portar l'occhio a quel tesoretto le tornava sempre alla mente l'atto cortese, con che suo padre lo ripose nelle sue mani, dicendo: rnati, o fanciulla, di queste gemme, condannate sempre ad essere meno belle di chi le porta.
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Unitamente ai monili, alle collane e ad altri vezzi, riponeva alcune carte, cui ella dava un valore ancor pi grande. Erano lettere di sua madre, canzoni da lei copiate e postillate sul margine, fiori diseccati, farfalle, miniature e nastrini; inezie, insomma, gi guaste dal tempo, ma preziose sempre per le vive memorie, che ridestavano. Solo esit un momento se dovesse riporre fra quelle sacre reliquie un rotoletto di pergamena che, dalla freschezza del colore e dalla consistenza, appariva essere cosa recente. Dubitava Agnesina, e perch? Quel foglio conteneva alcuni versi del Petrarca squisitamente, se non correttamente, copiati dal Conte di Virt negli ozj della sua convalescenza, e da lui dimenticati (dimenticati?) nelle sue stanze prima di partire. Era quel ben noto sonetto del canzoniere di messer Francesco che comincia cos pace non trovo ecc. e del quale il conte aveva trascelto le due seguenti terzine, perch s'attagliavano perfettamente al caso suo:
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Veggio senz'occhi, e non ho lingua e grido,
E bramo di perir, e chieggio ata,
Ed ho in odio me stesso, ed amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido;
Egualmente mi spiace e morte e vita,
In questo stato son, Donna, per vui.
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Tale scritto era stato trovato, come si  detto, sullo stipo del conte; e chi l'aveva scoperto, non sapendo leggere, lo rimise nelle mani di Agnesina. Questa con appassionata indulgenza accolse di buon grado la dichiarazione pel modo onesto con cui le veniva fatta; e ripose quei versi tra gli altri ricordi, giustificando il privilegio, col dire che anche quello era per lei ricordo di persona morta.
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Accorreva finalmente Canziana a questa bisogna; e, persuasa pure della necessit di sottrarre ogni cosa preziosa all'avidit dei saccheggiatori, raccoglieva nel mezzo della camera quanto giudicava pi meritevole di essere riguardato. Ma la sua scelta, come  naturale, era fondata sur un diverso calcolo; secondo lei avrebbesi dovuto portar via tutte le suppellettili, anzi tutto il castello, perch non trovava briciolo che meritasse d'essere abbandonato alle mani sacrileghe degli uccisori di Maffiolo.
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55.
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Tutto era in ordine: bisognava partire. Le due donne discesero per una scala secreta, avendo cura di non far rumore; giacch la dolorosa partenza era nota soltanto alle persone strettamente necessarie a mandarla ad effetto. I lettighieri attendevano coperti e incappucciati da grosse carpite per difendersi dalla pioggia. Un ciuffetto di paglia proteggeva la testa dei muli, ed una falda di ciperoidi il tetto della lettiga. L'interno di questa riboccava di fardelletti, di balle, di involti a varia forma e misura; tanto che pareva non capirvi pi nulla. Pure, Agnesina trov modo di collocarvisi alla meglio. L'altra stette n seduta n in piedi, ma non accus disagio; ch, pi del fastidio di sentirsi affogare fra tante robe, provava il rodimento per quelle lasciate addietro.
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Quando la lettiga esci dal castello, l'uragano, ben lungi dall'essere sedato, parve ripigliare con maggior forza. Le tenebre, scarsamente diradate sul passo dai lampioni dei lettighieri, erano a quando a quando bruscamente rimosse dal subitaneo splendore dei lampi. Un rumore vario, prolungato, composto di molti suoni, sembrava un'artistica trovata per tradurre in un armonia lamentevole le convulsioni della natura. Sul muto e monotono scrosciar della pioggia degradavano, in una scala di toni varii e mestamente modulati, i fischii del vento, ora alti ed assordanti, ora cupi e prolungati, secondo che i buffi radevano il piano, o s'imprigionavano nelle fratte, o erravano in mezzo agli alti fusti delle selve. Serviva di ripieno allo spaventevole concento lo scoppiar dei tuoni, quando subitanei e fragorosi, quando lungamente trascinati come un urlo lontano ripetuto pi volte dall'eco.
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Ci che l'occhio non giungeva ad iscorgere, veniva dimostrato in modo pi evidente dagli stessi disagi del cammino. La strada percorsa dai nostri fuggiaschi erasi a rigor di parola cangiata in un letto di torrente. Al passo ineguale ed interrotto dei muli, al suono delle pedate che sguazzavano nella mota, all'improviso arrestarsi, quasi che venisse meno la lena delle bestie, ai sussulti che dai bruschi movimenti di queste si propagavano alla lettiga, era facile l'indovinare in quale stato fosse ridotta. Ad ogni tratto era prudente il far alto, per scandagliare il terreno, e scegliere il sentiero meno pericoloso: altra volta l'arrestarsi era necessit, per lasciare pigliar fiato ai muli. A rimetterli poscia in cammino la voce consueta dei lettighieri era vana; ci volevano minacce, grida e flagellature. Spesso i lettighieri erano costretti a salire in groppa, onde attraversare un rigagnolo; e alcuna volta il fondo della lettiga pesc tanto nella fanghiglia, che i piedi delle viaggiatrici ne furono imbrattati.
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Agnesina non era impaurita, ma commossa: un brivido le correva per le membra, e le faceva battere i denti. Canziana, meno sensibile ai disagi, era in vece in preda ad un deciso terrore. Solo le avanzava quanta lena bastasse per recitare delle orazioni, e per smuovere alla meglio gli oggetti sul fondo della lettiga, onde sottrarli al contatto del pattume.
Il tragitto dur il doppio del tempo preveduto. Per buona sorte, i conduttori e le bestie non smarrirono la via, e, quando fu necessario abbandonarla e deviare sui campi per evitare qualche difficolt, seppero rimettervisi tosto.
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Presso la meta, la strada era attraversata da quel ramo dell'Olona che, come si  detto, formava del podere di Farinello un'isoletta. Un ponte di legno, costrutto come poteva e sapeva fare il nostro mugnajo, apriva le comunicazioni tra il mulino e la strada di Campomorto.
Quella costruzione, la pi semplice e meschina che mai si fosse veduta in simil genere, consisteva in una grama impalcatura gittata a cavallo del rivo e sostenuta nel mezzo da un rozzo congegno di spranghe e pontoni.
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Questo povero lavoro del nostro povero artefice aveva per il carattere delle cose di gran lusso. Farinello mutava pi spesso di ponte che non di scarpe o cappuccio; ad ogni piena del fiume, cavalletti, spranghe e pontoni calavano nella corrente; ed era grazia s'ei giungeva a ripescare il materiale travolto qualche miglio lontano. Tale disastro s'era verificato anche questa volta; i lettighieri, o meglio le bestie, se ne avvidero in tempo, e s'arrestarono sulla riva. Dopo aver tentato invano di farsi udir dal mugnajo, assordato dal rumore dell'uragano e dalla cataratta della gora, i conduttori dovettero staccare un mulo; ed uno di essi, attraversato sulla groppa il ruscello, corse alla porta del mulino a cercare soccorso.
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Farinello era troppo povero per chiedere due volte chi  a chiunque picchiasse alla sua porta. La miseria era il suo scudo contro ogni mal volere di briganti o di ladri; la mansuetudine del suo carattere lo faceva star d'amore e d'accordo con tutto il genere umano. Egli, che avrebbe aperto ad uno sconosciuto ancorch gli chiedesse ci ch'ei non possedeva, qualcosa non doveva fare se il chiedente era la figlia del suo benefattore, e la cosa richiesta stava in sua mano?
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L'avvicinarsi del lettighiere alla porta del casolare era stato annunciato dal piccolo cane, sentinella avanzata dell'isola; ma, in quella notte burrascosa, la povera bestia, costretta a vegliare dal canile, non aveva mai concesso un minuto di riposo alle sue fauci; il perch, quei suoi latrati, anche quando non erano lo sfogo d'un vano malumore, furono accolti presso a poco come una bella e buona verit detta da un ciarliero. Fu la mugnaja che distinse i passi d'un uomo, ed invit il marito a stare in attenzione. Questi ud, comprese, balz dal letto, e pose il capo fuori di un finestruolo per vedere o almanco per ascoltar meglio che fosse.
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Non lasci tempo al lettighiero di compire la relazione, che gi era corso al giaciglio di un suo garzone, per risvegliarlo e condurlo seco all'opera. Intanto, conoscendo all'ingrosso di che era questione, rifrugava nella mente come potrebbe pi presto e meglio trarre in salvo i fuggiaschi. Abbandon il pensiero di far passare la lettiga e le viaggiatrici dal luogo ov'era il ponte, dubitando che le sue ruine ingombrassero il guado, e che il guado dopo quel diluvio si fosse cangiato in un gorgo. Corse quindi alla parte pi nascosta dell'isola, dove in un piccolo stagno cinto di palafitte era custodito un burchiello, lo stacc e, manovrando colla maestra di un pilota locatiere, lo guid alla riva ov'era atteso dai viaggiatori. Traghett prima le due donne, poi ad uno ad uno i muli col conduttore; infine la lettiga con quanto era in essa rinchiuso.
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Condotte a tetto le due ospiti, chiam la sua compagna, e le disse: Ve li consegno a voi, Nena, questi buoni signori: mandate quel disutilaccio del garzone a prender una bracciata di legna per accendere un buon fuoco: io intanto scender a legare il burchiello, onde non vada gi per la gora, o sulla riva d'altri; ch in questi frangenti il tutto  di tutti. E se ne andava.
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Sembrava che il cielo si fosse mosso a compassione delle nostre fuggitive, perch, durante il loro tragitto nell'isola, la pioggia erasi alquanto calmata. Farinello, a conferma de' suoi sospetti, ud da un lettighiero che madonna Agnese non partiva da Campomorto, ma che era costretta a fuggirne, per scampare alle ribalderie di un potente. V'era pi di quanto abbisognava per renderlo zelante, discreto, operosissimo. Non chiese altro; fece ingoiare alla sua donna quante inchieste curiose ella sentivasi il prurito di fare su questo proposito; e s'adopr a tutt'uomo per aumentare il credito della sua riputazione: lieto di rendere un po' di bene, a chi ne aveva fatto tanto a lui, ed inorgoglito non poco dal vedere che anche la sua catapecchia valesse in certe occasioni quanto e meglio che un castello agguerrito.
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Il casolare del mugnajo era... ma che vale descrivere un ridotto della pi squallida povert? Il superfluo, gli agi, gli ornamenti variano secondo le epoche ed i luoghi; la miseria, la nuda e pretta miseria  sempre eguale a s medesima; essa rassomiglia allo scheletro umano che, in ogni epoca del mondo e presso ogni razza, ha all'incirca un sol tipo. Anche oggi, mentre la crescente civilt chiama necessarie tante cose vane, se ci avviene d'entrare nelle abitazioni, dove vivono ammucchiate le famiglie dei contadini, vi riscontriamo spesso tale e tanto squallore, che ne pare impossibile il trovar di peggio. Nel mettervi il piede ci facciamo meraviglia al vedere come quelle mura fesse, sgretolate, fuor d'a piombo possano reggersi in piedi.
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E, dopo la meraviglia, proviamo una stretta di compassione, pensando, che una famiglia non condannata, ma libera, che non vende s stessa, ma loca l'opera sua liberamente in forza di un patto, vegeta in quel covo, e ne paga una pigione. Quante volte nel visitare quelle camere uliginose, buje, mal sicure, abbiam dovuto dire: i carcerati stanno meglio di questa buona gente! E come spesso l'infermo trova nei publici ricoveri, dove pure la pi stretta economia  la prima legge, tanta copia d'agi, da rendergli meno cara ed invidiata quella sanit, che per lui  sinonimo di durezze e di stenti!
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Senza fare appello a sentimenti di giustizia e di umanit, che con tuono severo reclamano provedimenti per questa classe di operai tanto benemerita della societ, mi pare che il nostro interesse, quando spinga le sue viste oltre il profitto giornaliero e minuto, dovrebbe guidarci a generosa conclusione. L'artefice ha cura dei suoi stromenti, l'industriale tiene in assetto le sue macchine, l'affittajuolo nutre ed alberga convenientemente la sua mandra. E perch non si avr la stessa cura di quello strumento, di quella macchina, di quella creatura che si chiama uomo? non  egli vero che se ne otterrebbero braccia pi robuste, forze pi perseveranti, intelligenze pi svegliate?
Ma, a proposito d'intelligenza, l'educazione del povero mette a taluno il batticuore, come al vedere una fiammella vicina al pagliajo.
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E perch? Tutto sta in non arrestarsi a mezzo del cmpito: non bisogna spegnere la face finch non si  giunto ad una meta onesta. Avete a fare con gente miope, e che d in uno scapuccio ad ogni pi sospinto? Ebbene, invece di condurli per mano, ad uno ad uno, come ciechi, rischiarate alquanto la via, e ognuno si guider da s. Quel lume gli mostrer i diritti e, in riscontro ai diritti, i doveri che spettano ad ogni individuo; vedr per esso che l'operar bene non  soltanto un merito quando si guardi in su, ma  profitto pronto, giornaliero, materiale. Amer la fatica, prima perch onesta, poi perch produttiva. Non prover infine quel rodimento continuo che lo sprona a levarsi al disopra della propria condizione, perch questa non gli sembrer pi n grave, n spregevole, quand' onorata.
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In quanto al primo richiamo, per verit, bisogna confessare che, in alcuna parte delle nostre campagne, gli squallidi abituri dei contadini furono gi cangiate in belle e salubri cascine. La cosa procede lentamente in ragione dei bisogni; ma procede. Non insuperbiscano per gli amici dell'umanit nell'idea che tale miglioramento sia una conquista delle loro dottrine. Essi sanno bene, che il flebile umanitarismo  presso alcuni tolto in sospetto; e che quella antica carit, che ci fa chiamare tutti fratelli,  per essi una bella cosa finch non giunge a disturbar loro le beate noje. Non parliam dunque di fratelli a costoro; l'uomo per essi stia sempre in seconda linea. Alla fine, quando avranno proveduto alla mandra, ed al bombice, qualcosa per forza si dovr fare anche per lui....!
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57.
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Non inviter dunque il lettore a gittare uno sguardo alla catapecchia di Farinello, quando gli avessi a mostrare soltanto un tipo di miseria vuoto d'ogni decoro. Ma quelle cadenti muraglie, cui s'attaccano ora le sorti di Agnese, non possono, a mio avviso, essere del tutto indifferenti a coloro che hanno preso a benvolere la nostra eroina. D'altronde, la miseria la pi squallida, appunto perch tale, offre talvolta all'arte quelle attrattive, che le cose nuove e sfoggiate non hanno. Il casolare, di cui  parola, era, come il pastrano del mendico, un ricucimento di pi e pi cose, di vario gusto e d'epoca diversa, accozzate ed eguagliate dalla comune ruina. Se esistesse ancora al d d'oggi, il paesista, che preferisce le scene vere alle finzioni degli idillj e delle arcadie, l'avrebbe copiato e ricopiato, chi sa quante volte, e da tutti i punti e in tutte le fasi della luce e della stagione.
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Esso era collocato sur un piano leggermente declive e affatto inculto, qua e l rinverdito da cespi di crici e di triboli aquatici. Il suo lato posteriore andava a tuffarsi nell'Olona; la fronte guardava sulla spianata; e i fianchi giacevano in un terreno molle e fangoso, mascherato da ceppate d'erbe selvatiche. Dapertutto il suolo dell'isola offriva tracce della sua natura aquitrinosa. Le recenti alluvioni vi erano attestate da strisce di fina arena e di ciottoli grigi; le antiche dai prodotti palustri e dalla muffa che coloriva di un verde melanconico ogni cosa fissa.
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Il casolare, comunque meschinissimo, poteva dirsi l'aggregato di due distinte costruzioni, l'una murata di mattoni e di loto, l'altra di legno: vera baracca quest'ultima, provisoria da un secolo, legata al resto dell'edificio pei travicelli della gronda e protetta dalla comune ala del tetto. Questo ballatojo coperto sporgeva sopra la macina, sostenuta da due magri piloni e da un impalcatura sconnessa, che era ad un tempo la soffitta del mulino e il pavimento della camera di Farinello.
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L'insieme del fabricato rappresentava la storia delle ingiurie di un secolo: ma la grande variet di oltraggi era velata da quella tinta indefinita di vecchiume, che  la tenerezza dei pennelli alla moda. Guardato da lungi, sembrava esso ravvolto in una rete di screpolature artificiosamente intrecciate; da vicino, dove poteva esservi attrito di oggetti o lavoro delle acque, vedevasi a nudo il mattone arso. L'arco superiore delle finestre era invaso da una tinta bruna e trasparente sparsa dalla colonna di fumo, che esciva costantemente dalle aperture, ogni volta s'accendesse fuoco nella casa; ed al disotto del davanzale un lavacro di tinta bianca segnava il rigo dell'acqua, fissandovi la polvere volatile del mulino.
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Delle finestre era varia la forma come la grandezza. L'una alta e stretta rassomigliava ad una feritoja; l'altra ampia e squarciata col parapetto a cornice e lo stipite fregiato di membra ed ornatini in terra cotta, pareva avere appartenuto a meno umile edificio. S'aprivano poi, fuor d'ogni legge, alcuni fori, dove il muro sconnesso aveva reso pi facile l'improvisare un finestrino.
Il tetto, coperto di paglia e a doppio pendo, soverchiava coll'ampie tese le mura sottoposte. Esso, e tutta la parte dell'edificio costrutta in legno, aveva quel colore indeciso, che sta fra il verde e il turchino, o meglio che  un misto dell'uno e dell'altro; e che i pittori, con voce assai significativa, chiamano tinta neutra.
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L'interno mostravasi in perfetto accordo coll'aspetto esteriore. Passata la soglia, che era una vecchia pietra da macina fuor d'uso, si discendeva per due scaglioni sul suolo umido e bruno di un camerotto, vasto come tutta la parte principale dell'edificio. Riesciva impossibile comprendere ad un tratto la forma, l'ampiezza, il colore di quel ridotto, tanto era l'ingombro degli oggetti che l'occupavano. Le mura guaste, le tavole della soffitta mal fidate a travicelli irregolari, il pavimento, di poco pi sodo del pattume esterno, si smarrivano sotto il crasso e raddoppiato intonaco di polvere e di fumo. Nel mezzo della camera, sur un rialzo di arenaria, mucchietti di cenere e di carboni attestavano il fuoco del giorno prima; gli uncini pendenti e le catene di ferro coperte di fuligine, servivano a portare l'unica caldaja, ed a sorreggere chi s'avvicinava al fuoco per riscaldarvi, uno ad uno, gli arti assiderati.
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All'ingiro e presso al muro erano schierati l'un presso l'altro, o questo su quello, sacchi di varia misura; quali colmi, quali vuoti per met; alcuni sorretti, altri rovesciati a terra: e, dove appena fosse uno spazio, si vedevano ammucchiati, come vien viene, gli utensili della professione, vagli di vimini, stacci di varia forma, coli pel grano; e negli angoli pali, leve, rastri, marre, stanghe, cucchiaje, badili affastellati come le armi di un fortilizio pronto a sostenere l'assalto. Ed infatti quello non era tempo di pace; e se quel buon uomo di Farinello pot velar l'occhio un'ora in quella notte, gli  che, per assicurarsi un armistizio col suo torbido vicino, aveva pigliato ogni savia misura, aprendo le cateratte, vuotando le gore, e facendo ir l'acqua nei rifiuti per dar sfogo alla piena.
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Le nostre donne trovarono negli ospiti quella sollecitudine che s'aspettavano. Farinello davasi gran movimento per fornire ad esse ci che credeva pi atto a confortarle, e accompagnava le sue offerte con una cordialit, quanto sincera, altretanto e forse troppo insistente.
Anzitutto attizz un buon fuoco; offerse poscia rinfreschi di latte e burro a madonna e a Canziana, che rifiutarono ringraziando con bella maniera; apprest infine pane, cacio e un non so che di simile al vino pei lettighieri, che fecero onore alla sobria imbandigione.
Intanto la Nena metteva sossopra lo stanzino, e colla pi buona voglia del mondo dava lo sfratto alle sue robe, per allestire un letticiuolo, che inspirasse fiducia alla delicata castellana.
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Non faccia meraviglia che delle molte cose offerte da quella buona gente, questa fosse l'unica che Agnesina accettasse con vero trasporto di gioja. Ella non era donna da far dello schifo nel vedersi costretta ad usare della roba casalinga. La pulitezza  una di quelle doti, che saltano sbito all'occhio, e su cui  difficile ingannarsi. E intorno ci la Nena prevenne l'esigenza della donna la pi schifiltosa: il bucato  l'infallibile riabilitazione dei cenci.
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Agnesina non era stanca, che del suo lungo riposo. Desiderava essere sola per vegliare liberamente co' suoi dolori; giacch durante quel tragitto, e fra lo stordimento di tante sollecitudini, essa aveva perduto perfino la traccia de' suoi pensieri; e tutto il passato le si addensava nella mente come le tenebre di quella notte spaventosa. Nella calma dell'isolamento, credeva di veder meglio; forse sperava di scoprir qualche escita dal fatale labirinto; in cui il destino l'aveva cacciata. Ad ogni modo poi; e qualunque fosse la sua sorte, quegli strazii erano tali, che meglio era vivere con essi, che non obliarli.
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Oh come pianse, la poveretta, quando si trov sola! Al primo bagliore del nuovo giorno, che fu pi del solito tardo a comparire, oh quanto le parve ancora pi trista e desolata la sua situazione! E se alcuna volta, in mezzo a tanto bujo, le corse alla mente il pensiero di una valida protezione, che ella di certo non avrebbe invocato inutilmente, quella gioja era fugace come la luce del lampo; e il cuore si sentiva pi addolorato dopo le crudeli smentite della ragione. Tener dietro ad ogni suo passo su questa via, dove un lungo errare non conduce mai avanti, sarebbe difficile assunto per chi narra; e per chi ascolta troppo grave carico di pazienza. Onde lasceremo per un momento la nostra eroina, che quel d e il d seguente non fece altro che vivere del passato, e terremo nota delle circostanze, che apparecchiavano a lei nuove vicende e pi gravi sciagure.
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Dopo una procella straordinaria per violenza e per durata, era lecito sperare che il cielo avesse esaurite le sue ire, e tornasse all'ordinaria mitezza della stagione. Il buon pronostico and fallito. Al vento impetuoso e vario, segu un greco tiepido, foriero di nuova intemperie: al diluvio una pioggia queta, ma fitta e costante. L'uragano era stato un eccesso di collera della natura; quel sguito sembrava esserne la vendetta.
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Farinello, per tutto il giorno seguente, conserv il suo perfetto buon umore, occupandosi di colei che egli con tenerezza chiamava un occhio di sole, e superbo di potere ospitare sotto il proprio tetto la figlia del suo benefattore. Di mezzi onde far fronte alle ingiurie del suo vicino ne aveva, o gli sembrava averne pi del bisogno. Il vento alla fine calmerebbe, pensava tra s, pi e pi volte v'erano stati indizii di ci, e si racconsolava. Ma verso sera, guardando in alto, mise, senza volerlo, un gran sospiro. Grosse nubi correvano verso Ticino, cacciate dal vento ancora pi gagliardo; e le oche, sparnazzando, mettevano incessantemente uno strido di pessimo augurio. Visit la riva del fiume su varii punti; tutto gli parve in regola. Le gore del mulino erano vuote; gli scaricatoj ricolmi, ma saldi. E pioveva ancora, e dirottamente; n v'era alcun sintomo di miglior tempo.
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Benedetto rigagnolo diceva tra s, temperando coll'epiteto l'insulto dell'appellativo soli due mesi fa non bastavi a far umido il becco di dieci passere, e la tua miseria aveva posto la ruggine al pernio del mulino. Ora hai tanto ruzzo!
Quel rigagnolo era il nobile acquedotto, come lo chiama il Giulini, e la regale Olona, come la battezza un poeta del nostro secolo20, che bagna le mura di Milano. Non famosa come l'Arno ed il Tevere, essa ha la virt modesta di rendersi utile fino all'ultima goccia. I forastieri non la conoscono; e molti pretti ambrosiani vivono e muojono senz'altro saperne che il nome.
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Chi esce da Milano, per la porta che guarda a ponente, la trova sulla strada a pochi passi dalle mura: e se vuol seguirne il corso per breve tratto, vede che essa, rinunciando fino al nome di fiume, mette in comune le sue sorti con quelle dei rivi artificiali; e che non torna a riaver nome e vita, se non quando le sue acque diventano un di pi, e il suo letto un provido canale per portarle al loro destino.
L'Olona, anticamente Oleunda, geme in vicinanza di Varese dalle propaggini occidentali delle prealpi camonie, che dalla riva sinistra del Verbano si stendono fino alla destra del Benaco, chiudendo entro una bastita speciale la grande convalle lombarda, conterminata agli altri lati dal Ticino, dal Mincio e dal Po.
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L'Olona, il pi piccolo dei fiumi che segnano la longitudine della nostra pianura,  comparativamente il pi utile di tutti; perocch il suo alveo, serpeggiando a fior di terra non defrauda neppure una stilla del suo tiepido umore ai campi che la fiancheggiano. Non parliamo dei nostri tempi, in cui l'arte di rendere produttivo queste elemento fecondatore,  la pi ovvia applicazione delle scienze esatte. Fin prima del mille, secondo lo storico Galvano Fiamma, l'Olona era per opera degli agricoltori milanesi, uno dei pi utili ordigni della gran macchina agricola; onde il suolo lombardo, da sterile e paludoso che ora, divenne un modello di feracit.
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In vicinanza di Milano, l'Olona pigliava il nome di Vepra (Vedra) ed introdotta in citt presso la pusterla Fabrica (ponte dei Fabri) ingrossata dalle acque del Nirone e del Seveso, costituiva quel canale detto Vitabile (Vecchiabbia) che  tutto d il pi sucoso alimento dei nostri campi suburbani; e che a quei tempi (se crediamo allo storico Landolfo) era un corpo di acqua tanto considerevole, da essere atto alla navigazione.
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Poco pi di un secolo prima dell'epoca, di cui favelliamo, l'acqua dell'Olona fu partita in due rami, uno dei quali si lasci come prima venire in Milano, l'altro fu condotto a scaricarsi pel naviglio grande nel Tesinello. Fu allora che il podest Beno dei Gozadini, promotore di quest'opera grandiosa, sub per mano dei milanesi, irritati dalle conseguenti gravezze, uno di quei giudizj, che ci insegnano ad essere cauti nell'accettare come voce di Dio il grido d'ogni turba. Il Gozadini venne crudelmente massacrato dalla plebe, che egli aveva beneficato; e fu ignominiosamente sepolto in quel rivo, che doveva essere la sua gloria.
Quasi tre secoli dopo questo fatto, quando don Ferrante Gonzaga cinse Milano delle mura che oggi esistono, l'Olona fu del tutto esclusa dalla citt ed avviata per intero al Tesinello.
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Al disotto di Milano, la storia dell'Olona si confonde con quella dei canali, in cui essa si scarica. Fin oltre a Binasco, ha vita comune col Tesinello, pi al basso riprende il suo nome e la sua importanza, finch, poco lungi dalla sua foce nei Po, lambe una grossa borgata, che per essa  nominata Corte Olona. Una parola anche su questo villaggio, poich fu desso antichissima villa dei Re d'Italia, quando Pavia era la reggia d'Insubria. Lotario reduce da Roma, ov'era sceso a farsi coronare, soggiorn lungamente in Corte Olona, e nell'anno 823 ivi eman una delle pi rimarchevoli sue leggi. Deplora egli l'ignoranza e l'abbandono dei buoni studj; e a porvi rimedio istituisce cattedre di sapienza, e chiama i pi culti lettori del tempo a dispensare agli allievi i compendii delle obliate dottrine. Il primo che dietro ci aprisse scuola in Pavia fu un certo Dungalo. Non  temerario il dire, che per lui si gittasse la prima base della celebre Universit ticinese.
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Se le piene di questo fiume anche oggid, relativamente alla sua importanza, sono gravi, a pi forte ragione lo dovevano essere allora che il necessario declivio dei campi, artificiosamente compiuto nelle regioni medie della pianura, lasciava sussistere nelle inferiori un ostacolo al libero deflusso delle acque. E, infatti, pi volte la storia ci parla di disastri cagionati da questo modesto fiume. Nel 1285, a modo d'esempio, un'inondazione straordinaria di esso arrest le vittorie dei milanesi reduci da Castel Seprio ed avviati a Fagnano.
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La citt nostra, appena sorta dalle sue ruine, si circondava di ubertose campagne; ma, nel chiamare a s la maggior copia d'acqua, pensava a trarne profitto, non a moderarne il corso mano mano che essa si scostava dal centro della sua influenza fecondatrice. Ond', che quando le terre di Milano ne provavano saziet, i campi sottoposti ne subivano una perniciosa esuberanza. Ciascuno dei terrieri faceva schermo coi mezzi suoi proprj a quelle irruzioni; e, nel difendere momentaneamente i margini dei suoi possessi, invece di disarmare il nemico, lo allontanava, spingendolo pi terribile sul fondo altrui.
Il nostro Farinello, per la posizione del suo mulino, era appunto uno di coloro che raccoglievano il troppo degli altri, e che ne sopportavano le terribili conseguenze. Pratico della malignit del suo torbido vicino, egli sapeva mandarne a vuoto le piccole vendette. Ma poco poteva contro le gravi; quando egli cominciava a temere, ne aveva di solito pi d'una ragione.
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Durante la notte che precedette il terzo giorno, non spiovve mai. L'Olona, quel piccolo e placido fiume, che d'ordinario era la dovizia di chi ne abitava le rive, correva gonfia, vorticosa, spaventevole; ormai non v'erano margini a contenerne i furori. Superiormente al mulino, le sponde in tutto il loro sviluppo erano gi soverchiate. Le tracce serpeggianti dell'antico letto venivano distinte dagli alberi piantati sulle rive; i teneri arbusti s'incurvavano sotto il flagello della fiumana; e i tronchi, dissimulando l'urto, non si piegavano che una volta sola quando il torrente li schiantava.
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Il filone della riviera, segnato da un corso pi rapido, ora vorticoso, or piano, trascinava seco grosse bolle di schiuma, che a quando a quando sparivano nei gorghi, per venire a gala poco dopo ingrossate. Dove l'alveo era pi largo e le sponde pi espanse, aprivansi immensi guadi, in cui l'elemento devastatore sembrava calmarsi alcun poco. Ivi, infatti, aveva sfogo sulle circostanti campagne; entrava pei fossatelli, rompeva i ciglioni, e scorreva libero e padrone fin dove trovava un argine maestro. Povere campagne!
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Van gi le messi e illusi piange i voti
L'egro cultor.
Colle recenti seminagioni andavano perdute non soltanto le fatiche di una stagione, e l'anticipato tributo delle sementi, ma il lavoro di anni; poich quei solchi, poco prima ben governati e saturi di sostanze produttive, rimanevano poscia insteriliti da uno strato di arena silicea.
L'acqua, ritornando al suo letto pregna di argilla e di fimo, pi impura del biondo Tevere d'Orazio, diveniva densa, torbida, quasi del color di rame; ma l'aumentata densit non scemava l'impeto e la violenza del suo corso. Dove i margini pi ristretti e meglio muniti opponevano nuova resistenza, incalzava sempre con crescente furore. A tratto a tratto, ampie zone di terra accerchiate da rigagnoli si tramutavano in isole, che a poco a poco erano corrose e di colpo inghiottite. Alberi robusti, che avevano scampato alle inondazioni di un secolo, venivano scossi dalle radici, sbarbicati e travolti con orribile rovino. A ridosso di quei tronchi, s'arrestavano minori piante, virgulti e felci; e tra gli uni e gli altri si stipavano rami fronzuti, manipoli d'erbe, e bruscoli, prodotto delle devastazioni superiori. Tali imbarazzi, crescevano sempre pi il ribollimento delle acque, e ne raddoppiavano il furore e la vendetta sui terreni vicini.
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Il disastro, nel suo procedere, assumeva proporzioni ancora pi imponenti. Ormai le campagne sommerse s'erano spogliate di quanto possedevano di pi prezioso. Tremavano i poveri abitatori dei casolari costrutti sulla riva; perch quasi tutti indifesi o mal protetti da piccoli argini. Gi in qualcuno di essi l'acqua si era fatta strada per le porte, per le finestre, o filtrava attraverso le fessure delle muraglie. Dove era facile il varco, soleva fare minor danno; dove incontrava resistenza, irrumpeva: e, dopo aver tramestato ogni cosa, esciva vincitrice dalle porte scassinate, trasportando seco, come trofei, le masserizie, gli attrezzi rurali, i cenci dei miseri contadini.
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Alla vista delle tavole, dei panconi, degli staggi, che correvano gi pel fiume, Farinello apprendeva la dolorosa storia dei suoi vicini. Quei rottami non erano abbastanza guasti per nascondere la loro origine. Talora erano intere suppellettili, che dalla nota forma accusavano donde venissero, ed a chi dianzi appartenessero. Pi tardi si videro degli animali domestici; alcuni ancora vivi si sforzavano di vincere la corrente; altri, esinaniti o fatti cadaveri, scendevano in bala di essa.
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Se il ribollimento delle acque e lo scroscio della pioggia avessero sospeso un momento il rombo assordante, si sarebbero udite da lontano le grida degli inondati, che accorrevano ad ajutarsi scambievolmente, o per mettere in salvo la roba ancora intatta, o per tentare di riprendere quella che era gi stata rapita. Il lavoro era incessante; ma dove non si trattasse di apprestamenti alla fuga, ogni fatica tornava presso che infruttuosa.
Dapertutto era una scena di desolazione: dapertutto gemiti e misericordie che n'andavano a cielo. Intere famiglie attendevano a spogliare la loro abitazione coll'ansia e col sospetto dei ladri, che mettono a ruba la casa altrui; e raccolto il meglio, pensavano a metterlo in salvo colla vita. I vecchi spingevano avanti la piccola mandra, o l'unica giovenca; gli uomini robusti reggevano sulle spalle involti, fastelli, o suppellettili. Le donne portavano in braccio i loro bimbi, le cui strida erano una ben mesta aggiunta alla somma delle comuni querimonie. I fanciulli, secondo l'et, fatti dalla comune disgrazia solerti e giudiziosi, prestavano mano alle domestiche bisogne. Alcune famiglie avevano scampo percorrendo la cima degli argini ancora rispettati; altre uscivano per le finestre, spingendosi sui batelli, o navigando nelle tinozze, fino a trovar terra soda.
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In mezzo per a s gravi mali, fra tanti gemiti, non si udiva un accento disperato od una bestemmia. Tutti erano invasi da un religioso terrore dell'ira celeste, cui meglio era placare coll'opera e colla pazienza, anzi che provocare colle insulse imprecazioni. Pure, il comune sgomento non era rappresentato meno al vivo da quel silenzio. Tutti avevano scritto sul volto l'ansia, il terrore; a tutti balenava al pensiero il terribile sospetto: chi sa se torneremo al nostro povero casolare.
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Farinello, uomo d'ottimo cuore, sarebbe stato il primo ad accorrere in ajuto dei suoi vicini, se non avesse pensato che l'opera sua era indispensabile a s ed a' suoi ospiti. Egli non si allontan quindi dal suo abituro, se non quanto bastasse a sottrarre qualche arredo, che pensava rendere al suo padrone. Fuor di ci, simile al pilota, che non abbandona il governale del suo vascello anche quando la burrasca lo rende inutile, dopo aver meditato e messo in pratica tutte le misure di prudenza, non cessava dall'operare, dal dirigere, dal sorvegliare.
Non cos la Nena: non cos Canziana. La prima gemeva, e avvicendava coi lunghi sospiri una filastrocca di preghiere infervorate dalla paura.
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L'altra non sapeva staccarsi dalla sua padrona, cui di quando in quando susurrava all'orecchio il consiglio di cercar scampo altrove, rafforzando l'avviso coi proverbi e colle istanze. Ma Agnesina non aveva nulla che le importasse di mettere in salvo; nemmeno la vita.
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Era vicina la notte del terzo d, quando finalmente cess di piovere. Una brezza fresca e sincera spirante da maestro faceva presagire buon tempo pel giorno venturo. S'accorse di questo mutamento la stessa Canziana, badando alle foglie spiccate dai rami, che pigliavano il volo verso la parte opposta alla consueta. Farinello accorreva a confermare la buona nuova; e, pigliando per mano Agnesina con cordiale domestichezza, la conduceva al finestrino rivolto a ponente, per farle osservare una striscia di cielo spazzato, entro cui imporporavano gli ultimi raggi del tramonto.
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Tornarono gli spiriti alla Nena e a Canziana, cos pronte alla confidenza, come lo erano state al terrore. Anche Agnesina si rallegr; e rese alle sue compagne un sorriso di buon augurio, il primo che ella sprigionasse dalle sue labra dopo la partenza da Campomorto. Farinello per era ancor l'uomo pensoso di prima; e volontieri avrebbe rampognata la sua donna troppo presto imbaldanzita; ma non lo fece, per non intorbidare l'angelico sorriso dell'ospite. Lasci che le donne godessero di quelle apparenze; egli non se ne fidava punto. Scese quindi di bel nuovo nella sua barchetta, percorse ancora una volta le rive del fiume, e visit i luoghi dove credeva esservi il maggior pericolo. Quel cambiamento d'aria, quella promessa di un migliore dimani, non rendevano meno grave il presente. Il livello dell'acqua non decresceva, n era stazionario; andava ancora lentamente aumentando. Simile sempre al nocchiero che dall'alto mare scopre il porto, si consolava nel vedersi vicino al luogo di salvamento, sperava d'arrivarvi sano e salvo, ma non osava cantar vittoria.
Il cielo era ancora coperto di nubi; ma queste non erano pi s compatte come prima. Dove esse apparivano un po' slegate e quasi trasparenti, brillava qualche stella, e, verso ponente, alla luce del crepuscolo s'associava il pallido splendore di un lievissimo segmento lunare.
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Quattro ore cos, ed ogni pericolo sar passato diceva tra s Farinello, godendo al pensiero d'aver vicino il termine delle sue apprensioni ma in queste poche ore, soggiungeva, non bisogner dormire sulla cavezza. La fiera rugge ancora e vogava intanto verso la parte settentrionale dell'isola, divenuta uno stagno.
Dall'alto di un piccolo promontorio formato da un gruppo di pedali d'alberi intrecciati, e ricolmi di terra, spiava l'accorto mugnajo i procedimenti del fiume. E nella calma del far guardia, numerava i suoi danni, e gi studiava il modo di porvi rimedio. All'orto ed alla vigna prometteva qualche settimana d'indefesso lavoro ed, oltre alle sue, un pajo di buone braccia prese ad opera. Ai sacchi di grano confidatigli dai suoi avventori consacrava le sue condoglianze, caritatevoli s, ma diverse di quelle che teneva in serbo per s. A chi era stato sempre largo con lui, proponevasi di far sentir meno la perdita; pei frustamattoni teneva in pronto il res perit domino che aveva appreso a suo danno in casi consimili. Pensava infine alla condizione del suo mulino, al miracolo di vederlo ancora in piedi, e faceva voto di proveder sbito ai ristauri, se il cielo glielo faceva escire intatto da quella prova.
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Cos pass un'ora: intanto erasi abbujato del tutto. La luna, scesa sull'orizonte, non mandava pi alcun splendore dal suo disco fatto pi grande e pi rosseggiante.
Allora Farinello trasse fuoco dalla selce, ed accese un lampione per riconoscere l'altezza dell'acqua. La trov stazionaria: sperava di vederla tra poco decrescere. Poich l'aria favoriva il corso dei fiumi inferiori, era lecito sperare, che il decremento dell'Olona si renderebbe tosto sensibile.
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A mezzo di questi pensieri, mentre l'anima travagliata si riposava alquanto dalle sofferte angosce, fu egli scosso all'improviso da un non so che di nuovo e di strano. Gli parve udire un rumore forte e prolungato, che scendeva lungo il fiume; ben diverso dal solito mormoro della corrente, dallo scrosciare delle foglie agitate dal vento, o dal continuo grido delle veglie. Stette in ascolto: il frastuono durava ed andava crescendo. La mente schier ben tosto davanti a s le congetture, pi atte a spiegare il fenomeno: ma, esaurito prontamente l'esame ed escendone ignara come prima, provava un'incertezza che lo faceva profeta d'altre sciagure.
Farinello non aveva mai provato il terribile raccapriccio che accompagna lo scuotimento della terra, ma rammentavasi d'averne inteso parlare pi volte; la pittura spaventevole di chi ne aveva fatta la prova, gli si ridest tosto alla mente pi viva che mai, e lo fece gelare di terrore. Corse col pensiero alla sua casa, alla sua donna, a' suoi ospiti; ed aguzz lo sguardo per discernere le mura del suo casolare. Agitato dal delirio dello spavento, Dio sa cosa egli vide: gli sembr scorgere da lontano un mucchio di ruderi, ne ud forse il rovino: credette che il terreno della piccola isoletta si squarciasse sotto a' suoi piedi.
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Ormai quello strepito spaventevole, di cui poco prima poteva indicare la direzione e la distanza, riempiva lo spazio intorno a lui, e scoteva da vicino quell'aria, che gli sembrava divenuta arsa e greve al respiro. Se il pericolo fosse stato imminente solo per lui, forse non avrebbe trovato il coraggio di porsi in salvo. Ma il pensiero della sua famiglia, della sua roba, dei suoi ospiti gli torn alla mente, e lo ravviv. Scese d'un salto nel battello, lo stacc dalla riva, e prese il largo sullo stagno, battendo il remo col metro concitato di chi fugge. Non aveva progetti n per s, n per gli altri: l'istante lo traeva ad avvicinarsi a chi e a quanto gli stava pi a cuore.
Giunto a mezzo del suo tragitto, quel frastuono cess inaspettatamente. Farinello lev il remo e stette ascoltando. Gi un largo respiro aveva trovato l'escita dal suo petto; egli era per accusare s stesso di una visione, quando s'accorse che il fremito della corrente era esso pure pi forte dell'ordinario, Checch avvenga nel fiume, disse egli tra s non pu essere nulla di nuovo o d'impreveduto.  un nemico cotesto, le cui arti mi sono note da un pezzo.
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Non appena la ragione dilegu le paure, riprese l'esame delle cause di quello straordinario fremere delle acque. Di possibili ne trov parecchie; di probabili una sola: e fu la vera.
Un enorme tronco, scosso dalla procella, colpito dal fulmine, sbarbato alle radici dalla forza corrosiva delle acque, scendeva gi pel fiume, colla velocit della corrente e coll'impeto impresso dal suo peso, abbattendo quanto gli faceva ostacolo. Condotto talora su filoni secondarii, veniva momentaneamente arrestato, ovvero andava ad urtare nelle sponde soverchianti, e ad avvilupparsi nelle macchie della riva. Ma ben tosto la corrente lo accerchiava, lo traeva dagli imbarazzi e, ricondottolo nel filone maestro, ve lo sospingeva di nuovo con maggior violenza.
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Ci era accaduto qualche miglio al di sopra del mulino; e gi l'enorme trave aveva recato dei guanti a un meschino casolare percosso di fianco. Fu lo schiamazzo degli abitatori, che Farinello ud in quel rumore lontano e prolungato che gli dest tanta paura. La povera gente, senz'altro mezzo per rendere concordi gli sforzi in quella oscurit fuorch le grida, riesc a furia di braccia, armate di pali o di puntoni, a rimovere il tronco, che arietava contro le mura della capanna, e la sfasciava come fosse una zolla; ma nel liberarsene, non faceva essa che spingerlo a recar nuovi e forse pi gravi danni su quello d'altri.
Poco al di sopra del mulino and di nuovo in secco, e allora, al cessare dello strepito, il mugnajo venne in chiaro della cosa. Rimaneva per a sapersi se il tronco si fosse cos bene fitto nel terreno da non esser smosso pi, o se poteva staccarsi di nuovo, e riprendere il malefico suo corso.
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La Nena e Canziana, ignare di quanto succedeva, gi dimenticavano i timori provati nell'affabile intrinsichezza dei discorsi. Una serie d'angustie le aveva private dell'occasione di cedere alla istintiva e cordiale loro loquacit. Schiette ambedue, sentivano ora il bisogno di aprire il cuore e di parlare liberamente. Per regola, chi parla spende la parola allo scopo di essere ascoltato. Fra le due donne non era precisamente cos: il mezzo veniva scambiato col fine; ognuna di esse alla sua volta ascoltava, affinch l'altra avesse il bene di metter fuori ci che l'animo non poteva pi capire. I discorsi erano di una tempra e d'un tono diverso; ma gli uni erano il complemento degli altri; ricuciti insieme, gli uni e gli altri conducevano alle stesse conclusioni. La Nena faceva il panegirico della sua povert operosa, dicendo che quando alla Providenza non si chiede che un po' di pane,  difficile che essa non lo conceda. Canziana rammentava le assidue cure dei ricchi; e lo provava coi fatti, e faceva trasalire e sospirare la pietosa ascoltatrice.
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Agnesina, ritirata nella cameretta, viveva da s e con s. Non partecipando al terrore delle sue compagne, ella era come uno straniero, che vive in mezzo a gente di cui non conosce il linguaggio. Ma l'isolamento non le era grave; non deplorava le notti insonni. Nelle memorie del passato, sebbene dolorosissime, trovava di che alimentare qualche speranza per l'avvenire. Nel rammentare ci che aveva perduto e ci che poteva riguadagnare, le lacrime sgorgavano facili, pietose, non del tutto scevre di qualche dolcezza.
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In questo momento, dopo lunghi travagli dello spirito, tornava ella dalle sue pellegrinazioni, pi esausta di forze che sazia. Aveva visitato ad uno ad uno i sacri pegni, tolti seco da Campomorto. Aveva letto e riletto quel foglio su cui il Conte di Virt, trascrivendo alcuni versi del Petrarca, confessava nel modo il pi gentile il suo amore. Seduta accanto al letticciuolo, appoggi il capo ai guanciali, si strinse quello scritto sul cuore, e chiuse gli occhi, quasi volesse evocare nella fantastica oscurit la forma di colui, che l'occhio invano cercava in mezzo alla luce.
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Una calma nuova, insperata, le scese lentamente nell'animo, e togliendo alle idee la durezza dei contorni materiali, confuse rimpianti e speranze in un tutto che non era n la solita veglia troppo veritiera, n una nuova e bugiarda visione.
Fu in quello stesso punto che Farinello entr colla sua voce stentorea a turbare l'istante di quiete di che godevano le tre donne.
Ohe! la Nena, grid egli dalla sua barchetta mentre ancora trovavasi al largo; ohe! fate uscire madonna dallo stanzino, e tosto, che non v' tempo da perdere.
La donna, sorpresa da quelle parole, a cui un tono di voce speciale imprimeva l'autorit del comando, ne avrebbe volentieri chiesto il perch; ma la battisoffiola tornava a metterle il veto alla parola.
Ohe! ripet il mugnaio levando pi forte la voce, e picchiando col remo nel finestrino, sotto cui aveva spinto il battello. Fate presto per l'amor di Dio.... Dite a madonna che esca dallo stanzino; e fatela scendere con voi nel mio burchio.
Nessuna delle tre donne poteva indovinare di che si trattasse; ma la paura  credula, e i creduli sono docili.
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La Nena, che ne aveva la dose necessaria per far tacere la curiosit e per divenir lesta come a venti anni, entr di volo nella cameretta, dove Agnesina si era placidamente addormentata.
L'altra, che non aveva inteso le parole del mugnajo, pensava indovinarne il senso, seguendo i passi della Nena; e non and molto infatti che comprese trattarsi di una fuga. Non faceva bisogno di chiedere di pi: la fuga supponeva il pericolo. Oh perch non ce ne siamo andati prima, mormorava ella sospirando!.
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Agnesina, scossa bruscamente dalle parole delle due donne, balz in piedi d'un tratto, e si dispose a seguirle. L'angustia dello stanzino, cresciuta dalla moltitudine degli oggetti che l'ingombravano, non permetteva di scambiar l'ordine d'escita delle tre donne. Precedeva Canziana, poi la Nena, dietro loro la fanciulla. Farinello intanto era entrato in casa, e salito sui primi gradini della scaletta, correva ad incontrarle. Quando le vide apparire tutte dalla porta d'ingresso dello stanzino, respir; e, credendo averle ormai poste al sicuro, spieg loro in due parole il motivo di quella misura di prudenza; assicurandole che tra breve le avrebbe ricondotte, e che allora potrebbero rimanere a tutto loro agio, perfettamente tranquille.
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Il buon uomo, dopo aver pensato seriamente ai casi probabili, aveva perduto ogni fede nei sostegni che reggevano la cameretta; quanto al resto della casa, lo riteneva abbastanza solido, e fuor di pericolo. Si rallegr, pertanto, accorgendosi che l'insidiosa topaja era vuota.
Una, due, tre, e sia benedetto il Signore disse egli, numerando le teste feminili che degradavano dagli scaglioni superiori, e sulle quali aveva lanciato col cavo della mano un raggio del suo lampione. Poi si rivolgeva per scendere pochi gradini, ed avviavasi verso la porta ov'era legata la barca che doveva condurre in salvo la comitiva.
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Uscito all'aria libera, ud pi gagliardo il fremito delle acque, ma ormai credeva di poterne sfidare i furori: dimentico d'ogni suo interesse in quel momento, non sentiva altro che l'immensa gioja d'essere giunto in tempo a salvare le donne.
Gi l'una era al basso; l'altra le stava alle spalle, quando entrambe, colpite all'improviso da uno strano frastuono e da uno scrollo che pareva mettere a soqquadro tutta la casa, si volsero indietro, cercando di Agnesina.
La fanciulla non le seguiva.
Madonna, sclamava Canziana colla voce tremante dal raccapriccio, dove siete? Oh Vergine santissima, ella  tornata indietro!; e tentava di salire di nuovo la scala per andarne in traccia.
Il rovino cresceva; non era pi il solito rumore d'acque e di vento; era uno schianto d'oggetti vicini, lo stridere dei legnami, lo sgretolarsi delle muraglie; pareva che tutta la casa andasse in ruina. Giunta alla porta della cameretta, un soffio impetuoso e gelido le spense la piccola lampada che teneva fra le mani.
Ajuto, ajuto, un lume per carit.... presto.... in nome di Dio.... accorrete....
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Al crescente frastuono udiva aggiungersi pi vicino e pi distinto il bollire del fiume, e ad ogni istante il tonfo d'oggetti, che parevano esservi scagliati di tutta forza. Un urto subitaneo aperse la porta, e ne stacc un'imposta; la vide precipitare; e, dal punto ov'era caduta, mir gli sprazzi fosforici delle onde, che l'avevano ingojata.
Accorse Farinello sollecitamente; ma a far che?... a vedere il risultato di una tremenda ed irreparabile sventura.
Quando Agnesina fu scossa dal suo letargo ed avvisata della necessit di una fuga, di tutto buon animo s'accingeva ad obedire. Non chiese dove la conducessero; ma non volle partir sola.
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Quel foglio, che posato sul suo cuore vi rec finalmente un po' di pace, doveva essere l'indivisibile suo compagno. Ora quel foglio, nella fretta della chiamata, le era escito di mano; ella retrocedette per farne ricerca.
In questo mentre, l'ira del fiume si versava tutta sul povero casolare. Gli ordigni del mulino venivano abbattuti; i deboli sostegni della cameretta erano fatti in pezzi. L'impalcatura del pavimento, sfasciata dalle pareti, precipitava nei vortici del torrente;... ed Agnesina con essa!
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CAPITOLO NONO.
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Se, al momento di riaprire questo libro dopo aver fatto una sosta, non vi sentite, o lettori, il prurito di muovermi un'accusa perch mi sono arrestato a mezzo della via, quando appunto l'ordine e la natura degli avvenimenti sembravano chiedere pochi passi ancora onde arrivare alla giusta fermata; o, per parlar pi chiaramente, se dopo aver fatto conoscenza colla nostra eroina, non provate un po' di piet e d'affezione per essa, tanto che vi paja in regola che la prima parola non sia per dirvi che ella  salva, e come lo fu, dovr confessare, d'essermi ingannato a partito. Con tale ipotesi, il titolo d'increscioso mi  gi toccato, o mi toccher ben presto: e a questo sbito e formidabile dubio, per salvarmi almanco la fama di seccatore onesto, render conto di tutto, fin anco delle intenzioni; fra le quali non v' per certo quella di volervi ingannare.
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Uno storico famoso poneva in capo ad un bel racconto, scritto nel momento pi avventuroso della sua vita letteraria, queste parole: Lettore mio, hai tu spasimto? No! Questo libro non  per te. I patti sono chiari e franchi fino a parere un po' scortesi. Dubito per che un sol bonaccio chiudesse il libro a quell'avviso per non stimarsene degno. Pochi avranno creduto di avere il cuore s duro; e quei pochi avranno affrontato gli spasimi della lettura, appunto perch sapevano di poterlo fare impunemente.
Un altro autore invece, dopo averci allettato colle pi evidenti pitture, dopo averci commosso col racconto di tante avventure o virtuose o ribalde, ma sempre veritiere, si congeda dal suo lettore (che non vorrebbe s presto congedarsi da lui) mostrandosi pronto a chiedergli scusa, se mai l'avesse nojato, assicurandolo di non averlo fatto a posta.
Il primo, non cercando che la compagnia dei martoriati e degli spasimanti, vorrebbe, a quanto pare, stringersi attorno un uditorio apposito, ed accaparrarsi l'attenzione e l'applauso. L'altro, con quelle modestissime parole, fa ancor meglio; spinge involontariamente il lettore a dare una gentile mentta a' suoi scrupoli, e lo fa tornar di slancio alla prefazione, per rileggere da capo quel libro incomparabile, che lo diletta e lo commove come, e forse ancor pi, della prima volta.
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Ora, la franca premessa dell'uno e il modesto riserbo dell'altro, mi pajono simili a quegli schifi che stanno appesi al bordo di un vascello: quei mezzi di scampo accennano alla possibilit del naufragio.
Tenendomi alla dovuta distanza da quegli scrittori s diversamente illustri, e credendomi al riparo della critica profonda e severa, la quale non trae le armi se non per combattere chi ne  degno, sento anch'io, nella mia piccola cerchia e in un mondo minore, il bisogno di vedermi attorno delle facce spianate e degli amici indulgenti. Giudicai inutile l'apostrofare il lettore in sul bel principio, non sapendo fin dove le forze mi concedessero di promettere; ma mi pare ora dovere e cortesia lo scongiurarlo a dir schietto se egli si  fin qui annojato.
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La noja, sorella del sonno e lontana parente della morte, annacqua ogni sapore, taglia i nervi ad ogni proposito, ammazza la stessa critica; ma  pi grave e capitale di essa. Contro una censura v' luogo a reclamo: contro lo sbadiglio, no.
Soprafatto da tali pensieri, sentendo farsi minore la lena di proseguire, mi torn in capo l'idea di venire ora a patti con voi, supplendo a quanto avrei dovuto fare in fronte al libro con poche righe di prefazione.  tardi; ma meglio tardi che mai.
La nostra eroina non  una invenzione. Tutte le storie parlano di Agnese Mantegazza; solo che nelle storie e nelle cronache dei tempi le sue avventure sono sgranate ed incomplete; sovente esposte come frivoli episodii; sempre poi narrate colla fretta di chi ha un lungo cammino a percorrere, e non ha tempo di divagare in minuti racconti.
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Malgrado ci, una volta fissato il personaggio di Agnese, mi pare difficile il dimenticarlo. I brani della sua storia perduti su molte carte, riferiti variamente da storici diversi, in diverso linguaggio, si vanno, direm quasi per virt propria, stringendo in un tutto, che a poco a poco assume l'importanza di una narrazione piena di evidenza e d'affetti. Quegli affetti e quell'evidenza mi sembrarono cosa degna di farne parte agli amici. Non osando richiedere da essi quel po' di proposito e quella preventiva simpatia, che furono lo sprone alle mie ricerche, tentai di raccogliere quei brani, di ordinarli e ricucirli insieme, perch avessero forma di un racconto, se non completo, almeno chiaro ed ordinato.
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Non  necessario cercar soltanto l'oro, che troppo scarseggia: si fa buon'opera anche quando si raccoglie una sostanza meno preziosa, purch la si depuri, e la si spacci per quella che . Fu questo il mio unico scopo.
Ora la pausa, che ci siamo imposti, invece di rendermi pago della strada abbastanza lunga che abbiamo percorsa insieme, mi fa riflettere seriamente a quella che ci rimane a percorrere; non per me, che la conosco, ma per chi mi usa la cortesia di tenermi dietro. Simile alla guida montana, che al piede dell'erta pi scabrosa interroga un'altra volta il suo seguace, per consultarne le forze e la volont, io chieder a chi legge: Hai tu pazienza ancora?.. E se egli risponde affermativamente, gli prometto che, dopo avergli fatto superare questi passi meno significanti in cui non vede che vicende private ed oscure, lo guider in una regione d'aria libera e d'orizzonte assai vasto, da cui godr una delle pi belle vedute della nostra storia passata. La vita d'Agnese Mantegazza, come ch interessante, non  la meta;  il sentiero meno disagiato che ad essa conduce.
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Se l'avervi taciuto, o lettori, il mio pensiero, se l'aver cercato di caparrare un po' della vostra affezione per un'infelice, vi far durare nel proposito di vederne la fine, non mi pentir della fatta omissione. Anzi, la confidenza accresciuta dal vedervi accogliere bene le mie simpatie, mi d coraggio di farvi anticipatamente una rivelazione. Se da principio avessi dimostrato la pretensione di ragionarvi di storia patria, voi, che sapete dove e da chi meglio apprenderla, avreste voltato le spalle al petulante, che si arroga un officio di cui non  degno. Ma se da questo povero volume avrete tratto occasione di fissare con ispeciale interesse un'epoca storica importantissima; e se, in grazia sua, vi accingerete ad aprire qualche buon libro di storia, non fosse altro per vedere se fui veritiero, avremmo, io e voi, raggiunto il nostro scopo: questo racconto sar la pi acconcia prefazione alle vostre studiose letture.
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63.
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 inutile affrettarci a dire che Agnesina fu salva da quella catastrofe. Chi l'ha un po' nel cuore, ricorda d'averla lasciata in una casipola di Pavia, e attende di rivederla col, sana e salva, bench immersa in un profondo dolore. Torniamo piuttosto a Campomorto, e prima ancora alla corte dei due Visconti, per vedere quali diversi effetti ivi producesse l'infelice destino dei Mantegazzi.
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Barnab, occupato a quest'epoca di guerre e di rappresaglie, non curava troppo le ribalderie minute. I soprusi per, le crudelt, le prepotenze, non venivano meno per questo: ma costituivano il piccolo commercio, di cui il signore di Milano cedeva il vanto ed i frutti a' suoi cortigiani. Questi, gareggiando d'operosit e d'astuzia, si proponevano un doppio scopo; avvantaggiare la borsa, ed aumentare il credito presso il loro signore. Quanto al primo, v'era sempre di che accendere l'appetito dei pi: meno facile a conseguirsi era il secondo, poich il favore del principe non poteva ripartirsi esattamente su tutti; e il suo beniamino non doveva essere che uno solo.
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Per fortuna, in quella gara, funestissima ai poveri governati, non tutti spiegavano un egual valore. V'erano degli illusi, a cui ogni blandizia, ogni sguardo meno cupo sfuggito a caso dal cipiglio del tiranno ed a caso raccolto, sembrava un pegno di favore, un privilegio unico ed esclusivo. Costoro s'addormentavano nella certezza della propria inviolabilit, e sognavano grandezze ed onori, finch a suo tempo venivano risvegliati bruscamente dalla dolorosa scossa della caduta.
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Altri invece, dotati di pi lunga vista, s'andavano arrabbattando non paghi d'essere i cortigiani del padrone, ma ansiosi di diventare il primo ed il pi caro suo favorito. Costoro, per arrivare alla meta, creavano fra il principe ed il popolo una serie di sognate difficolt, che poi superavano per dar prova di devozione e di bravura. Quindi denunzie, persecuzioni, oltraggi da una parte; dall'altra immunit iniquamente accordate, favori e privilegi dispensati a capriccio dalla stolta prodigalit del principe. Ma n l'inerte mansuetudine degli uni, n lo zelo istancabile degli altri, guidava alla meta sognata. Barnab poteva bene essere amato dai tristi suoi pari: egli non amava alcuno.
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Medicina, entrato in corte col semplice titolo di servo, godendo il vantaggio della domesticit, e volgendolo a' suoi fini con un accorgimento, che non  scienza ma istinto, ebbe campo di studiare da vicino il carattere di quell'uomo tetro ed inflessibile. Nell'abituale cupezza che siedeva sul suo viso, impenetrabile a tutti, egli pur sapeva scorgere varie gradazioni; quella davanti cui bisognava rassegnarsi prostrato nella polvere, scongiurando la procella nel silenzio; e quell'altra, che faceva lecito l'aggiungere una parola per deplorare, incoraggiare o far plauso a seconda dei momenti: ben inteso che, in ogni caso, non bisognava movergli incontro di fronte, ma stargli a fianco ed a rispettosa distanza.
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Nella sua privilegiata posizione, avrebbe potuto fare o tentare qualcosa di onesto. Ma il suo animo perverso si compiaceva invece di aggiungere all'ira traboccata del padrone una goccia del suo fiele, per deciderlo ad un atto di ferocia, quando l'animo di colui non vi fosse ancora determinato. Per tal modo egli, servo e strumento del principe, poteva vantarsi d'essere stato, qualche rara volta, il padrone della sua volont.
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Che se gli era sfuggita una parola in mal punto, mentre ogni altro sarebbe stato un uomo perduto, egli sapeva neutralizzarne l'effetto, con lazzi buffoneschi e colle piacenterie a lui solo concesse. E se nemmen ci bastava, egli aveva il mezzo estremo di riguadagnare il perduto, chiedendo ad imprestito dalle scienze occulte quelle ragioni superiori, davanti alle quali perfino lo scettico Barnab, suo malgrado, piegava il capo. Su questo campo lo stesso principe non era per nulla al di sopra dei pregiudizii dell'infimo vulgo. Sprezzava la vera scienza professata sodamente e di buona fede; ma non osava combattere le menzogne spacciate dai ciurmatori.
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Per tal modo Medicina, simile talvolta al cagnuolo della casa cui  permesso qualche atto di famigliarit, tal altra reso autorevole da una dottrina gremita d'assurdi e quindi piena d'incanto, godeva dell'impunit anche quando osasse levarsi dalla umile sua condizione per esaminare, dirigere, sindacare le azioni del padrone. Ma prosper le sue sorti, e seppe conciliare interessi lontani ed opposti, perch, pi sagace dei suoi pari, seppe farlo con arte, e non trasmod mai cogli abusi. Camminando sul ciglio dell'abisso, vi si trascinava carpone; e non fu mai colto dalla vertigine. Che se alcuna fiata credette di essere in procinto di perdere l'equilibrio, prevenne il pericolo arrestandosi, e scont la lieve imprudenza con una lunga inerzia, e col silenzio.
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Nelle cose d'alta importanza non soleva immischiarsi che quanto era necessario per raccoglierne qualche frutto. Non pose mano perci all'affare di Reggio, n spron il suo signore a fare quello che fece. La cosa camminava bene da s: Barnab era troppo accorto, troppo risoluto e crudele, per dimenticare l'offesa, e rinunciare alla vendetta.
A suo tempo, anzi prima del tempo preveduto, scoppi la procella; e Medicina, che pretendeva d'indovinare il futuro, si lasci sorprendere dall'avvenimento, mentre si trovava fuor di citt per riferire, come si  detto, al Conte di Virt i procedimenti della signoria di Milano. Venuto in chiaro della cosa, non gett il tempo a dolersi dell'occasione perduta; ma prese a studiare il modo di ricattarsi. La sua gita a Campomorto, dianzi deplorata, gli aperse l'animo a sognare nuovi e pi grandi progetti di buttino. E i sogni di rado mentivano a quell'anima scelerata.
Poche ore dopo il suo ritorno, egli vide il principe e lo trov pi tetro del solito. La morte violenta di Maffiolo Mantegazza gli aveva fatto perdere la traccia di un branco di congiurati, sui quali poteva sfogare le sue ire, senza nemmanco affaticarsi a giustificarle con qualche pretesto.
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Medicina lesse il secreto sulle grinze di quella fronte torbida; studi il male, scoperse il rimedio, e stabil il momento opportuno per amministrarlo. Ma non impieg il linguaggio della passione, e meno ancora la franca parola di chi indovina e consiglia; perocch quello zelo avrebbe destato sospetto: ramment soltanto con ingenua sbadataggine, che, a poche miglia da Milano nel castello di Campomorto, viveva ritirata la figliuola del proscritto, e che l era probabile aver lume intorno all'intrigo, o per mezzo di documenti ivi celati, o dalla bocca stessa dell'orfana, pi o meno spontaneamente facile a confessare la colpa di suo padre.
Barnab non sembrava dar retta a tali proposte, e Medicina non osava insistere. Forse, in quel punto, l'avido ciurmatore si pent d'aver consegnato al Conte di Virt la lettera di Maffiolo, perch ora l'avrebbe venduta a prezzo doppio. Ma il male non aveva rimedio; parlarne era come accusarsi d'infedelt. Solo gli restava aperto l'adito alla rivincita, in una pi ardita e profittevole impresa: quella, cio, di riavere per forza lo scritto o la persona cui era diretto.
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Barnab durava ostinato nel suo silenzio poco incoraggiante. Tutt'altr'uomo si sarebbe perduto d'animo; Medicina al contrario, per iscuotere la languida volont di colui, non aveva che ad accennare le difficolt dell'impresa ed a creare ostacoli; certo che Barnab non avrebbe resistito alla tentazione di rovesciarli.
Ahim, insensato ch'io sono! sclam Medicina percotendosi la fronte ahim! che stolido pensiero m' passato pel capo. E taceva di nuovo; dando al viso e alla persona un'aria di umilt e d'ipocrisia, che ingannava lo stesso Barnab. Teneva il viso chino, e gli occhi a terra, appoggiava il mento tra il pollice e l'indice della destra, e il gomito al braccio sinistro stretto al seno. Tutto ci era una pantomima studiata; il silenzio doveva essere l'eloquente proemio di quanto egli stava per dire.
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Campomorto! susurr tra s, ma in modo d'essere inteso  fuori del nostro territorio!... S certo. Esso  in quel di Pavia... dominio del Conte di Virt... Ed io... ah mille volte pazzo!... La grandezza e la gloria del mio padrone m'inebriano a segno da farmi scordare la gloria e la grandezza del suo nobile congiunto... E... Mentre ruminava altre parole di questo colore, os levare un istante lo sguardo, per vederne l'effetto. La sua occhiata, bench rapidissima, afferr quanto bastasse per fargli ripigliare la bugiarda umilt che gli assicurava il trionfo.
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Infatti, il volto di Barnab tradiva l'interna compiacenza, quasi avesse fatto una grande scoperta. Il rispetto che Medicina aveva mostrato pei diritti del Conte di Virt, era l'unico modo di invitare il principe a violarli. Egli, che avrebbe sprezzato un consiglio o punito il temerario che osasse darne uno al suo signore, accolse le parole del ciurmatore come una inspirazione. Quel viso, prima s cupo e taciturno, si aperse alcun poco; un sorriso minaccioso e terribile sfior quelle labra, dianzi diversamente spaventevoli nel silenzio. Medicina, che aveva compreso essere quella minaccia indirizzata a tutt'altro, che a s, fece cuore, e cant vittoria in secreto.
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Campomorto  feudo dei Mantegazzi, e dominio del Conte di Virt? url il principe. Tanto basta... Doppia ragione perch quella terra sia posta a soqquadro. Se esistesse un solo Mantegazza, e quello fosse ancora celato nelle viscere di sua madre, il pugnale del mio pi fido servo spenga d'un colpo la razza scelerata! E che? mi si minaccia forse perch il covo dei ribelli  sul territorio di mio nipote? Date a lui un bordone ed una sporta; non cerca di meglio, quel collotorto! Bravo Medicina! tu m'hai predetto la buona ventura questa volta. A te l'onore dell'impresa. Tu stesso devi essere il primo a mettere piede, in mio nome, sulla terra dei ribelli; tu precederai cento, duecento, mille delle mie alabarde, e porterai in quel castello la ruina e l'incendio. Tutto sar tuo: le carte solo e la fanciulla prenderai per mio conto. Io, che ho sfidato l'ira del papa, che ingrasso nelle sue scomuniche, dovr tremare della stizza impotente del mio diletto nipote..? Ah ah! Una sfida... vedremo... Parti, parti: fra tre giorni la risposta.
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Medicina, tutto mogio in apparenza ma assai sodisfatto nell'interno dell'animo, offerse al suo signore la pi ampia protesta d'obedienza, curvandosi dinanzi a lui fino a terra; poi usc. Non era ancor fuori della sala, che la gioja sprizzava dalle mille rughe della sua faccia da ipocrito. Raccolse un momento i suoi pensieri; scelse poscia i compagni, li ordin, li istrusse; e prima che fosse notte, sprezzando l'intemperie, part per Campomorto, da cui sognava di ritornar fra tre giorni ricco sfondolato.
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64.
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Il disagio del cammino, cresciuto dal bujo della notte e dall'imperversare della procella, spense alcun poco gli spiriti del ciurmatore. Non gi che gli sembrasse d'aver fatto un magro negozio; scopriva soltanto che la via era meno piana di quello che aveva sognato. Quanto alla noja del viaggio, egli, che faceva pagar caro ogni suo atto di servit, pensava rifarsi, aggiungendo nuovi titoli alla benevolenza del suo padrone e prelevando un lauto acconto sugli infelici abitatori di Campomorto. Finch agiva in nome del signor di Milano, non temeva di essere defraudato nei suoi guadagni. Ma in quest'intrigo arrischiava egli ancora qualche interesse tutto suo; onde, per non veder sfruttato il doppio e pericoloso traffico, chiamava a consulta le vecchie astuzie.
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Medicina, lo sgherro di Barnab, era anche il confidente di Giangaleazzo. Chi dei due lo pagasse meglio, egli non curava indagarlo; ottima cosa era il farsi pagar bene da entrambi. Condurre una mano di sgherri a Campomorto, senza darne avviso al Conte di Virt, era mettere in pericolo la protezione di costui. Imprigionare la figlia di Maffiolo, e consegnarla al signor di Milano, non era cosa scevra di pericolo: la prigioniera avrebbe potuto farsi accusatrice delle sue pratiche col signore di Pavia. V'era di che pensar seriamente. Ed ecco perch gli pareva meno lunga quella strada, che gli dava tempo a riflettere.
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Non uno, ma cento progetti accolse coll'animo lieto di chi risolve un problema difficile: ma il conforto era passeggero; quelle soluzioni tanto vagheggiate erano poscia respinte col disgusto di trovarle sempre fallaci. Sotto il peso di quelle difficolt, il bottino di Campomorto andava perdendo ad una ad una le sue attrattive. Pensava alla terribile probabilit d'essere scoperto; e lo poteva essere; e se lo fosse? A che le sue ricchezze? Pi non gli rimaneva che il dubio sul luogo, in cui egli avrebbe espiata la pena dei traditori. Questo pensiero lo faceva rabbrividire.
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Dopo lunghe ed inutili torture, finalmente scoperse l'unica ed infallibile scappatoja. Si vada a Campomorto, disse egli fra s, poscia a Pavia. Nella prima fermata raccoglier di fretta quanto pi m'importa; nella seconda far, con pi zelo del solito, il mio officio presso il Conte di Virt; e, ridestando i suoi sdegni contro lo zio, gli offrir l'occasione di battere le milizie che invadono il suo dominio, e di spogliarle di quanto avranno predato. Ma questa occasione non verr mai, perch io pel primo andr di volo a Milano a denunciare alla signoria i procedimenti del Conte di Virt. Per tal modo dar ad ognuno il buono e il tristo del mio mestiere. Credeva il ribaldo, che ci fosse giustizia.
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Quella mattina i poveri abitatori di Campomorto si risvegliarono soprafatti da una doppia disgrazia; la partenza misteriosa della castellana e la comparsa di ima masnada, che pur troppo non faceva mistero dei suoi intenti. Quale terribile angoscia dovesse produrre la minaccia di una scorreria, ben lo si pu imaginare, pensando all'istinto rapace di quei soldati di ventura, alla insaziabile avidit di chi li guidava, e al genio feroce del principe che li aveva sguinzagliati. I terrazzani, colpiti all'improviso, non ebbero tempo di raccogliersi e di pigliar l'armi. Se alcuno, spiando dall'alto il pericolo, spolver lo stocco e di mano agli arnesi guerreschi, non appena s'accorse con chi aveva a fare, rallent l'opera, e depose le armi. La difesa era inutile; l'ira grande ma impotente. Gli infelici non avevano altro modo di scongiurare la mala fortuna che farsi incontro ad essa con piglio mansueto.
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Medicina non era l'uomo dalle vendette inutili. Una sola volta ei l'aveva gustata nella morte del povero taverniere di Pavia; la lezione gli rimase impressa nella mente per tutta la vita. Autorizzato a far man bassa sugli infelici terrieri, pens che meglio fosse limitarsi alle minacce, per avere da loro, o per loro mezzo, la pi gran copia di roba e la migliore. Mentre la sbirraglia si sbandava nella cantina, e nel tinello, preludiando un'orgia, il capo di essa, seguto da un suo fido compagno, visit i luoghi pi nascosti del castello, raccolse quanto vi trov di pi prezioso, e ne fece un mucchio, che consegn all'amico, promettendogli a suo tempo una vistosa quota nel riparto. Poscia, annunciandogli che doveva partir sbito, lo nomin suo luogotenente, investendolo di pieni poteri, non senza consiglio d'usarne con quella discrezione, che meglio giovasse ad ingrossare il bottino. Fatto ci, riemp le tasche di grossi ducati fin dove le forze potevano sopportarne, e scomparve.
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Il Conte di Virt, reduce a Pavia e alle sue abitudini, non vi trov la desiderata calma. Sperava che il ravviare le vecchie pratiche s care un tempo, dovesse porgere pascolo gradito al suo spirito irrequieto. Frug nelle carte per rintracciarvi il secreto delle sue ambizioni; interrog ogni angolo della reggia, perch gli ricordasse quante volte e con quanta compiacenza aveva in essa mentito agli sguardi scrutatori de' suoi avversarj. Si trov deluso: quel mistero che circondava la sua esistenza, e che soleva diradarsi soltanto per spargere l'errore dove prima era incertezza, gli cagionava fastidio, come fosse rimorso, come se la coscienza gli dimandasse imperiosamente pel futuro un procedere pi schietto.
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La memoria della fanciulla di Campomorto era la viva apparizione della bellezza accoppiata alla virt. I sensi di lui s'imparadisavano nell'evocare le sue angeliche forme; ma l'animo, nel penoso esame di s e nella coscienza della propria inferiorit, lottava fra le sbiadite memorie del passato e le dolorose incertezze dell'avvenire. Se alcuna volta rivendicava la stima dovuta a s stesso pensando alla lettera di Maffiolo, quelle parole, ancorch incoraggianti, avevano un valore soltanto come un patto condizionato pel futuro: e quel patto era grave, arrischievole, pericoloso. Egli giocava un gioco formidabile, di cui ignorava perfino la posta: sapeva soltanto che poneva a risico il suo avvenire, la gloria, la speranza di tutta la vita: e che, toccata una sconfitta, gli riescirebbe impossibile la rivincita. Il secreto che lo legava a quel patto era l'amore: un amor forte come la sua ambizione e meno paziente di quella. Usciva egli dunque da una carriera arcana e difficile, per gettarsi in un'altra egualmente e pi scabrosa. Con qual diritto avrebbe egli tentato di ravvicinarsi alla donna ch'egli amava? Spettava a lui il discendere onde eguagliare il principe alla vassalla o non doveva piuttosto tentar di salire, perch il nome di un Visconte fosse degno della virt dei Mantegazzi? Finch durava questo dubio, entrambi avrebbero proceduto l'uno discosto dall'altro, come viandanti che battono due strade vicine, e non s'incontrano mai.
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Pensando allo scritto di Maffiolo, e alla confidenza ch'egli si era meritato, concludeva che se la felicit di Agnesina gli era cara, la sua virt doveva essergli sacra. Tornava col pensiero alle sollecite cure che gli erano state prodigate nella casa di lei; si gloriava delle prove d'affetto ottenute; ma concludeva: guai a chi abusa dell'ospitalit! Nello stesso ricordo si mescevano la rapida serenit dei giorni passati a Campomorto, il severo giudizio di Maffiolo, e il sacro debito dell'ospite. Amava inebriarsi del primo pensiero, ma non appena vi si accostava gli altri ponevano nella coppa delle sue delizie tanta parte di ragione, che bastasse a distruggere ogni incanto, ogni ebrezza.
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Alcuna volta gli parve che i suoi scrupoli fossero soverchii, e s'accus di pusillanimit. Volle convincersi che una condotta meno cauta dal canto suo non sarebbe stata sconvenevole. Giunse perfino a vagheggiare con diletto il suo posto eminente, pensando ch'esso gli dava il diritto di chiamar legge ogni suo desiderio. Se a confortarlo in questo disegno richiedevasi l'esempio d'altri, egli non aveva che a volgere lo sguardo intorno a s, e cercare in qual conto i signori suoi pari tenessero la virt delle loro vassalle. L'elastica moralit della corte gli susurrava nel cuore, che l'infamia non era generata dalla natura di un fatto, ma dalla condizione della persona che lo commetteva. Ci che era delitto in un popolano, diveniva affabile compiacenza in un principe. Le lacrime del povero erano tosto rasciugate da un sorriso di lui: dinanzi a lui, l'onest famelica era men bella che la docile sommissione.
Ma il diletto, se pure poteva chiamarsi con questo nome un'allucinazione passaggera, gli metteva nel cuore una nausea, un fastidio, come se ingolasse un dolciume, in cui l'acre del veleno  mal mascherato; quindi respingeva tosto quei pensieri, come si respinge la coppa che  conosciuta infida. Allora tornava saggio come prima; anzi, pi di prima severo con s, quasi volesse rinvigorire colla vergogna di una colpa meditata la sua virt vacillante.
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Nella proverbiale ferocia del suo secolo, Giangaleazzo era una individualit privilegiata. Diciamo privilegiata non unica; perocch Azzone e l'arcivescovo Giovanni l'avevano preceduto col buon esempio. Nelle cose di stato egli non seguiva l'esempio dei prncipi del suo tempo, soliti a marciar dritto colla spada alla mano. Senza che egli apprendesse l'arte di governare, che poi divenne scienza, ed ebbe scuole, dottrine, e maestri, anzi prima ancora che esistesse la parola per qualificare l'uomo di stato, egli lo era, direm quasi, per istinto. Il suo carattere calmo, riflessivo, perseverante, lo premuniva dalle facili improntitudini dei suoi pari, s gradite quando il cuore vi si abbandona, s gravi di pentimento, quando ne ricerca il frutto. La cortigianeria, pronta a magnificare le virt dei grandi ed a palliarne i difetti, non aveva valore sull'animo suo, che come mezzo di conoscere negli sviscerati piaggiatori i pi incauti avversarii della sua fortuna. Inflessibile davanti alle smodate piacenterie di costoro, sopportava con animo egualmente imperturbato lo sguardo sinistro di coloro, fossero grandi o meschini, che lo disapprovavano. Anzi, nei primi temeva a buon dritto la menzogna: in questi, no; il loro odio egli gradiva, perch almanco sincero.
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Anche nella vita domestica apprese di buon'ora a far violenza alle proprie inclinazioni. Ci che nella prima et, sotto il dominio di un genitore tiranno, era dura necessit, a lungo andare, coll'uso della vita, divent un abitudine. Che se  temerario il dire che la sua studiata mitezza era solo un omaggio alla virt, bisogner per lo meno convenire, che egli possedeva l'arte fortunata di giungere felicemente ad uno scopo, senza calpestare con apparente violenza gli ostacoli, che gli attraversavano la via.
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Il suo carattere ritraeva in parte le virt della madre, Bianca di Savoja. Nell'animo di lui non cadevano in fallo i semi della educazione materna e i primi rudimenti di una cultura, rispetto ai tempi, vasta e gentile. Galeazzo II, dopo avere inventato la terribile quaresima di tormenti, fond l'Universit di Pavia. Strano accoppiamento di barbarie e di civilt, che sembrerebbe irreconciliabile, se non si pensasse che quel principe, ben lungi dal promovere negli studj la cultura e lo sviluppo intellettuale de' suoi sudditi, volle soltanto circondarsi di un'eletta schiera di sapienti, onde rifar credito alla scaduta cortigianeria. Egli gustava nelle parole dei dotti il sapore di una dialettica severa e piacevole, ma l'animo indurito non cangiava tempra a s modico calore: n il coraggio dei neofiti della scienza giungeva a tanto da mettere in pericolo la protezione del potente, pel fuggevole diletto di apostrofarlo con una acerba parola. Il fondatore dell'Universit non raccolse che i fiori dell'opera sua; i frutti vennero pi tardi; ed il primo a gustarli fu probabilmente il figlio, cresciuto fra le dispute dei sapienti, nutrito dalle balde armonie dei provenzali, educato dalle meste note del Petrarca.
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Un buon terreno, cui venga affidato buon seme, tosto o tardi, produrr qualche frutto, a dispetto dei nembi passaggeri e dell'influsso malefico dei paduli circostanti. Il giovine principe, in mezzo ad una corte corrotta, pot sfuggire al contagio propagato dall'adulazione: apprese anzi ad odiarla, come la causa precipua degli errori del suo genitore. Devoto al nome ed all'autorit di lui, dissimul le secrete accuse, che il cuore moveva spontaneamente contro la sua brutale crudelt; comprese, fino da fanciullo, quanto fossero fatali le esorbitanze del suo governo: riconobbe la menzogna dei cortigiani e la giustezza del publico malcontento: e nell'esempio della madre, maestra di toleranza e sua compagna nel martirio domestico, apprese ad odiare l'ingloriosa grandezza dei tiranni. Una natura cos nuova e privilegiata parve un enigma a tutti coloro pei quali il despotismo era allettamento od interesse. Il perch, il signor di Milano e i suoi addetti, non sapendo come meglio spiegare questo fenomeno, chiamavano Giangaleazzo un uomo da nulla.
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Per verit, dopo il ritorno da Campomorto, il Conte di Virt accusava s stesso di dapocaggine quante volte, tentando di combattere una preoccupazione creduta puerile, ricorreva scoraggiato e nauseato alle vecchie pratiche della corte. Dolevasi che uno stolto pensiero, malgrado gli avvisi della ragione, divenisse il tiranno della sua volont; dolevasi di arrischiare per esso i frutti di un lungo esercizio di virt politiche. Ma l'accorgersi del pericolo  gi mettersi sulla via di scamparne. Chi crede che il tempo sia un rimedio, confessa il male, e desidera di guarire. Ora, in mali di simil genere non vi ha sintomo migliore di questo.
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Le persone che lo avvicinavano, fatti accorti del mutamento, pensavano che il principe non fosse ben guarito; e l'uomo della scienza, chiamato dal suo dovere ad interrogarlo, credette aver penetrato il secreto de' suoi mali; ma s'affrett a spiegarlo con un tale sfoggio di dottrine astrologiche, che valeva quanto il confessare schiettamente di non avere compreso nulla: del che il principe fu assai contento.
Fatta a suo modo la diagnosi, entr a proporre il rimedio. E non si mostr pago d'un solo; consigli al suo cliente l'uso di pi sostanze stillate insieme, le cui virt occulte elidevano l'occulta potenza dei sortilegi, suprema ed indubia cagione di tutti i mali d'origine ignota. Poi consigli al principe di mutar aria, di togliersi dalle cure, e di cercare nel perfetto riposo il ritorno delle forze e l'uso completo delle facolt. Il conte accett il consiglio; finse di sottomettersi docilmente al regime dei filtri, che il medico stesso ammaniva, e ch'egli, quand'era tutto solo, buttava dalla finestra. Di pi buon grado poi segu l'altra proposta; e fiss di partire l'indimani pel suo castello di Belgiojoso, facendosi seguire da un piccolo numero di servi e dallo stesso medico; onde accreditare meglio la notizia ch'egli fosse malato; e poter vivere solo.
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Che alla scelta della nuova dimora contribuisse il pensiero di avvicinarsi a Campomorto, non si pu asserirlo con franchezza; ma non  lecito nemmanco il negarlo. Fatto  ch'ei part, che volle andarsene malgrado il tempo burrascoso, e che giunto col non apparve n pi sereno n meno sofferente di prima.
Dal piccolo corredo che ei portava seco, avrebbe voluto escludere tutto ci che gli ricordava la sua infelice passione: ma cerc invano d'ingannare la memoria: essa si risvegliava ad ogni istante, al pi sommesso appello di frivoli oggetti, come si ridesta la vampa fra sostanze incendevoli, se vi  celata una sola favilla.
Le cose procedettero a questo modo per due giorni. Il conte non si doleva; ma il suo volto, pi che d'abitudine pensieroso, confermava le durevoli sofferenze. La corte non fu mai cos mesta come allora. Se ne dolevano i pochi servi, defraudati delle solite baldorie; e il peso dei loro rimbrotti cadeva sul medico, come se la noja di tutti fosse sua colpa; mentr'egli invece nella secreta sua cella non ristava un momento dal cuocere, spremere, stillare erbe ed aromi.
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Finalmente, al cadere del secondo giorno, il sole riapparve, e salut il creato con un raggio di buon augurio. Nel corso della sera il cielo s'and a poco a poco sbarazzando dai vapori, che lo coprivano: a mezza notte non era pi visibile una sola nuvoletta. Allora, l'instancabile scienziato abbandon l'officina, e i suoi matracci, e, salito sopra l'altana del castello, si diede a percorrere coll'occhio i quattro lati della volta celeste, sperando di rubare agli astri il secreto, che l'inferma natura della terra sembrava negargli.
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Ma aveva un bel fare a spingere lo sguardo in ogni parte di quel vastissimo orizzonte; egli strisciava sempre a terra, condannato a portare la catena dei suoi pregiudizj. Accostava all'occhio la doppia lente, novella meraviglia inventata da Alessandro Spina, pisano; e credeva veder pi da lungi e pi distinto; ma l'intelletto, in mezzo a tanti oggetti, provava l'imbarazzo d'un malpratico, che si trova in un paese nuovo, in mezzo ad un crocicchio di moltissime vie, e non conosce quale sia la buona, e non sa come e da chi prender lingua. Ei girava in su e in gi, dall'uno e dall'altro lato, come se volesse interrogare il cielo intorno a ci che doveva chiedergli. Ma non pertanto egli era uomo da confessare che quella immensit lo confondeva. La sua ignoranza lo rendeva imperterrito. E quando i delirii della sua mente non gli servivano di sgabello a salire alcun poco, non faceva che storpiare le leggi della natura per impicciolirle, per accommodarle a' suoi pregiudizj, e farle complici dei suoi errori.
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Lasciamo che egli erri a libito negli spazii, cercando il nesso dei tre mondi, l'elementare, il celeste e lo spirituale: lasciamo ch'egli studii gl'influssi prodromi e conseguenti degli astri, deducendoli dalle loro apparizioni, congiunzioni ed occultazioni, ch'ei discenda infine a combattere la malvagia goezia, e a cercar l'alleanza della teurgia benefica; la storia degli errori umani  troppo ricca perch ci sia il tornaconto d'occuparci ad illustrarla con una parola di pi.
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Un altr'uomo in quel castello e in quel punto vegliava come lui. Dopo di avere tentato inutilmente di abituarsi alle coltri divenute insopportabili, balz dal letto, si coperse alla meglio e, schiuso un balcone che guardava a levante, vi si affacci, avido di bevere l'aria fresca della notte e di specchiarsi nella vista del cielo. Costui era il Conte di Virt. Se con quell'aspetto e in quell'arnese avesse percorso gli androni del castello ed incontrato anima viva, da quel d certamente avrebbe dato credito alla favola che ivi errasse uno spettro; tanto egli era pallido e contrafatto..
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Escito sul balcone, lev gli occhi al cielo; non per voglia d'interrogarlo, ma attratto dalla sua bellezza e dal bisogno di rivolgere ad esso la muta preghiera degli infelici. Giammai in sua vita gli parve d'avere assistito ad uno spettacolo pi sublime. Allora gli corsero alla memoria ed al labro quei versi dell'Alighieri:
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O gloriose stelle, o lume pregno
Di gran virt ...
A voi devotamente ora sospira
l'anima mia ... 24
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Poi disse fra se Ogni istante il cielo ne schiude il tesoro de' suoi prodigi, e i nostri occhi fissi e invetrati non sanno levarsi da questa terrena bassura per contemplarli? Quante volte il pio terror della notte si dilegu sopra il nostro capo senza avervi destato un sol pensiero? Quante volte la natura oper meraviglie dinanzi alla cieca umanit? Toglietevi dalle piume, o voi cui il dolore non concede riposo: trascinatevi ad uno spiraglio, da cui si veda la notte; e lo splendore degli astri vi sollever da questa terra, dove le vostre lacrime hanno fecondato le spine, e su cui vi trascinate come i vermi. L'origliere non d alla vostr'anima trambasciata che la breve tregua del sonno; men calmo forse della morte, poich turbato da fantastiche paure.... Qui ogni miseria vostra svanir: qui vedrete Iddio nell'infinita bellezza dell'opera sua. Stolti! per aver pace, interrogate le strane inezie del caso; vi commovete al crepitar della fiamma, al cader d'una foglia, all'apparire di un insetto: e non stupite davanti alle meraviglie del cielo!...
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Curvo presso il parapetto del balcone, col capo appoggiato alla mano, e il braccio steso sul davanzale, stette egli lungamente contemplando quella scena. L'aria, flagellandogli il viso, temperava il ribollimento interno, cagione della febre e dell'insonnia. La vista della natura placida e serena gl'infundeva nell'animo una dolcezza cos nuova ed arcana, che mai non prov l'eguale. L'armonia di un caro nome si mesceva al queto alitare della brezza; e i due suoni concordi si confondevano in uno solo. Due begli occhi neri evocati dall'accesa fantasia, brillavano come le stelle; e le stelle, e quegli occhi, avevano di comune un fuoco vivo ma casto e temperato, che giunto al cuore l'inondava di delizie e di speranze.
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A quella vista, la sua mente andava spaziando pi libera e padrona di s. Il cuore, prima angustiato ed inerte, puls con un ritmo celere ed eguale. Non era febre, ma raddoppiamento di vita. Di pensiero in pensiero, egli varc i gradi di un immensa scala piantata nel fango delle cose terrene e diretta al cielo. Le idee non seguivano un corso ambiguo, e sconnesso, ma fluivano placide ed ordinate, sicch per esse ei percorreva a rimorchio con impulso propizio la corrente dei fatti, e dagli effetti ascendeva a riconoscere le cause, fino a scoprire la cagione delle cagioni.
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Toccata quell'altezza, oh, come gli parve piccolo il mondo! Con quanta piet guard egli l'angusta cerchia de' suoi dominii! Con quanto dolore ravvis le interminabili gare degli emuli, che per usurpare il patrimonio della patria antica, ne facevano a brani gli avanzi! Una scena di desolazione gli si aperse sotto agli occhi. Qua vide province e citt, crudelmente separate da confini arbitrarii, non voluti n difesi dalla natura, ma assiepati d'armi venali e straniere. L, campagne bianche d'ossa insepolte, che nel silenzio della notte si cercavano e si riunivano per sorgere, spettri vaganti e terribili, ad imprecare contro i fratricidi. Erano quelli gli avanzi dei seguaci d'una fazione che, nel bollore delle ire di parte o nell'accecamento dell'ambizione, vennero, trucidati come nemici, mentre erano fratelli, figli di una madre comune. Le tante vittorie cui aveva assistito gli parvero allora pi inonorate delle sconfitte; l'ebrezza passaggera del vincitore ben pi deplorabile che il silenzio e la vergogna del vinto.
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Quel veleno che rode le radici, diceva egli, attossica i frutti. La discordia dei prncipi, non si arresta fra i prncipi: scesa negli ordini minori fino all'ultima plebe, rompe i legami di sangue, di gratitudine, d'amicizia. Ogni cittadino ha davanti a s un tiranno; accanto ed alle spalle, nei fratelli d'altra fazione, altretanti nemici.
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Agitato da queste amare rimembranze, il conte teneva la testa bassa e l'occhio errante nelle tenebre della terra. Ma quando surse a contemplare una seconda volta il magnifico spettacolo, un palpito nuovo, e soavemente mesto, lo richiam a pi dolci pensieri. Al cospetto del cielo, proruppe egli, le glorie di quaggi sono fuochi fatui, che s'inalzano dal suolo fradicio, per sprigionare i miasmi della terra, e far pi gravi le tenebre circostanti; ma la carit, oh la carit  la scintilla vergine e pura,  la luce del sole che offusca quella degli astri! Quel palpito o quelle parole erano consacrate alla sua patria; alla madre tapina ed infelicissima, che invano mostrava le piaghe e chiedeva soccorso agli ingrati suoi figli. Allora sprezz la vacua grandezza de' suoi rivali. La virt di Maffiolo, ignorata come il diamante nelle viscere della terra, gli apparve pi luminosa; il suolo in cui quel tesoro era nascosto, doveva essere fecondo d'altre nobili produzioni. Si propose di scuotere il fango delle passioni per diseppellirvi l'arcana virt. Giur per l'anima del generoso cittadino, ch'ei non chiuderebbe gli occhi in pace, finch l'alto suo pensiero non fosse condotto a compimento.
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S proruppe egli, a voce alta e con entusiasmo imiter il povero che lavora d e notte per sfamare la madre. Guai a noi se osiamo abbandonare colei, che ne diede la vita. Ambizioso, snuder le armi dell'indomita passione a suo profitto: diverr grande, affinch la mia offerta sia degna di lei; diverr ricco, affinch la madre nostra non gema nella povert. So che ricchezza e potenza susciteranno contro me turbe d'invidiosi. Ma che monta?... Forse che l'approvazione o il silenzio di costoro pu essere mai lo scopo della mia vita? Il cammino  lungo: gridino a loro modo i codardi o i rivali, io non mi arrester a render conto de' miei passi. Avanti, avanti, lo spirito di Maffiolo mi rischiara la via. Mentre i faziosi affilano le armi per le guerre fraterne, io li sorpasser. Quando la patria avr ricuperato il suo nome glorioso e l'antica sua grandezza, il mio cmpito sar finito; e m'arrester. Intanto la mente e il cuore anelano a quella meta: ivi  la posta dove lo spirito di Maffiolo mi attende; col l'amore d'Agnesina sar la mia corona.
Al pronunciare questo nome, il viso del conte si fece raggiante, come se riflettesse la calma serenit del firmamento. Pensava alla fanciulla di Campomorto coll'animo confidente e pio con cui l'Alighieri cant Beatrice; e, richiamando la sua donna cogli occhi del pensiero, gli parve udire dal suo labro quei due versi:
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Le mie bellezze sono al mondo nuove
Per che di lass mi son venute25.
I sensi furono debellati; l'affetto, che gli ferveva nel cuore, divenne s puro che, davanti alla severa testimonianza del cielo, non arross di confessare la propria esistenza. Non era la donna che egli vagheggiava; ma la carit verso la patria tradotta nelle incorporee sembianze di un angelo.
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68.
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Si dice essere la notte l'amica dei ladri.  infatti nell'ombra e nella quiete di essa che si medita e compie la pi gran parte dei misfatti. La notte promette silenzio ed impunit; e spesso tien la promessa, disperdendo l'opera dei malvagi nella bolgia delle turpitudini anonime. Essa genera in tutti un aumento di forze, il quale, se non abbisogna al saggio per serbarsi onesto, basta al malvagio per rinvigorire i suoi pravi istinti. Perci, se si vuole rappresentare uno scelerato, lo si circonda di tenebre. La cella delle sue inique meditazioni si finge scarsa di luce; l'ora del delitto  il colmo della notte; la scena un ritrovo solitario. A nessuno cadr mai in pensiero d'imaginarlo franco col viso alto e la fronte rivolta al cielo. Che se egli osa talvolta gettar sguardi procaci, i suoi occhi non soverchieranno mai il capo della vittima; e se la vittima sapr affrontarne la luce sinistra con altretanta imperturbabilit,  assai probabile che l'oppressore subisca la legge dell'oppresso.
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Ma  la notte della terra che offusca lo spirito, ed agghiaccia il cuore, non quella del firmamento, sempre consigliera del bene. La scarsa luce che piove dal cielo stellato  splendore vivo e smagliante che illumina la coscienza, che sprona l'inferma volont, che rassoda i retti giudizii. Oh se il malvagio levasse un solo momento lo sguardo al disopra delle cose terrene, egli vedrebbe sciogliersi tosto gli ingannevoli fantasmi che lo trascinano al delitto!
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Pi mite, ma non meno efficace,  il turbamento che essa produce sulle anime gentili, le quali professano alla virt un culto profondo, e non aspettano che l'occasione per darne prova. Il chiaror delle stelle parla d'amore alle anime schiettamente innamorate; ma non consiglia affetti vili. Esso rinfranca i propositi dei timorosi, perocch l'uomo sente di non esser solo, mentre Dio gli  testimonio e consigliero.  maestro d'azioni generose, giacch quella luce che gli fa parer bello l'erto sentiero della virt, gli mostra l'inganno e la caducit del bene comprato con un rimorso.
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Null'altro adunque che la vista di quella magnifica notte commoveva l'animo del conte. Invano aveva egli cercato la calma all'assopimento ed al riposo; invano l'avrebbe chiesta alle memorie del passato od alla sapienza dei libri.
E che era mai quello spettacolo, se non una delle mille e mille notti, che scorrono placide ed obliate su tutta la terra, senza essere privilegio di clima o di stagione? Non brillava la luna. La volta celeste libera d'ogni nube poteva paragonarsi ad un immenso velo bruno e trasparente, attraverso il quale si diffundeva una luce scarsa, uniforme, mestissima. Gli astri di maggiore grandezza gettavano sprazzi di fuoco a vario colore. Intorno ad essi una grande aureola d'aria bruna sembrava tenere in rispetto l'innumerevole corteggio delle stelle minori. Ma quello spazio di cielo, in cui a prima giunta non si vedevano che tenebre, a poco a poco si popolava di uno, di due, di cento scintille, che apparivano e sparivano, con tale incertezza e in s gran copia, che difficile, per non dire impossibile, era lo scoprire un punto, dove esse non fossero. Nel mezzo e longitudinalmente la volta celeste era partita da una zona albicante, a contorni incerti e sfumati, che a prima vista poteva confondersi con una nuvoletta, ma che, meglio guardata da chi tenesse conto de' suoi movimenti, insegnava anche all'occhio profano non essere emanazione della terra, ma sostanza eterea mossa da una sola legge col resto dell'universo.
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L'osservatore, non pi sapiente che i sapienti della sua corte, di cui abbiamo gi conosciuto un esemplare veritiero, respingeva in sua mente le pagane credenze, che spiegavano quella notturna apparizione. Ma mentre rideva di chi la chiam una stilla sfuggita dal seno di Giunone, o la strada rovinosa di Fetonte disseminata di cenere, o il sentiero degli eroi avviati al tempio della immortalit, inclinava con Teofrasto e Macrobio ad abbracciare l'ipotesi tornata in voga, che essa non fosse altro che la saldatura dei due emisferi celesti. La pi sana delle congetture era, come avviene pur troppo e sempre, la meno accetta. Nessuno pensava a quei tempi a Democrito d'Abdera che, quattro secoli prima dell'era nostra, sospettava essere la via lattea quello che  per noi al d d'oggi, miriadi di stelle.
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Risalendo il corso della storia, ad ogni pi sospinto ci avviene d'incappare in traviamenti dell'intelletto umano. Chi provasse soverchio fastidio nel percorrere una strada seminata di errori, abbandoni il proposito di frugare nelle vecchie carte. Probabilmente i nostri posteri diranno lo stesso di noi. Ma non ci deve esser lecito sperare che verr un tempo, in cui l'uomo, compiuta la conquista del possibile, rimarr pago e tranquillo a fruirne i vantaggi? Diremmo di s, se una dolorosa esperienza non ci avvertisse che questa immobilit fondata sul possesso del meglio, (tacciamo dell'ottimo) non ebbe mai una durata significante. Quando l'uomo cessa dall'edificare, incomincia il rude lavoro della distruzione. Pi volte egli fu vicino a toccare il colmo della civilt; ma giunto a meravigliosa altezza, non vi si arrest: scese di nuovo, disconobbe l'opera sua, abiur le verit conquistate, mor sotto il raggio del sole, per rinascere dalle sue ceneri, come l'uccello della favola.
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Il nostro osservatore cadeva in un altro e pi madornale inganno. Egli (e tutto il mondo con lui) pensava, che la volta celeste scorresse al di sopra del suo capo, con quel moto uniforme di traslazione, che appare all'occhio di chiunque guarda il cielo in ore differenti, con illusione simile a quella di chi, solcando l'acqua, crede che la riva gli fugga lontano Quest'errore era rafforzato da grandi autorit; l'Almagesto di Tolomeo lo convalid, lo ribad, lo fece essere il perno di tutte le dottrine celesti per sedici secoli. Su di esso si fond la deplorabile congerie delle assurdit, d'onde  tessuta l'astrologia. Di fatti, posta l'ipotesi che tutto l'universo sia creato pei bisogni ed a diletto di quest'atomo che si chiama terra, ogni uomo non  troppo ardito se crede aver nel cielo almanco una stella per s, ivi posta a sua guardia e tutela. Eppure Pitagora e Filolao, trecent'anni prima di Tolomeo, avevano scoperta la dottrina sul doppio moto della terra.
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Una teoria s semplice e chiara spiegava tutti i fenomeni della natura, ed appagava la mente ed il cuore degli uomini, imaginando un universo pi degno della potenza infinita che lo aveva creato. Ma la verit, forse perch troppo bella ed evidente, non ebbe proseliti. Ci vollero secoli e secoli prima che si disseppellisse l'ignorata dottrina dei Pitagorici; e quando Galileo la scoperse, la comprese, e la corred di prove irrefragabili, vide levarsi contro di s, non solo la dispettosa incredulit del vulgo, ma un'ignavia togata e tonsurata, che tent strozzare la verit rediviva sotto la pressura de' suoi strampalati sillogismi, rafforzandoli con quegli argomenti, che tutto il mondo conosce dalla storia delle inquisizioni.
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69.
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Le dottrine cosmiche, che noi abbiamo attribuito al nostro eroe, erano sue applicazioni: non per del momento, a cui  rivolta la nostra attenzione. Il conte non vide per minuto quanto qui venne toccato di volo; meno ancora s'arrest a farne oggetto di studii o considerazioni. Quella scena scosse i suoi sensi, e li attravers per giungere al cuore e sollevarlo in un nuovo mondo, che gli apparecchiava un delizioso delirio. Fu verso il mattino che egli riprese la conoscenza dell'esser suo; e allora si trov stanco, sbattuto, aggranchito dal freddo e dall'insonnia.
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All'escire da quel paradiso di belle inspirazioni, ripigli i sensi, che ve lo avevano sospinto, e li trov guariti da ogni ebrezza, anzi calmi e torpidi, come nei momenti meno poetici della sua vita. Gli occhi, vogliosi ormai di riposare nell'ombra delle cose prossime, si compiacevano di fissarsi nei vapori mattutini; poi scendevano a mirare le creste dei boschi disegnate sull'orizzonte, e i casolari e gli alberi che escivano a poco a poco dal caos notturno, assumendo forma e colore. L'orecchio, sordo dianzi ad ogni chiamata terrena, cominci ad udire distintamente il sibilo armonioso della brezza, cui faceva eco il rombo lontano dei rigagnoli e dei fiumi ingrossati dalle piogge; indi l'abbaiare dei cani, lo strido sinistro dei gufi che rientravano nei loro nidi, e il passo misurato delle scolte.
Ma, tornando egli dalla sua corsa fantastica, non doveva perderne tutti i vantaggi e tornar l'uomo di prima. Di quell'incanto portava le tracce profondamente scolpite nell'animo, a quel modo che ci restano nella memoria le sembianze e le parole di persona cara dopo esserci congedati da lei.
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Anzi, se prima i pensieri erravano senza freno in bala della mente agitata, ora, sottoposti al giudizio della ragione, ne divenivano il linguaggio. Quei pensieri adunque andavano guadagnando ordine, consistenza, efficacia appunto perch avevano perduto il brioso colore d'un sogno. Da quell'istante non sent altro bisogno fuor quello di lasciare corso agli effetti della misteriosa lezione, che il cielo gli aveva dato. Abbandon il balcone e rientr nella camera; di un'occhiata di piet al suo letto, e risolse di non spendere l'ultima ora della notte dove aveva s infelicemente passate le prime. Un brivido invincibile gli correva per le ossa e gli faceva battere i denti. Stacc dalla parete uno spadone, e s'accinse a manovrarlo a due braccia. Ma quell'esercizio gli interrompeva il filo delle idee. Rimise l'arma; e, pensando che l'aurora doveva essere vicina, si propose d'escire a vederla, e di correre un buon tratto di strada per dar corso al sangue e cacciare il freddo.
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Sodisfatto di questo pensiero, si dispose a mandarlo ad effetto; indoss abiti pi convenienti, cinse la spada, si coperse di un mantello bruno, e ravvolse la testa in un capuccio cremisino; poi esc dalle sue stanze e, attraversati gli androni del vasto palazzo, scese inosservato nella corte d'onore. Quivi si arrest un momento, per assicurarsi che regnava intorno a lui la pi profonda quiete. Tutti gli abitatori del castello dormivano. Dormiva anche Esculapio che, dopo avere interrogato le stelle e il codice di Guido Bonatto, credette di doverne attendere la risposta in sogno. S'addorment il valentuomo col libro fatidico stretto al cuore; ed ebbe infatti pi assai che non s'aspettava, spettri ed apparizioni in folla. Peccato che la mattina seguente, nel tentare di rinvergare il bandolo a tanta copia di rivelazioni, non venne a capo di trovar altro fuorch il ricordo della sua matta paura.
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Escire dal castello senza essere veduto, non era cosa possibile. Le mura ai quattro lati erano cinte da una fossa, in quel d torbida e colma dalle continue pioggie. Le porte erano munite di un ponte levatoio, che sulla sera veniva alzato; ed a ciascuna porta vegliava un alabardiere con ordini precisi di non dare entrata a persona, e di non permettere l'escita se non a chi ne giustificasse il motivo. Il principe questa volta si trov impacciato in quella stessa rete di precauzioni, che erano scrupolosamente mantenute per la sicurezza e il decoro della sua persona.
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Impossibile fare un passo senza aver cent'occhi a dosso, sclam egli tra s con dispetto; dimani cotesti oziosi non parleranno che della mia escita mattutina; e Dio sa, quante e quali spiegazioni sull'insolito avvenimento!
Egli era tornato l'uomo cauto e circospetto di prima. Nondimeno s'avvi di buon passo verso la porta di levante, che era la principale del castello. Per buon tratto marci ravvolto nella penombra di un alabardiere che passeggiava in su e in gi pel vestibolo, coprendo la lampada appesa alla imposta interna del portone. Ma quando il soldato s'accorse d'alcuno che gli si avvicinava, fe' un passo di fianco, e lasci che i raggi dianzi interrotti arrivassero all'incognito. Ma non avendolo ancora riconosciuto, gli diresse a voce alta e in modo deciso un chi va l? Il conte non si arrest, n rispose: con una mano rovesci alquanto il capuccio che gli scendeva sulla fronte; coll'altra fe' cenno di tacere, ponendosi l'indice attraverso alle labra. Dietro quest'atto ud tosto lo scricchiolare delle catene, che scorrevano sulle puleggie onde abbassare il ponte, e vide aprirsi la porta di soccorso. Passato oltre e giunto a mezzo del ponte, gir lo sguardo indietro, ed ammicc la guardia con un'aria ancora pi solenne che voleva dire: guai a te se parli. Il soldato ritto al suo posto, appoggiando verticalmente l'alabarda allato della persona, accenn d'aver inteso, e ripet in cuore suo silenzio ora e sempre. Chiuse indi la porta, e ritorn a misurare il lastrico co' suoi passi lenti e sonori.
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70.
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Varcato il rivellino e le poche opere che fronteggiavano il castello, costrutto a delizia non a difesa dei signori Visconti, esc sulla spianata che in allora non meritava nome di piazza, giacch scarse ed irregolarmente collocate erano le casipole, che la circondavano. Dicontro alla porta principale si apriva la strada maestra diretta a Corte Olona: via serpeggiante, ineguale, vallicosa, come lo erano tutte a quei d. Per breve tratto essa soverchiava la campagna, poi correva sepolta fra immense siepi, protette da piante, che sembravano aver comandato per un secolo al passaggero le pi stravaganti deviazioni. L'intemperie dei giorni antecedenti l'aveva malconcia ancor pi del solito: in certi punti, profondi avvallamenti ricolmi d'acqua la cangiavano in uno stagno impraticabile: ivi le pedate dei viandanti, pel ricorrente bisogno d'aprirsi un cammino fuori della pozznghera, tracciavano sul ciglio della siepe una viuzza alta e sgombra, che si ricongiungeva alla strada maestra, appena questa tornava meno disagiata.
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Il conte entr di buon passo per quella strada e, mano mano che s'avanzava, si sent crescere la voglia d'andare. Senza che l'animo suo rientrasse in quell'ordine di idee che nella notte l'avevano inondato di tanta dolcezza, ne provava i benefici effetti in una calma dello spirito ed in un crescente ben essere del corpo, come se giungesse dall'aver fatto un'opera buona, e s'avviasse a riceverne la ricompensa. Cammin sulla strada superandone tutte le difficolt, e seguendone i giri capricciosi, fin quando vide sulla siepe a manca aprirsi l'ingresso ad un sentiero, che immetteva nei campi. V'entr a caso; e, postosi sur un arginello elevato ed asciutto, ripigli il passo colla sua solita lena.
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Ma fin qui egli non mirava ad alcuno scopo. Un incompreso desiderio l'aveva tratto fuori dal suo soggiorno, facendogli superare la tirannica legge delle consuetudini; ora, trovatosi all'aperto, rivolse gli occhi a quella parte del cielo, da cui si effundevano i primi albori del giorno.
Le stelle erano scomparse: solo una brillava a levante di una luce tremula e vivissima sur un fondo d'aria leggermente cerulea, davanti alla quale si diradavano le tenebre, ed a cui succedevano zone degradate di una tinta simile al color della perla, poi un leggiero incarnato, e un roseo intenso; infine un color d'oro ed un croceo vivacissimo, temperato da screzii porporini coll'orlo di fuoco.
Sotto l'influenza di quella luce ancora debole e sparsa, gi tutto il creato ripigliava vita e calore. Le piante cominciavano a verdeggiare; le frondi acquistavano variet e rilievo. Qua la campagna si tingeva del verde scuro dei prati; l dell'arso colore delle stoppie: dove appariva inculta e grigiastra, dove bruna e solcata di fresco. Tugurj e capanne, disseminate con apparente capriccio, mostravano da lungi la loro pittoresca miseria. Sporgevano fra pianta e pianta i tetti acuminati delle ville lontane, coperti di paglia. o di tegoli, ricoperti da una muffa rinverdita dalle piogge recenti.
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Il sole non era comparso; e gi da un'ora il braccio dell'uomo svolgeva la terra onde prepararla a ravvivarsi sotto i suoi raggi. La tridua procella, interrompendo i lavori della campagna, aveva costretto il contadino alla pi ingrata delle sue fatiche: l'ozio. In quel d, per riguadagnare in parte il tempo perduto, usufruttavasi perfino la luce delle stelle. Prima dell'alba erano aggiogati i buoi, allestiti gli utensili, divisi i lavori. Uomini, donne e fanciulli, erano inoltrati nel lavoro, quando apparve il sole. I primi raggi non ebbero a riscaldare le membra di quelle creature gi trafelate dalla fatica.
Il conte poneva a confronto il rude travaglio e il tenue compenso del contadino; e da quell'esame sentiva muoversi il cuore a piet. Ma quei buoni lavoratori, ignari che un'anima compassionevole pensasse a loro in quel momento, gli diedero inavvertitamente una solenne smentita; perch da varj punti della campagna risposero con allegre canzoni alla tacita inchiesta di quel pietoso, che in fondo al cuore esclamava oh poveretti, come devono essere infelici!
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Accostandosi ad un gruppo di contadini, e costringendoli colla sua improvisa apparizione a levar gli occhi dalla gleba ed a rialzare il dorso curvo sulla marra, lesse loro sulla faccia le ingiurie della povert, non l'abbattimento degli spiriti. Su quei tratti arsi dal sole, invecchiati dagli stenti, emaciati da una temperanza eccessiva, brillava ancora un non so che d'ilare e di vivace, che non offendeva la severa precocit delle rughe. I cenci e le canzoni, il lavoro e le celie, la miseria e la contentezza, costituivano la pi nuova, la pi meravigliosa antitesi. Per avere il diritto di contemplar meglio quella scena, e di studiarne l'importanza, il conte, che andava in traccia di emozioni, s'arrest: e, per giustificare la sua fermata, si rivolse ad uno dei pi vicini col pretesto di chiedergli dove conducesse il sentiero su cui egli camminava.
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Gli fu risposto con parole acconce e con un lusso di gesti atti a chiarire nel miglior modo le varie localit, cui quella strada metteva capo.
Messere, va forse a Genzone? chiese il villano con ingenua curiosit.
S rispose il conte, cui quel nome e quel luogo eran noti, ma che finse di non conoscer bene per avere argomento d'interrogare.
Dritto dunque fino a quella cascina, rispose l'altro, accennandola colla mano, poi a destra pel bosco; fuor d'esso a manca sulla costa alberata, finch vedrete una torre.... La conoscete la torre di Genzone?... No!... Essa porta bandiera guelfa: non c' pencolo d'ingannarsi... Un momento, ripigli dopo breve pausa, mentre stava per chinarsi di nuovo sul suo arnese. Avrete a passar l'Olona, ed oggi e per qualche giorno non  possibile sfiorarla sul colmo di ciottoli, come facciam noi nella state. V'ha una piena furiosa, che fece gran danno all'alto. Fate di trovare un batello; l'avrete mezzo miglio al di sopra, camminando sull'argine ove il terreno  sodo. Cercate conto di Ranuccio; egli  nato pel servigio del prossimo, e si chiamer contento di condurvi dove piaccia a voi.
Come va l'annata? interruppe il conte, che pi di quegli inutili indizii desiderava scoprire il secreto di accoppiare la miseria alla contentezza.
Come Dio vuole, rispose il contadino, velando sotto la frase rassegnata la sua poca sodisfazione. Se avremo pane per quattro mesi sar un miracolo. Ma che volete? un carro di fastidj non paga un terzuolino di debito.
E il restante dell'anno?
Eh... al resto ci penser quel di lass...
Non vi accorate per ci?... Le vostre donne e i figli cantano allegramente, come se il granajo sfondasse sotto il peso della messe.
Ah Messere, questi canti sono la nostra preghiera del mattino.  gi un gran dono del Signore se possiam vederci qui tutti riuniti al travaglio, e s'abbiam braccia a durarla. Quando non si merita nulla, anche il poco  un di pi. Eh, Messer mio... v'ha dei pi poveri di noi. Se noi dubitiamo del nostro avvenire al di l di quattro mesi, taluni dubitano d'aver pane pel dimani; e v'ha pur troppo di quelli che hanno la disperata certezza di non aver oggi di che sfamare i loro bimbi. Io sono per costoro quello che voi, Messere, siete per me. Del resto, il pensar tanto all'avvenire non sta bene a noi poveri villani; perch troppo spesso avremmo fatto il conto senza l'oste. Quando il solco ci piglia la semente, non ci promette mai di restituircela. Talvolta la madre terra ce la fa vedere moltiplicata, e noi facciam conto d'aver cambiato i pugni di grano in staja colme: e poi?.... e poi una nuvoletta, in pochi minuti, ci affonda le moggia nel terreno, come fossero erbaccia di scioverso.
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Da tali parole il conte impar, meglio che dai libri, alcune importanti verit. Apprese che costoro, la cui sorte meschina desta il nostro compianto, tante volte a pi buon dritto meriterebbero la nostra invidia, perch sanno opporre agli insulti della fortuna un'incrollabile fermezza ed una fiducia non meno soda. Apprese ancora, che la felicit, o ci che vi assomiglia, come la pi comune delle piante, attecchisce meglio all'aria libera e nei bassi ordini sociali: chi ne vuol forzare il rigoglio col rinchiuderla nei serragli, riscaldati dal fermento artificiale dei desiderii, delle passioni, delle fittizie necessit, corre rischio di soffocarla in quel medesimo elemento da cui, a suo credere, dovrebbe trarre vita e sviluppo. Ma non concluse per ci che si debba abbandonare chi lotta contro l'avversa fortuna alle sagge lezioni della innata sua filosofia. Trov che una bella parte era serbata anche a lui: la parte della providenza, cui il poverello affida le sorti del suo avvenire.
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Si fece perci dichiarare il nome di quei meschini, e volle sapere quello del suo interlocutore, per dare ai primi un pronto soccorso, per non lasciar mancare pane a quest'ultimo dopo i quattro mesi assicurati dal magro ricolto.
Lieto di una tale risoluzione, che lo faceva certo di non avere speso male i suoi passi, fu ad un punto di retrocedere; ma il cuore, senza additargli una nuova meta, le invitava a continuare nel suo cammino, e il conte, docile agli avvisi del suo consigliero che fin qui lo aveva guidato a bene, and avanti.
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Poco oltre, succedeva alla campagna ben coltivata, una landa sterile e selvaggia; lavoro delle acque, che avevano roso il glutine fecondo del suolo, mettendo a nudo l'argilla. Ivi, non pi traccia di solchi. In alcune parti il terreno sembrava il letto di un'antica alluvione; in altre, dove le acque avevano trascinato la terra sativa, sorgevano mucchi deformi, sui lati dei quali verdeggiavano copiose ceppate d'erbe grasse.
Un vecchio mandriano, pratico di quella grillaja, spingeva davanti a s col bastone una greggia scarsa e macilenta che, dopo d'avere errato lungamente, sembrava protestare belando contro l'intolerabile fastidio di un nutrimento, a cui il pecorajo avrebbe voluto accomodarla. E infatti, dove era raccolta la terra atta alla vegetazione, stagnavano pure i rigagnoli; e dal fondo paludoso sorgevano verdure acri e nauseabonde, anche pel pi sobrio palato.
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S'invogli il conte di conoscere se quell'improviso mutamento era dovuto alla natura perversa del suolo, oppure all'abbandono degli uomini. Chiam quindi a s il pecorajo, e lo interrog.
Trent'anni fa, soggiunse costui, quando io scendeva dai monti d'Oltrep per trovar foraggi alla mia mandra, che era tutt'altra cosa da quello che vedete qui, queste erano le pi belle, le pi fertili campagne del contado. Se ne vantava il massaro di Genzone, e, sprezzando i suoi vicini e la lor roba, soleva dire che nessuno al mondo sapeva condurre un aratro, n concimare un solco, n tampoco distinguere il loglio dalla biada. Egli andava tronfio e pettoruto come se tutti dovessero chinarglisi dinanzi. E infatti pareva che la messe d'ogni anno si pigliasse carico di farlo divenire ancor pi superbo. Il suo granajo era sempre colmo. Ma venne il disgraziato anno della pestilenza; e la famiglia del massaro per giustizia divina fu la prima ad esserne colpita. In questi solchi, di cui menava gran vanto, il superbo, che Dio gli perdoni, riposa con quattro figliuoli ed altretante nuore. Da quell'epoca la sua terra rimase deserta e maledetta: non v'ha chi osi seminarvi un sol granello d'erba fienaruola.  roba di tutti, e perci nessun la vuole. Io solo visito ogni anno questa povera campagna, e dico requie a' suoi antichi coltivatori. Ma anche le mie pecore par che sentano il malanno ogni volta che sono costrette a piegar il muso su questi magri brscoli.
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Anche di ci prese nota il conte; e stabil dentro s di provedere con miglior agio a ridonare a quella terra l'antica sua floridezza; poich, se a quella mancavano le braccia, v'erano delle braccia cui veniva meno il lavoro.
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CAPITOLO DECIMO.
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71.
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Passato il deserto, entr in un bosco, poi valic una costiera; percorse nuovi campi, ed altre boscaglie, salt ruscelli e gore, finch giunse alla localit designatagli, da cui vide sorgere la torre guelfa di Genzone. Di l alla riva del fiume vi erano pochi passi. Egli non vedeva ancora l'acque dell'Olona, mascherate dalla sponda alta ed ingombra di piante, ma ne sentiva il fremito; poich in quel tratto, a cagione della insuperabile arginatura, essa defluiva pi violenta e spumosa. Dietro gli argini e nei naturali avvallamenti del suolo si vedevano ad ogni tratto acque morte e pozzanghere, abbandonate dal rigurgito dei ruscelli, che non avevano libero deflusso.
Il sentiero, su cui camminava il conte, si rendeva ancora pi tortuoso ed ineguale. Mano mano che esso s'avvicinava all'Olona, crescevano gl'ingombri, e si facevano pi fitti i rovi e gli sterpi; finch, varcato l'argine maestro, scendevasi per una china insensibile alla riva del fiume. Ivi le acque ingrossate salivano ad occupare la sponda declive e l'argine, ingolfandosi in ogni seno e rodendo la viuzza e la riva.
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Questa doveva essere la meta del nostro viandante; e qui difatti egli stava per voltare indietro e rifare la strada, rinunciando a Genzone ed alle cortesie del batelliere. Ma non v'ha chi giunga in capo ad una via e, al momento di retrocedere, non si arresti un istante per fissare lo scopo, qualunque esso sia, del suo cammino. Cos fece anche il conte. Cessato il rumore dei passi intese meglio quello delle acque correnti; e, volgendo l'occhio intorno a s, contempl con animo conturbato la natura selvaggia del bosco, che aveva percorso. Gli parve allora che la scena, su cui prima il suo occhio aveva vagato con indifferenza, assumesse un aspetto sinistro; che quel sentiero diventasse pi angusto; ch'entro il bosco l'aria fosse scarsa e pesante. Anche le forze non erano pi valide e complete. La sosta, rendendogli gradita una momentanea inerzia, gli faceva provare un primo sintomo di stanchezza. Per fino il frastuono della corrente gli recava, o sembrava recargli, all'orecchio qual cosa di nuovo e d'infausto.
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Egli non era per tal uomo da cedere alla stanchezza. Avrebbe riso d'ogni tentazione superstiziosa: avrebbe arrossito di un atto di paura. Ma, mentre era pronto a respingere ogni codarda esitanza, non voleva o non poteva chiuder l'animo ad un presentimento mesto e indefinito. Il fastidio della solitudine lo spingeva ad escire dal bosco; un sentimento d'opposta natura ve lo tratteneva, come se dovesse attendervi una decisione, una sentenza, la fine di un dubio. Ritto sui due piedi, con una mano sul petto e l'altra appoggiata al pomo della spada, levando la testa fuor del cappuccio arrovesciato, percorse con rapido sguardo gli oggetti circostanti. Nulla vide di nuovo o di strano: allora condann s stesso a scontare la pena della sua colpevole apprensione, arrestandosi quant'era d'uopo per indagare quale ne fosse stata la causa. A quell'esame ogni malaugurio svan: tutto rientr nel corso ordinario delle apparenze di niun conto: tutto, fuorch una cosa. Allo strepito delle acque s'accoppiava, senza confondersi con esso, un suono pi lieve e pi strano. Tese l'orecchio, ed arrest il respiro per ascoltar meglio; quel suono simigliava ad un lamento. Gli intervalli di silenzio che separavano l'uno dall'altro s'andavano allargando; il lagno si faceva pi sommesso, pi fievole; quasi che il punto da cui partiva s'allontanasse, o come se languissero le forze di chi l'emetteva.
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Guidato da quella debolissima scorta, ormai non pi sensibile di un sospiro, ritorn verso il fiume, vincendo con raddoppiata gagliarda gli ostacoli che gli ingombravano il cammino. Toccata la riva, scese quanto era possibile sul pendio di essa, e raccolse i sensi per ascoltar meglio; non si udiva che lo strepito dell'Olona. Non contento di ci, abbrancando i rami di un albero, si prostese inanzi, lanciandosi a corpo perduto sul ciglio della riva: non ud nulla. Si ritrasse di nuovo, e fece ala colla mano all'uno e all'altro orecchio, per rubare all'aria i suoi secreti: ancora nulla. Si sdraj finalmente, e pose l'orecchio sul terreno, sperando che il suolo gli recasse qualche vibrazione sonora: sempre nulla.
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Allora rialzandosi, disse tra s. Stolto, chi soffre sono io. Ma non appena ebbe compita la frase, vide al lato opposto del guado un oggetto candido, leggiero, fluttuante, scosso dalla corrente e trattenuto dalle radici di un albero. Bench gli fosse vicino, non pot rilevarne le forme, perch intercettate dallo spessore della macchia. Pur vide tanto da mettere da parte il dubio che fosse arredo, od involto, o schiuma d'acqua condotta gi per la corrente. Con quanta ansiet egli movesse a quella volta, non  facile il dirlo. Convulso, tremante, scuotendo lungi da s ogni impaccio, aprendosi colla spada la via in mezzo ad una rete di frondi, si trascin alla riva del guado. L comprese di che si trattava, e benedisse Iddio che gli aveva mandata una buona inspirazione, ed il suo cuore che non l'aveva respinta. Quell'oggetto fradicio e bruttato di fanghiglia era la gonna di una femina. La tinta di quel lino aveva perduto l'originaria purezza, ma il bruno terso di una ricca capigliatura disciolta ne rilevava in alcuna parte il candore. L'infelice era stesa boccone sur alcune tavole mal connesse, che si tuffavano nell'acqua, o salivano a galla, sospinte dall'urto della corrente che tentava trascinarle seco, o trattenute dalle radici che glielo impedivano.
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Le vesti, bench lacere, conservavano l'impronta di una certa quale eleganza; i capelli le nascondevano il volto, il seno e gli omeri, ma ne lasciavano indovinare la giovent e la bellezza. Pi rassicurante caparra di s preziose doti erano i contorni di tutto il corpo, che, sotto le pieghe della veste inzuppata, si disegnavano puri e squisiti come quelli d'una statua antica, ed a cui l'abbandono fortuito della posa aggiungeva quella compostezza, che comanda il rispetto. Il braccio manco era ripiegato sotto la testa, e fuor dall'onda dei capelli esciva una mano alla quale n il contatto di tante sozzure, n il lungo oltraggio, avevano tolto o scemato il naturale candore. Il dorso di essa, leggermente screziato da vene turchine, era pallido e trasparente come la cera; le dita snelle ed affusate si facevano alquanto livide all'estremit. Solo il pugno conservava ancora un avanzo di vita, per stringere alcun che di ignoto.
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Tutto ci vide il conte in un sol colpo d'occhio; e comprese, o per dir meglio indovin, la sorte dell'infelice. Ma quando chiese a s stesso: Chi sar mai quella donna?... senti trafiggersi il cuore da un coltello, come se fosse certo che la sventura era toccata alla pi cara persona, ch'egli aveva al mondo. Ogni conforto della ragione, ogni artificio della mente, che in altro istante e in divers'uomo avrebbero trovato pi di un argomento per condannare una temeraria certezza, o per eludere un dubio fondato, non ebbero alcun potere sur lui. Pure il dolore, gi divenuto estremo e disperato, non lo rese inerte. Mosse, o meglio vol al soccorso. Si sciolse da quell'ingombro, super il guado, raggiunse l'altra riva, senza sapere, n allora n poi, come arrivasse a tanto.
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72.
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Non appena sceso in riva al gorgo, si lanci nell'acqua, senza consultarne la profondit, non curando il pericolo al quale si esponeva. A grave stento, e con uno sforzo che solo un amore appassionato rende possibile, giunse ad afferrare una delle radici che arrestavano le tavole. Stretto ad essa, spinse l'altra mano a toccare il margine dell'oggetto galleggiante. Fu incerta la prova, ed alla prima parve disperata, perocch la corrente gli rubava le forze, ed il nerbo di esse bastava appena a farlo star ritto sopra un terreno sdrucciolevole e chino. Oltrecci, un urto inopportuno poteva staccar la tavola, rimetterla in bala delle acque, e farla perduta per sempre. Ma il coraggio, che lo faceva trionfare d'ogni difficolt, andava cauto ne' suoi procedimenti. Non spese egli perci maggiori forze di quelle che fossero d'uopo a ben riescire; e riesci infatti a ghermire la tavola, a sbarazzarla dalle barbe cui era impigliata, e a trarla intatta alla riva. Esc egli pure dal gorgo tutto molle e lacero; ma non s'accorse dell'esser suo; non vide tampoco da uno squarcio dell'abito la ferita che egli aveva riportata al braccio destro, n il sangue che feceva rossa l'acqua sottoposta.
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Ridotto in salvo il corpo della sommersa, non ebbe bisogno di mirarla in volto per assicurarsi che la sua sventura era certa e completa.
Morta, morta! sclam egli con tuono desolato, pronunciando chiaramente le parole come se alcuno l'udisse morta, qui a me vicino; perch l'ultimo gemito dell'agonizzante fosse la sola eredit del nostro amore. Ed io, io che accorreva a salvarti, diletta Agnese, che avrei dato cento volte la mia vita per far lieta la tua, io giunsi troppo tardi; come fossi vile o spietato.... Non vedr dunque pi quegli occhi, la cui luce sedava d'un tratto ogni tempesta dell'animo mio; non udr pi la tua voce, il cui suono era temperato e soave come il secreto avviso del nostro buon angelo. O Agnese, Agnese, tu non dovevi vivere meco; tu venisti presso di me a morire.
Nel pronunciare tali parole, stese la mano con pietosa riverenza sulla salma, e le sgombr il volto dai capelli umidi e disciolti; sperando, forse, che un soffio d'aria e un raggio di sole potessero rianimarla.
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Oh come sei leggiadra Agnese mia, continuava il conte, fissandola in faccia. La vista di un cadavere genera ribrezzo; ed io non mi sazio di contemplarti, come se in te fissassi il sembiante di un bambino che dorme. Lo spirito, fuggendo dal suo carcere, vi ha lasciato un raggio di quella bellezza, che non si estingue. Ma che? soggiunse egli animandosi, perch il tuo labro tace, perch l'occhio  velato e il petto non traduce a' miei sensi i battiti del cuore, dir che ogni speranza  perduta? Non tenter io di riscaldare la tua fronte agghiacciata?
Appena ebbe dette queste parole, si curv sulla spoglia e, con uno slancio temperato dalla carit, pose la mano sulle mani di lei, e tent sollevarle.
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La destra, bench rigida ed aggranchita, lasci cadere in quel moto un rotolo di pergamena, che il conte raccolse, spieg, riconobbe. Erano versi: quei versi che egli scriveva ed obliava a Campomorto, perch raccontassero ad Agnesina, nell'unico modo possibile, la storia de' suoi affetti: quei versi che, attagliandosi alla ignota corrispondenza della donna cui erano diretti, contenevano una protesta d'amore, od un puro atto di cortesia, a piacere di chi leggeva. Lanciati a caso, come un dardo nella oscurit, potevano ferire un cuore inerme e sensibile; ma cadevano ottusi ai piedi di chi non li gradisse, o non li volesse comprendere. Chi avrebbe mai pensato che quello scritto doveva tornare cos presto al suo autore e servir di risposta a s medesimo? Se Agnesina viva, desta, conscia di s, si fosse presentata al conte, tenendo in pugno il suo foglio, bisognava dire che ella voleva renderglielo con un crudele rimbrotto, o con un sorriso di piet ancor pi crudele; perch, se ella fosse stata tocca nel cuore da quelle parole, avrebbe con ogni cura celato al mondo intero, e sopratutto agli occhi di un uomo, e di quell'uomo, il possesso del tesoro che la faceva arrossire. Sperare che ella raccontasse all'amante di aver letto i suoi carmi, di ritenerli per s, di gradirli come cosa a lei dovuta, era folla. Questo amore doveva essere un mistero; bisognava sorprenderlo, indovinarlo. Il bivio adunque non offriva un'escita felice: in capo ad esso s'incontrava o il silenzio di Agnesina, che equivaleva ad una ripulsa; o una lieta risposta, ma a patto di riceverla dalla mano gelida di un'estinta.
Agnese aveva confessato a s, nel secreto delle sue aspirazioni, in ossequio ai suoi sentimenti, fuor d'ogni rapporto col mondo, il suo amore: il caso fece il resto. Il conte si dolse, e si rallegr ad un tempo; benedisse ed imprec al destino; salut il nuovo affetto, e pianse la sorte che lo annullava di colpo.
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Quella scena non era meno lugubre del sepolcreto, in cui un d Romeo scendeva a visitare l'assopita Giulietta: la situazione dei nostri attori rassomigliava assai a quella dei due fidanzati. Ma il Conte di Virt non disper, come il focoso figlio dei Montecchi, di rivedere l'amata donna; il cuore suo mandava sangue, ma non si rinchiudeva per ingojare il veleno della disperazione. Non cerc egli un'arma per cadere vicino all'amante: ma preg il cielo fervidissimamente che la risvegliasse dal suo letargo, e la rendesse ai suoi amplessi.
O Agnese, davanti a Dio che mi vede, e per l'amore di tuo padre, io giuro, che non amer altra donna che te. Se tu non ritorni alla vita, io ospiter la tua spoglia nelle tombe de' miei maggiori. Santo ed onorato sar il tuo asilo. Ma se i tuoi occhi si riapriranno, deh! che essi riflettano su me, ancora una volta, il raggio vivificatore delle tue virt, onde per esso siano ritemprate le mie forze, e si compia il gran disegno di tuo padre. Viva o estinta, pur m'appartieni, o Agnese. Ho giurato a me stesso di vivere per te. Aspettai nel silenzio la tua risposta. Oggi, mentre il tuo labro si chiuse forse per sempre, oggi mi hai parlato d'amore. Tu dunque sei mia sposa.
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Allora, con uno slancio, di cui non fu certo consigliera la ragione, impresse un bacio sui capelli e sulla fronte di Agnesina. N si pent di quella licenza; anzi fu scosso fin nel pi profondo dell'animo da una dolcezza tutta nuova. Gli parve che la fronte d'Agnesina non fosse fredda. Incoraggiato da questa prova, e trovandosi solo, inetto quindi a prestarle validi soccorsi, od a chiederne agli uomini colle preghiere e colle grida, non dubit che gli fosse lecito consultare le fonti della vita su quel corpo esanime, stendendo la mano sul suo cuore, per carpirgli il secreto de' suoi intimi moti. Il solo mettere in questione un tal disegno, sarebbe stato come giudicarlo un atto profano e respingerlo. Fu l'affetto il pi puro che lo guid: la mano, inconscia della propria temerit, penetr sotto il velo della veste sparata sul seno, e si pos non timida n ardita sul corpetto di lino. Quella mano altro non rilev fuorch un tiepido ancora pi sensibile. Quell'aura di vita, pi intensa alla regione del cuore, sembrava espandersi e temperare alquanto il mollore dei lini circostanti. Ma il cuore era muto. Ben sentiva l'interrogatore pulsare il proprio con un aumento di vita febrile e doloroso. Gli risuonavano all'orecchio i battiti concitati delle tempia; e le vibrazioni dell'onda sanguigna imprimevano un moto involontario alle sue braccia, nello stesso punto bramose e renitenti, timide ed ardite.
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Ma finch egli stava inclinato su quella specie di bara struggendosi in consultazioni, in preghiere, in desiderii, era nulla l'opera sua. E forse un pronto soccorso poteva essere seguito da felice risultato. Per la qual cosa, sospinto da una carit vogliosa d'operare, si lev dal suo posto, corse in un attimo sulla riva, gir lo sguardo, chiam aiuto colla voce, e stette un momento tutt'occhi ed orecchio a spiare se alcuno accorreva alla chiamata. Il caso gli fu propizio. Non and guari che vide scendere, lungo il margine del fiume, un garzoncello di tristo arnese, che gettava uncini nell'acqua per rubare al ladro, com'ei diceva: cio per pescare legna od arredi trascinati gi dalla corrente. Lo chiam a s; egli accorse. Postogli sotto gli occhi un bel ducato nuovo, lo invi da Ranuccio per invitarlo a scendere col batello in aiuto di una creatura in pericolo della vita.
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Tornato il conte al suo posto, trov ogni cosa come prima; ma dopo qualche tempo, e dietro un esame pi minuto, gli parve che il volto della languente fosse meno livido: le pose di nuovo la mano sul precordio sinistro, e non os dire di sentirlo battere, ma gli sembr che nella parte pi profonda di esso, assai lungi dalla mano, si risvegliasse un tremito, simile ad una successione inceppata, ma rapida, di battiti impercettibili. La scoperta accolta con gran diffidenza, poi respinta come un'illusione, entr poco dopo nel novero dei lieti presagi, finch, avvalorata da altre prove, cess d'essere una vaga speranza per divenire un fatto certo ed incontrastabile. E fu provida cosa, ch'egli arrivasse per gradi a s bella scoperta. Una sbita gioia  per solito pi perniciosa che un'improvisa sventura; perch noi, poveri mortali, per natura e per uso, siamo meglio preparati alle ire che non alle carezze della fortuna.
Levatosi allora dalla posizione a cui lo costringeva il suo incarico, fermo per sulle ginocchia, volse lo sguardo e tutta la persona al cielo, e con uno slanci di piet, che non pu essere tradotto a parole, porse grazie vivissime a Dio, sclamando con enfasi indescrivibile: Grazie, o Signore; voi avete esaudito le mie preghiere.
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Ma perch questo sintomo di lieto augurio, che pur lasciava sussistere ancora gravissima angoscia, non andasse perduto, era necessario favorirne lo sviluppo cogli argomenti dell'arte. Non cerc il conte se avesse seco farmaci o cordiali; non sper ottenerne dalla carit di Ranuccio; non chiese a Dio che operasse un miracolo per mutar le pietruzze del fiume in celidonie, o gli sterpi in adianti e panacee, ma si diede, con tutto zelo e fuor d'ogni riserbo, a quelle cure che riputava pi atte a richiamare il calore e le forze vitali dell'assopita.
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73.
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Piegato un ginocchio accanto a lei, coll'altro le fece spalliera; e, levatala dal suo giacitojo, senza nuocere al suo casto abbandono, la accost a se, appoggiando il dorso di lei al proprio petto, e raccogliendo il capo cadente sulla sua spalla; intanto che, serrandola tra le braccia, gustava senza rimorso la dolcezza di un amplesso. Ogni suo atto era sollecito, pietoso, ingenuo come quello di una madre che regge il proprio bambino dormente. La strinse pi volte, e la baci in fronte; e, postale una mano sul capo, le stropicciava le tempia per incalorirle; poi, staccandosi alcun poco da lei, si deliziava nel contemplarla, sempre pi convinto che quel volto pallidissimo era il sembiante di chi dorme d'un sonno profondo, e si deve svegliare tra poco.
Se  vero che un fluido misterioso, elemento della vita, pu, col rituale di una nuova scienza, esser trasfuso dall'una all'altra creatura, di modo che due esistenze, due volont, due menti si confondano in una, e questa divenga padrona di quella; chi porr in dubio che questo spirito vivificatore, di cui  lecito dar ad altri la nostra parte esuberante, non operi il pi ovvio prodigio di ravviare un'esistenza momentaneamente sospesa, di scuotere i sensi ottusi, di riaccendere una mente assopita? Che se alcuno dei nostri lettori non vuol accomodarsi a questa ipotesi, pensi, che intorno ad un corpo vivo ed infervorato da una forte passione, aleggia un'aura tiepida e ravvivante, che deve essere avidamente bevuta da un corpo spossato, in ragione appunto della sua momentanea debolezza. Ad ogni modo, senz'altro occuparci della cagione, attestiamo il fatto che Agnesina tornava alla vita, che il suo cuore batteva abbastanza libero e spedito, e che un lieve incarnato le si effundeva gi sulle labra e sulle guance.
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Ma la vita fisiologica era in lei completa, e l'anima ancora dormiva. Le sensazioni che la fanciulla prov tornando in s, erano varie e degradate all'infinito. Da principio credette avvolgersi in una densa nebbia, entro cui brillavano screzii di luce serpeggianti o fissi, pi spesso tremuli e pronti ad estinguersi ed a riaccendersi. Poi le parve ascoltare dei suoni, varii anch'essi ed indeterminati: uno scroscio od un sibilo simigliante a quello d'una cascata d'acqua; e da quel ritmo monotono si destavano note armoniche, che, ritessute insieme, componevano melodie e ritornelli. Poi, alla frescura dell'aria che le accarezzava il volto, al calore ravvivante che sospingeva per le sue arterie un sangue nuovo e rigoglioso, sogn d'essere a Campomorto, seduta tra il padre e l'amante, beata di destare e di sentire affetti soavi, ignara solo nella scelta di colui al quale dovesse render prima il suo amplesso, o di chi gradir meglio le carezze, o con chi vivere pi felice. Ma nulla andava perduto per lei in quella dolce visione. Stendeva la mano ad un cavaliere, bello, nobile, e d'aspetto fiero; colui, gi terrore de' suoi nemici, smesso il piglio del comando, sembrava aspettare un cenno della sua donna per obedire. L'occhio ella volgeva a suo padre, e sulla fronte di lui, abbellita da una canizie prematura, leggeva la gioia che assente e che applaude. Stese la mano con affetto, ed incontr quella del cavaliere, che l'accolse e la strinse amorosamente. Il padre li comprese entrambi, e li benedisse.
Quella stretta appassionata non era un'illusione; il fascino di uno sguardo affettuoso non era sogno. In tutto ci che riguardava il suo affetto, lo spirito di Agnesina, precorrendo il giudizio dei sensi, era desto, vivo, completo. Dietro al velo dell'allucinazione si svolgeva un dramma veritiero: a poco a poco le larve sparivano; e al vacuo lasciato da esse si andava sostituendo un'idea giusta, un fatto certo; e dietro questi altri fatti, altre idee.
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Vivere  pensare e ricordare. La mente crea ed elabora senza riposo; la memoria riordina; la ragione vaglia, pondera, sceglie. Spesso nel sogno e nel delirio v'ha pi vita che non nella veglia; perch il pensiero, libero di s, pu percorrere tutto l'universo senza che una virt moderatrice gli tarpi le ali. Ma se il lavoro della mente in quel mezzo fu troppo attivo, divien tosto languido e s'arresta del tutto, quando  scomposto da un improviso risvegliarsi. Chi corre a precipizio su di una via, non pu escire tosto dalla sua carriera, e tentarne un'altra di pari passo.  necessario ch'egli prima si arresti. Ma talvolta lo svegliarsi  simile al ricomporsi lento e graduato di una macchina che ripiglia il suo moto: allora le fantastiche creazioni della nostra mente non crollano del tutto; l'abbaglio  messo in fuga, il vero rimane.
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Il cielo che Agnesina mirava, durante il suo letargo, era quello che le si stendeva sopra il capo: il fremito armonioso, che ella ascoltava, era il rumore della piena. Le strette, gli sguardi, le intelligenze amorose avevano un riscontro in ci che le stava intorno. Le parole del conte, ancorch non fossero comprese dal suo orecchio, lo erano dal cuore; il quale, prima inerte e muto, apprendeva a palpitare sotto la foga dei palpiti altrui.
Un tal corso di allucinazioni ebbe due stadj ben distinti. Il primo fu quello di un sonno profondo, in cui l'ideale pe' suoi contorni decisi assumeva l'aspetto di cosa vera: la dormiente allora credette essere desta, e sognava. L'altro era uno stato di dormiveglia, in cui, sparite le ombre, restavano gli oggetti materiali; allora la languente credeva e voleva sognare, ed era sveglia. Perci, quand'ella ud la voce del suo amante, e lo vide, e ne sent l'amplesso, volle continuare nel sogno, e temette lo svegliarsi.
Tutto era ridente intorno a lei, tutto incantevole; ma quello stesso incanto lasciavale travedere probabile ed imminente il mutar scena. Soltanto dopo una successione di fatti e di prove, lo spirito, tornato alla sua lucidit ordinaria, pose il suggello della evidenza a quel miragio. Dir se e quanto Agnesina ne andasse lieta,  ardua cosa: il bene e il male, la certezza ed il dubio, la fiducia e lo scoraggiamento si avvicendavano rapidamente, e producevano in lei un'anarchia di sensazioni. Intanto il disordine delle idee e la stessa esitanza la lasciavano in tale inerzia, che equivaleva alla esplicita accettazione dei fatti di cui era involontaria attrice. Ci che ella vagheggiava in sogno, desta non respingeva. Tranquillando la sua coscienza col pensiero che nulla aveva fatto per preparare ed affrettare simile vicenda, ella subiva con facile rassegnazione la legge del destino. Ora, in quel punto, il non aver voluto era poco, bisognava volere ricisamente ed efficacemente il contrario. Ma dove mai avrebbe trovato le forze per lottare contro gli interessi del suo cuore? come fuggire? chi poteva recarle soccorso? In qual modo ed a qual fine avrebbe agguerrita la sua virt per respingere colui che ella amava appassionatamente? In bala al delirio che l'aveva tratta ad un incolpevole abbandono, ella non correva ma si lasciava trascinare sul pendo, dove rizzarsi e ritornare sui proprii passi era cosa impossibile.
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74.
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Il rivivere dei sensi fu sul volto d'Agnesina annunciato da un corrugar della fronte che accennava dolore o sbigottimento. Il conte, che chiedeva al cielo null'altro che la vita di lei, grad quel sintomo, ancorch non gli fosse propizio. Finalmente il suo occhio si schiuse; e il labro, con un tuono languido ed interrotto, articol alcune parole.
Dove sono? disse ella, tentando di sollevare il capo, chi mi condusse qui? Voi forse? Ma chi siete voi? Fatemi sentire la vostra voce.
Agnese, soggiunse il conte, non temere, io sono l'ospite di Campomorto. Io ho benedetto la mano, che medic la mia ferita; deh, per piet non maledire, o fanciulla, quella che os giungere a te, per arrestare una vita che fuggiva!
Ma come mai io mi trovo qui vicino a voi? Spiegatemi questo mistero. Ditemi, se io sogno: parlate.
Quando due cuori si ricercano, invano si pone tra loro l'universo; tempo verr che si incontreranno. L'addio scambiato a Campomorto, voleva dire: ci rivedremo.
Questa era dunque la posta? chiese Agnesina con un'aria meravigliata.
Il conte narr nel modo il pi semplice le avventure della fanciulla per quella parte, che gli erano note. Disse di s non pi del vero; e diede alla providenza ogni merito del buon successo.
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Iddio vuol dunque che io ami in voi il mio liberatore sclam Agnese con voce alquanto rinvigorita, gettando sul conte uno di quegli sguardi che hanno pi valore della parola.
Amami, Agnese, come io t'amo soggiunse il conte, che con una franca dichiarazione rispondeva alla franca inchiesta di quello sguardo. Tuo padre benedir dal cielo il nostro affetto. Io non mi sento indegno di possedere il tuo cuore.
Mio padre? povero padre! perch non mi ripete egli quelle soavi parole, che io intesi poc'anzi dal suo labro? La mia mano era nella vostra, come ora; e il buon vecchio pronunciava per me una solenne promessa, e sorrideva chiamandovi figlio.
O mia Agnese! rispose il conte, abbracciandola con trasporto. Iddio ci ha riuniti, nessuna forza umana ci potr separare.... Sappi, amor mio, che mentre io ti credeva estinta, ti giurai fede di sposo, e promisi che avrei assunto per te il lutto della vedovanza. Ora dovrei forse chiamarti straniera, perch torni alla vita?
Fui dunque creduta morta?
S: ma se la morte era s dolce, come il sogno che ti faceva veder tuo padre, avresti tu forse desiderato di non risvegliarti mai pi?
No, mio signore, sclam Agnese rizzandosi alquanto e gittandogli le braccia al collo, no; perch la veglia d'ora non  che la continuazione di quel lietissimo sogno.
Mille volte cara! interruppe il conte baciandola un'altra volta.
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Agnese in quel punto, e per qualche momento ancora, accost il labro ad un calice di volutt. Ne bevve il fumo, ma non l'ebrezza. Fiut avidamente le rose che surgevano in quell'eden d'affetti; ma la sua mente non si offusc n prov puntura, fuor quella del cuore, che pure le era dolcissima, perch l'assicurava di vivere.
Mentre correvano fra i due amanti le pi dolci proteste (che non riferiremo perch le parole degli innamorati ritornano come meandri all'origine loro per ripetersi sullo stesso stampo) scese Ranuccio col battello. La bara fu convertita in un letto: il conte stese sopra il capecchio del fondo il suo mantello, e vi adagi la fanciulla, e ne la ricoperse coi lembi. Poi di mano ad un remo di scorta, e vog a tutt'uomo, non gi per ispingere il burchiello, che correva sul filo maestro del fiume come una buccia, ma per tenerlo dritto, lontano dai banchi e dai gorghi, e guidarlo in sicuro.
Il ponte di legno che congiungeva la strada di Corte Olona era stato abbattuto dalla piena: per sulla riva destra un mucchio di pali, di tronconi e di tavole, avanzo della ruina, teneva in rispetto l'acqua, che stendendosi in un ampio stagno, poteva servire ai nostri rematori come porto di scarico. Di l, il conte sped Ranuccio al borgo vicino per avere un altro mezzo di trasporto. Ranuccio, che pure non sapeva n cercava di sapere chi fosse colui che gli impartiva i suoi comandi, corse o meglio vol, e con una prestezza meravigliosa fece ritorno al suo posto, conducendo seco una lettiga a due muli. Il buon uomo soleva dire che anche i signori sono prossimo, e che bisogna far loro del bene, ancorch essi non ne facciano sempre e sufficentemente ai poverelli. Del resto, il giovare a tutti era il suo gusto; e, nella variet dei gusti umani, questo non  per certo il pi comune, n il meno pregevole.
Quando il convoglio giunse al castello, il sole era alto. I cortigiani, informati della mattutina partenza del loro signore, erano in volta cercando, interrogando, discutendo con quell'aria sollecita che pu essere figlia tanto del pi tenero affetto, come della meno pietosa curiosit. I messi spediti su diverse strade per esplorare e riferire, erano tornati, pi o men presto, ma tutti scarichi di notizie. Alla fine arriv la lettiga; e a fianco ad essa il conte. Ma il fatto non bast a calmare gli spiriti della ciarliera bruzzaglia. Gettando gli occhi su quelle cortine abbassate, ognuno avrebbe voluto possedere una magica visione per attraversarle. Ma dove non giungevano i sensi, correva di galoppo la fantasia. Chi credette trovarvi una vittima posta in salvo; chi il trofeo di una vittoria recente. Taluno assicur che era una fanciulla rapita altri un fuggiasco raccolto. In somma tutti avevano un commento ed un'ipotesi e molti vagavano dall'una all'altra, quasi cercassero la pi stolida per attaccarvi le fila della abituale maldicenza.
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 bene, o lettore, prevenire un'osservazione che di leggieri potrebbe cangiarsi in accusa.
L'accidente che guid il Conte di Virt a Campomorto  molto,  troppo simile a quello che condusse Agnese Mantegazza al castello dei Visconti.
Il primo, perduto in una foresta, fu raccolto semivivo da una mano pietosa, che gli diede ospitalit, e lo richiam alla vita. L'altra in uno stato non meno grave, in un luogo non meno deserto,  messa in salvo dal suo amante, e gli divien ospite nel suo castello. I due fatti si rassomigliano non solo, ma l'uno tien dietro all'altro sulla stessa carriera, come una linea prolungata col regolo. Il caso non si compiace di architettate simmetrie. Le creazioni della natura hanno un'impronta di variet, che rifugge dalle linee combinate e regolari.
Tutto ci  vero; e se l'autore della cronaca fosse poeta, o romanziere, avrebbe dovuto evitare un avvicinamento di fatti simili che tolgono al racconto la ingenua vaghezza della verit.
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Non tacer quindi che, in vista di tale inconveniente, fui tentato di pigliarmi una licenza, sostituendo ima pagina di mia invenzione al foglio sbiadito e polveroso della cronaca. Ma la tentazione non esc dal novero dei peccati di pensiero. Dopo aver accompagnato il nostro vecchio narratore per un buon tratto di strada con una docilit pedissequa, mi parve scortesia lo sciogliermi da lui, e tentare un'altra via, per quanto mi potesse sembrare meno aspra. Pensai oltracci che il proposito di vestire la roba altrui di forme pi dilettevoli m'imponeva degli oblighi, che Dio sa se avrei saputo mantenere. Dubitando di poter far meglio colla scorta della fantasia, ho dunque preferito di lasciare tutta la responsabilit della storia all'obliato cronista, cui quattro secoli di silenzio devono aver meritato un po' di rispetto. N ora n poi, per essere dilettevole, vorr divenire meno veritiero. Posto ci, il lettore, che forse ci aveva preso entrambi in sospetto nel vederci condurre i due nostri protagonisti sur una sola via di sventure, si riconcilier con noi, pensando che la natura, sempre varia e nuova nelle sue opere, si compiace talora, in via di eccezione, di sembrar piccola, stentata, simmetrica. Chiedete al pittore se non osserv mai il cielo posseduto da due nubi foggiate e colorite ad un sol modo; dimandategli se, gittando a caso un drappo sul suo modello di legno, non vide escirne pieghe appajate e simiglianti?
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Sulla bassa ora di quello stesso giorno capit al castello un altro individuo di nostra conoscenza, e cadde in mezzo a quella turba di volti imbronciati come un tizzone acceso fra le stoppie secche. Era costui Medicina, partito da Milano per avviare un'impresa ordinata da Barnab Visconti, e giunto al castello del signor di Pavia per compierne un'altra di suo privato interesse. In un giorno quel furfante aveva vestito tre assise, e militato sotto altretante bandiere. Lasci la citt quale sgherro dei Visconti, giunse a Campomorto come un avventuriero che piglia a cttimo le vendette di un potente, ed ora toccava l'ultima meta in questo castello, quale umile servo di un altro padrone.
Quel uomo, per solito odioso ai famigliari del conte, quasi fosse un parassita che faceva cotenna a spese loro, ebbe questa volta un'accoglienza festosa; perch la brigata, che dimagrava dalla curiosit, credette d'avere in lui il mezzo a toglier un mbrice, come si suol dire, e veder chiaro nelle stanze secrete del conte.
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Medicina, condotto sbito al cospetto del suo signore, ripet quello che costui gi in parte sapeva dalla stessa fanciulla: colla sola differenza che il sospetto di una violenza diveniva, nella bocca del ciurmatore e con data pi recente, la certezza di una vendetta compiuta.
Il conte non volle udir altro; impose silenzio al suo esploratore, che stava spacciando notizie sul conto de' suoi nemici; e, postosi a sedere, si mise a scrivere, per ordinare al castellano di Pavia che venissero, nel pi breve termine possibile, allestite una mano di fanti e pi barbute, da spedirsi a Campomorto onde tenere in rispetto le armi del signor di Milano, che avevano violato i confini.
Il ciurmatore, entrando nelle stanze del conte, guardando sottocchi attraverso la folta siepe delle sue ciglia, aveva veduto quanto bastasse per conoscere che l'ospite misterioso era una donna; da altre circostanze comprese, o meglio indovin, chi ella fosse.
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L'avido servidorame, che aspettava ritorno d Medicina per scapricciarsi, dovette ancora tener chiusa in cuore la sua matta voglia; poich il ciurmatore, riposto lo scritto del conte, esc inosservato per una porta secreta. Egli non era uomo da vendere le cose sue a chi non sapesse pagarle a lira e soldo, Consegnato l'ordine al castellano di Pavia, tornava alle sue tende, ridendo in cuor suo del tardo provedimento, da lui suscitato pel solo motivo di crescer fede al suo zelo. Pensava che i compagni carichi di bottino dovevano essere gi in ordine di partenza, e che i soldati del conte non avrebbero nemmanco il tempo di portar acqua alla casa arsa. Certo del fatto proprio, egli divorava la via colle sue lunghe gambe, e lasciava errare la mente fra un mondo di liete folle. Ei si chiamava l'uomo a cui nulla  impossibile: amico di tutti per trarne denaro e protezione, a tutti nemico per combattere, vincere e far bottino.
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Ma quale fu la sua sorpresa allorch, vicino al conquiso villaggio, invece di trovarvi i suoi, vide un mascalzone del contado, che armato di picca simile a quella de' suoi bravacci, stava facendo la sentinella a capo della via? La meraviglia divent stupore all'accorgersi, che colui l'ammiccava, aspettandolo al varco per far cadere su lui il rigore della consegna. Infine credette sognare, quando una voce alta e franca, prova indubia di una risolutezza che non scende a patti, gli intim volgesse a dritta per la strada maestra, senza metter piede nel villaggio.
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Alla prima ingiunzione, rispose egli col far spallucce e con una bestemmia: e tir avanti. Ad una seconda, pi viva ed imperiosa, credette opporre una di quelle risposte che non ammettono replica; snud la spada, e fece arco di tutto il suo corpo, per spingersi avanti e dare una lezione a quel marrano.
Era costui di quelli che sanno mostrare il viso all'occasione, e che volentieri cercano un pretesto per torsi il prurito dalle mani; per cui, senza dire all'arrivato sta in guardia capovolse la picca, gli misur il troncone sulle spalle e sul capo fuor d'ogni regola di buona guerra, e si arrest solo quando lo vide in tale posizione da essergli impossibile il cader pi al basso. Url Medicina all'insulto; egli avrebbe in quel momento venduta l'anima, per avere un mezzo qualunque a ripigliare la lotta. Ma l'astuto combattente, che leggeva il progetto sulla fronte illividita del rivale, lo teneva d'occhi, e gli appuntava il ferro alle coste, facendo rbitro della vita o della morte di lui il suo pi lieve atto d'insubordinazione.
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Medicina si cred spacciato; gir lo sguardo bieco intorno a s per vedere se mai vi fosse uno scampo, o se alcuno arrivasse. Trovandosi solo, e sperando di poter seppellire nel secreto la sua vilt, chiese per grazia la vita; e si mise a discrezione del vincitore.
T'abbiamo conciato noi per le feste, sclam il villano, non temere, gigante di stoppa; non voglio dar s tristo arnese al diavolo.
Grazia, ripet il vinto con un rantolo, che pi sapeva di disperazione che d'obedienza.
Vuoi grazia?... ebbene sappi meritarla. Ti conosco al fiuto; tu sei un ladro. Quando un tuo pari vuol metter giudizio, prima d'altro restituisce ci che non  suo. Fuori dunque quei sonajuoli che hai sgraffignato al castello de' Mantegazzi. Fuori!... e accompagn la parola con tal gesto che gli faceva sentire il freddo dell'arma sulla nuda pelle.
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Medicina, che avrebbe speso volontieri de' suoi per trarsi da quell'impaccio, sent un grande accoramento all'atto di staccarsi da quei ducati, frutto delle sue fatiche, che gli avevano fatto buona compagnia nella lunga corsa. Pronunci quindi qualche parola per ingannare l'inchiesta; ma vedendo, o meglio sentendo sul suo corpo, che l'altro non se ne mostrava pago, rinvers le tasche delle brache sul terreno, e fe' piover fuori gli spiccioli che v'erano celati.
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Alzati adesso, riprese il vincitore; e quando sarai a Milano fa dir del bene a' tuoi morti; che  merito loro se non ti mando a pi di Dio.
Surse Medicina pi snello, e credette potersene andare. Ma le leggi di difesa, improvisate da quei contadini dopo la patita violenza, non gli permettevano di sbiettare senza aver dato conto di s ad un consesso di padri, che faceva l'officio di direttorio in quella republica improvisata. Gli fu d'uopo pertanto entrare nel villaggio come prigioniero di guerra, e scendere nel fondo di un sotterraneo del castello, ov'era raccolta una dozzina de' suoi, colti e puniti alla stessa maniera.
Ivi pot finalmente conoscere la storia della sua sconfitta; e questa ci pare s strana e bisbetica, che vogliamo lasciare a chi v'ebbe parte il carico di raccontarla.
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77.
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Al rumore prodotto dallo stridere dei chiavacci e dalle pedate di chi s'avvicinava, si scossero i prigionieri, e levarono la testa greve per guardare chi fosse: incerti, se dovessero rallegrarsi di quella comparsa o dolersene, essendo egualmente lecito sperare l'arrivo di un liberatore, e temere quello dell'aguzzino, o peggio.
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Quando poniamo la sorte capricciosa tra le morse di un dilemma, non  infrequente il caso, che essa uccida la logica dei nostri ragionamenti, svignando per una scappatoja secreta. Cos avvenne questa volta. L'arrivato non era n il liberatore, n il bargello; ma l'ospite il meno aspettato.
Oh ve'! disse uno di quei bravacci inarcando le ciglia dalla sorpresa, Medicina, il nostro capitano, egli pure alle bujose!
Oh oh! per dinci!.. lui!.. qui!.. con noi!.. cosa strana, singolare!.. risposero in coro i compagni, squadrando da capo a piedi il nuovo arrivato.
Chiusa la porta dietro lui, egli and a pigliare il posto, che i suoi gli avevano fatto serrandosi rispettosamente. Tutti tacevano; egli il primo ruppe il silenzio.
Cos avete voi eseguito i miei ordini? Vi ho messi qui padroni assoluti del castello, e voi vi lasciaste aggratigliare da quattro tangheri? Vigliacconi! Che avete voi fatto? Perch portate una spada al fianco ed una picca tra le mani? Codardi, soldati da chiocciole! Tanto vale per voi il pregar Dio che vi faccia morir qui, poich v'attenderebbe a Milano il maestro delle cavezze; mi capite?.. e, con un gesto assai significativo, rischiar la frase.
Davvero!.. per piet!.. misericordia!.. Ho moglie e figli!.. Dio ci scampi.... soggiunsero ad una voce i disgraziati.
Parli uno alla volta, interruppe Medicina, che in quella ondata d'interjezioni non comprendeva una parola. Voglio sentire le vostre discolpe. Parli Golasecca, e ci racconti l'accaduto.
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L'interrogato, che era ebro cotto d'abitudine, come l'indicava il suo nome, alz il capo sonnacchioso, e con una faccia da tulipano sbucciato mormor tra i denti: Io? non so nulla, io. Messere ne di in consegna il castello, coll'appendice della cantina. Carta bianca a tutti, purch si mettesse a soqquadro. Io nuotai nella vernaccia come un papero finch n'ebbi alla gola; di l chiusi un occhiolino, e non l'ho riaperto che a sole alto, in questo pollajo. Ci deve esser stato di mezzo qualche affar grosso: ma che fu...? indovinalo grillo. Dopo tali parole accosciatosi di nuovo e rimesso il capo tra le mani, e le mani sulle ginocchia, ripigli il filo de' suoi sogni dorati, russando come un mantice fesso.
Un altro si pigli il carico di riferire la cosa a Medicina; e se egli no'l fece con ordine, e con parole acconcie, diede almeno indizio al suo capo d'essere perfettamente in cervello.
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Ecco, prese egli a dire; voi ci avete lasciato a Campomorto coll'ordine di spogliare il castello, d'ammucchiare il meglio che vi si trovasse, e di tenere in soggezione quei pochi sornioni che ci facevano il viso accigliato. Noi abbiamo eseguito appuntino i vostri ordini; ed eravamo cos contenti dei fatti nostri, che trovammo tempo e cuore per far baldoria a spese dei signori e del comune. Dir di pi che quei visi lunghi si spianarono a segno, che ci avrebbero dato dei fichi fiori per renderci sodisfatti. Nel pian terreno del castello surgevano mucchii di bellissime robe raccolte per voi e per noi, che v'aspettavamo da un momento all'altro. Dopo il lavoro vien pe' suoi piedi il bisogno di alzare il fianco, per poi mettersi al riposo.
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La giornata era stata greve: cominciando da quella corsa per arrivar qui, che abbiam fatto di volo, cariche le spalle e colla pancia asciutta. Un sacco vuoto, lo sapete anche voi, non sa stare ritto. Fu dunque convenuto di fare un sontuoso pasto. Ogni massaro del villaggio ci pag un tributo di polli e d'oche; due enormi pentole sostenute da pali bollivano in mezzo alla corte, mentre vi scoppiettava sotto una fiamma allegra, nutrita collo sfasciume di questa gran topaja. A suo tempo ognuno di noi s'unse il mostaccio in quel sugo. Circolavano nel campo scodelle di zuppa cogli occhioni dorati, che avrebbero fatto gola a un frate: poi ebbimo pollame e carni salse, cacio pecorino e frutta; infine pi che il bisognevole per immollare il becco. Oltre i fiaschetti di vernaccia e di vin santo, che ciascuno aveva conquistato per s, e cui faceva l'amore in disparte, v'erano tre grandi tinozze, alle quali s'andava a spillar del buono, per ammorzar l'incendio della sete e delle parole. Era di quello che schizza agli occhi, e caccia all'aria i fastidj: un vinello, che a Milano non si beverebbe per una manata di terzuoli al sorso.
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Da principio eravamo tutti muti, come in un refettorio: poi si sciolsero i scilinguagnoli, e tocc via una parlantina generale, che pareva un mercato. Era una gara a chi le diceva pi marchiane: sempre per col dovuto rispetto al signor Barnab ed a voi, alla cui salute abbiam trincato non so quante volte. Cos dalle parole alle grida, da queste alle canzoni, ci tenemmo desti fino alla tarda ora. La corte pareva un campo di battaglia; ossa, carcami, reliquie d'ogni commestibile, e il suolo molle anch'esso da rivi di vino; poich i beoni, credendo di aver proveduto alla sete d'un mese, non si curavano di turar gli spilli. In mezzo a quella baldoria, io non tralasciai di predicare a' miei compagni: stiamo in gamba, figliuoli: non  casa nostra codesta: non per lo spreco; che m'importa a me della roba altrui? ma non vorrei che ci andasse di mezzo l'affar nostro: giudizio, che pu capitar ancora un serra serra. Ma era voce al deserto: eccezion fatta di alcuni pochi, tutti erano come colui l (e additava Golasecca) ebri pi che una monna. Intanto s'era fatto bujo del tutto; spirava un'aria fresca, e s'aveva bisogno di dormire.
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Levate le mense, quelli che avevano gambe a reggersi entrarono nei vestiboli del castello, e cercavano riposo sulla fresca paglia che s'era distribuita in doppia fila lungo i muri degli androni. Mezz'ora pi tardi, un russare generale attestava che tutti erano addormentati.
Siate buono, o messere, e non ridete di quel che sto per narrarvi. Dite che la  cosa strana, prodigiosa, e che pare incredbile: ma credetela, aff di Dio, perch essa  vera. De' miei compagni ve n' qui ancora un buon numero; essi aggiungeranno fede alle mie parole. I fatti sono fatti, e senza una ben grave cagione non saremmo col muso alla grata; ch il sangue l'abbiamo anche noi nelle vene, e...
Avanti, avanti interruppe Medicina, cui quelle proteste s discordi dalle opere gli mettevano un razzolio interno tutt'altro che piacevole.
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Scusate, messere, torno alla pesta. Io non so quanto tempo durasse la calma tra noi; ma non erro asserendo che doveva esser molto inoltrata la notte, quando il silenzio fu turbato da uno strido di uno dei nostri, che riposava nel fondo dell'androne, presso una finestra rivolta alla corte. Non fu per il grido che dest gli altri; la stessa causa che oper sul primo diffuse, colla rapidit del lampo, lo sgomento in tutti quanti. E lo sgomento, ve lo giuro, fu orribile; tanto che il tranquillo dormitorio parve divenuto uno di quei gironi d'inferno descritti da quel messer di Firenze, che deve esservi andato per saper raccontar tante paure. Chi gridava a piena gola, chi gemeva sommesso, chi sospirava. V'erano di quelli a cui la voce, era tolta in un col respiro; e che per riaverla spalancavano le fauci, e contorcevano la bocca, senz'altro sprigionar che un rantolo simile a quello d'uno che affoga.
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Era un'oppressura, un affanno, un morir d'ogni istante. Alcuni pochi avevano potuto levarsi in piedi di colpo; altri, raccogliendo tutte le forze, erano riesciti a balzare a mezza vita dal loro strame. I pi o giacevano inerti, o lottavano cogli spasimi di una convulsione e parevano indemoniati... Ah messere, non era e non poteva essere altro che il demonio la funesta cagione di quel malanno! Dite che io sono un pazzo, ma interrogate tutti quanti i miei compagni; questi che son qui, quelli altri che incontrerete dappoi: tutti ad una voce vi ripeteranno quel che ora io vi narro.
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La finestra posta in fondo all'androne si era spalancata, come scossa da un soffio di vento gagliardo. I cardini delle imposte mandarono uno strido acuto; e le muraglie e la volta tremavano. Sulla soglia della finestra comparve un grosso animale col pelo irto e bruno, gli occhi di fuoco, la golaccia svivagnata, guernita di zanne candide ed orribili. Tutto quanto il camerone era immerso nelle tenebre le pi fitte; intorno a quel fantasma splendeva una luce fosca, che si moveva con lui, e pareva uscire da' suoi peli. Io non so dirvi a quale specie appartenesse quella laida creatura; era qual cosa come un mastino od un lupo.
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Il certo si  che il primo grido si lev quand'esso, balzando dalla soglia, si gitt d'un salto sul petto di colui che gli era sdrajato pi vicino. Lo strido fu acuto ed evidentemente involontario. Il mostro non si arrest: corse dall'uno all'altro giaciglio pestando e soffocando allo stesso modo, l'un dopo l'altro, quanti v'erano distesi. Ma il pi strano si , che la sorpresa e il soffocamento, i gemiti e le strida si manifestarono in un sol punto per tutto il camerotto. L'orribile spauracchio era dapertutto; scorreva da cima in fondo, per assidersi sul petto d'ogni uomo. Uno d'aspetto, ei si moltiplicava quante erano le vittime, per tormentarle tutte ad un modo e in un'istante.
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I miei compagni erano scompigliati: i capi avevano perduto la scrima. Tutti volevano e tentavano sottrarsi fuggendo. Oh l'orribile tormento il volere e non poter fuggire! le membra aggranchite non obedivano alla volont; l'ansia della fuga andava crescendo quanto erano scemate le forze necessarie per togliersi dal posto. Finalmente, il riescirvi di alcuni pochi pi pronti e meno oppressi, fu d'esempio ai pi. Quelli si precipitarono alla porta; questi si rialzarono; i peggio conciati cominciarono a dimenarsi con minor spasimo. Alla porta era uno stivamento indescrivibile: nessuno pensava alla roba, tutti a mettere in salvo la vita. Si obliarono armi, mantelli, bisacce: Fuori, fuori, gridavano taluni a cui era concesso pronunciar parola largo, largo, un po' d'aria, ahim, io affogo, io crepo, sclamavano gli altri, cercando farsi strada tra la pressa colle pugna e coi gomiti.
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Una parte dei nostri era gi fuori, e sentiva ristorarsi all'aria fresca. Io e quei poveretti che erano meco, collocati nella parte pi lontana dall'uscita, eravamo gli ultimi a trovar salvezza. L'orrendo spettro vagolava ancora dinanzi ai nostri occhi; ma le sue forme s'andavano leggermente scomponendo, come certi nuvoloni neri travagliati dal vento. Intanto bisognava vedere come la davano a gambe i fuggitivi. Invano tent rattenerli la guardia della porta; si sarebbero gittati sulla punta dell'aste piuttosto che dar indietro. E alle spalle di costoro, gli altri, che non avevano albergato con noi, ed ignoravano d'onde nascesse lo sgomento, cedevano alla spinta nascosta, e senza interrogare n i compagni n s stessi, fuggivano, senza sapere dove o perch.
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Ecco come fu abbandonato il campo. Rimproverate, se vi basta l'animo, a quei pochi, rimasi soli e senza mezzi di difesa, sfiniti dallo spavento e dal male, il non aver ripreso l'armi, e conservata la posizione. I terrieri, che forse conoscevano quel brutto gioco del demonio, che assai probabilmente fidavano in lui, non appena videro le nostre file scompaginate, cominciarono a imporla tropp'alto e a far da padroni. D'armi non avevano difetto: v'erano le nostre. Noi eravamo s pochi, e quei pochi erano stremi di forze a segno, che donne e bimbi avrebbero potuto compire la nostra disfatta. Eccovi, messer Capitano, la brutta storia dei casi nostri. Abbiamo perduto un bel bottino e offuscata la nostra riputazione; ma la colpa, credete, non  nostra. Ove ci mette mano il demonio, sfido tutte le armi della Signoria a tener sodo26.
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Medicina, pel solito incredulo di tutto, pieg la fronte davanti all'ineluttabile potenza dell'inferno, ed assolse i suoi soldati da ogni imputazione, preparandosi a dividere con essi la mala fortuna del carcere. Ma di dentro arrovellava al pensiero di tornarsene a casa a mani vuote, dopo d'aver avute in pugno un tesero, Tornare? ei chiedeva a s medesimo quando e come torner? come finir questo negozio? che penseranno fare i soldati del Conte di Virt? che dir il signor di Milano? Cos da un dubio passava all'altro, da questo a quel cruccio, e si sentiva rimescolare la bile, e se la pigliava con tutto il mondo, non osando e non potendo pigliarsela coll'invincibile autore di quella ciurmeria. Il solo tesoro che port seco da Campomorto, quando il giorno dopo venne posto in libert, fu un cumulo d'ire, che nutr e coltiv perch portasse frutto a suo tempo.
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CAPITOLO UNDECIMO.
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78.
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Fra il punto in cui ci troviamo, e quello in cui risaluteremo Agnese nella casipola di Pavia, v'ha di mezzo un intervallo non insignificante di giorni felici. Questo spazio rassomiglia ad una strada comoda e piana, alberata sui fianchi, rallegrata da frescure e da delizie, ma cos dritta e simmetrica che, quando si  ad un capo,  impossibile il non vederla fino in fondo.  cosa strana invero che la felicit riprodotta col linguaggio dell'arte perda la vivezza de' suoi colori, e riesca sempre sbiadita e monotona nella sua realt. Gli  perci, che il pittore non chiede inspirazioni al cielo in pien meriggio, o all'albero carico di fiori e d frutta, o al volto eternamente composto al sorriso: ma ritrae pi volontieri un mesto tramonto, un'aria nubilosa, od una lacrima, che fa velo a due grand'occhi neri. Il dolore , o pare, cosa pi eletta che la gioja.
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Il tratto di storia, che ci sta davanti,  appunto una di quelle epoche di completo ben essere, che meglio vuolsi raccomandare alla fantasia dei lettori, che non tentare di riprodurre colle parole. L'uomo nulla meglio sa imaginare che la felicit, quantunque non siavi cosa di cui egli faccia pi scarsa prova.
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Quel giorno, e quei giorni, passarono pei nostri amanti in un'intimit pura ed ingenua; quale si conviene a due creature che, dopo aver con eroica fermezza serbato un secreto di vita o di morte, vengono ad un tratto prosciolte dal voto, e fatte libere di svelarsi gli arcani affetti. Entrambi ritornavano addietro colla memoria per rifare passo passo la strada che li aveva guidati al compimento dei loro desiderj. Non vi fu nulla che tacessero; perch non eravi cosa di cui dovevano arrossire. Correva la loro esistenza come un fiume ingrossato dalla piena; ma le onde di esso, bench copiose e frementi, non erano meno limpide che la fonte da cui scaturivano. Ciascuno ebbe una lunga storia a raccontare; ciascuno ne ebbe una ad udire. Era essa per entrambi una successione di speranze e di disinganni, di buoni e di tristi presentimenti: era una lotta continua tra la mente ed il cuore, in cui la prima esciva sempre vincitrice, portando lacrime e schianto nel suo stesso trionfo.
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Agnese, l'ingenua e pura fanciulla, non fu meno schietta; perocch dal canto suo credeva di avere smesso le armi, solo quando erano divenute inutili. Narr ella, come nascesse il suo amore da una severa piet, diritto e dovere d'ogni anima gentile. Gi in lei ardeva la fiamma di una passione indomabile, che ancora sognava d'essere libera e padrona di s. Narr quale fu la sua emozione all'accorgersi di avere ricevuto il battesimo della maturit, accogliendo nel suo cuore il pi nobile e gagliardo affetto. Ma quell'emozione era dessa gioja o dolore? Lo chiese mille volte a s stessa, e il cuore non le seppe rispondere. L'ebrezza dell'amore era combattuta dal dubio di non essere amata; e quando pure lo fosse, altri dubj nascevano in lei dal pensiero, che un uomo potente cede, per solito, alle consentite affezioni il superfluo della sua esistenza affaticata da continui trionfi.
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Nulla tacque la schietta donzella: n i contrassegni di una preferenza privilegiata, cui ella dava il nome d'ossequio, ed era amore; n le sollecite cure a lui prodigate, che ella chiamava piet, ed era di bel nuovo amore. Svel come le ardite sue manifestazioni fossero spesso scontate col rimprovero e col fuggevole pentimento; e come le timide reticenze erano alla loro volta aspreggiate dall'accusa di pusillanimit. Ahi quante volte, avvicinandosi a lui colla speranza di trovare conforto, indietreggi desolata, leggendo nei suoi sguardi una peritanza fatale ad un cuore gi divenuto geloso!
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Non di rado, sentendosi forte ed apparecchiata, erasi decisa d'affrontare il pericolo di combatterlo, di superarlo; ma poi, non appena ella metteva in gioco le sue armi, cedeva, pi affranta e pi schiava di prima, all'insuperabile fatalit. Una stessa parola, un atto istesso di che jeri esultava, era oggi la sua tortura: desiderava di parlare e di svelare il cuor suo, e temeva ad un tempo d'essere udita e compresa. Chi non prov amore, non conosce queste dure battaglie. Un affetto, nato e cresciuto sotto il durevole influsso di circostanze propizie, avr le sue gioje; ma, com'esso giunge troppo presto all'apogeo della sua esistenza, riescir insipido e passaggero, al pari d'ogni frutto precoce.
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In quelle ingenue confidenze tutta l'anima d'Agnese sgorgava schietta e faconda dalle sue labra, senza quelle lusinghe sfrenate che cangiano l'amore in delirio. La sua virt, come il velo trasparente in cui s'avvolge la mistica bellezza degli eletti, teneva in rispetto gli sguardi. Sarebbe stato pi pericoloso per lei il mostrarsi meno sicura di s, e pi agguerrita; giacch le armi diventano una provocazione quando sono scarse ed inopportune. Per le anime generose, l'inscienza del male  un'egida invulnerabile contro la quale si spezzano le pi ardite volont, i pi baldi propositi. E infatti Agnesina, resasi a discrezione del suo signore, ebbe in lui l'amante che brama e, ad un tempo, il fratello che difende.
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Per un pezzo, quel soggiorno fu pei nostri innamorati un paradiso di continue delizie, una palestra di nobili virt, un tempio di amor casto ed illibato. Vegliate, o angeli, sull'innocente: fatele schermo ai pericoli colle candide vostre ali, affinch quel fiore non sbucci anzi tempo sotto i torridi raggi della passione. L'eroismo di un momento non  caparra di queta e perseverante virt. Vegliate, vegliate.
Fra tanta gioia per non erano infrequenti i sospiri; e non ultima cagione di essi era per Agnese la lontananza dalla sua buona governante. Pi e pi volte ella ne aveva chiesto conto; instava con amorosa sollecitudine perch venisse prontamente richiamata; la attendeva ogni d, ogni ora; sentiva d'avere troppe e grandi cose a dirle; e, in mezzo a tanta festa, aspettava pur da lei qualche conforto. Ad ogni improviso rumore si levava, come per moverle incontro; e al riconoscere l'inganno ritornava al suo posto, non osiam dire mesta, ma per un momento alquanto men lieta.
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Il conte aveva la pi deliberata intenzione d'aderire alle preghiere d'Agnese; ma l'incarico voleva essere affidato a persona di fiducia ch'ei non pot trovare s presto. L'invio di costui e l'arrivo di Canziana dovevano essere un mistero, come lo era la presenza di Agnese. Ond', che la donzella per molti giorni non pot essere sodisfatta; e che, pur sussistendo la felicit dei primi istanti, i sospiri divennero pi frequenti, ed il suo occhio si coperse di qualche lacrima passaggera.
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La donna  spesso fatta scherno del mondo perch pronta al pianto ed al riso. Ma  legge forse che il riso ed il pianto sieno invariabilmente l'espressione della gioia e del dolore? V'hanno,  vero, lacrime di tristezza, molli ed infeconde come la pioggia d'inverno; lacrime d'ira, improvise e fatali come la gragnuola. Queste e quelle per sono d'ordinario generate da una costituzione morbosa; e quando sembrano sgorgare dall'anima, gli  che questa subisce l'influenza della materia inferma. Ma v'hanno altres le lacrime del pentimento, ben pi belle e soavi che le prime. Oh benedetta la donna che, avendo errato, sa piangere! Quel lavacro depura il suo animo, come il corso di un ruscello deterge le pietruzze dell'alveo, dianzi nascoste nel limo. Che diremo infine delle lacrime d'amore? Un cuore vuoto d'affetto forse le chiamer insipide. Ma chiedete a chi am s'egli ebbe mai in altro modo dalla sua donna una pi eloquente protesta d'affetto? Quel pianto non  n gioia n duolo;  amore tradotto nel pi fedele ed efficace suo linguaggio. Esso rivela che nel cuore di lei si agita un ultimo dubio; che la volont, non ancor doma del tutto, fa un ultimo sforzo. Ma, non temete, l'estrema lotta non far che dare maggior rilievo al vostro trionfo. Il labro  impotente a tradurre il soverchio affetto; il pianto  il complemento della parola. Non rammentate alla donna le sue promesse; rammentate le lacrime ch'ella vers, cedendo la fronte al vostro primo bacio. A quella memoria si ritempreranno gli affetti omai stanchi ed assueti; voi sentirete il cuore di lei, muto poco prima, rispondere al vostro con un battere fervido e giovanile.
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79.
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Ad un angolo del castello, la bruna muraglia sopportava un'alta torre coronata di merli e guernita di bertesche e vedette, com'era la moda di quel secolo, in cui anche una cosa di puro spasso doveva portare l'impronta della prepotenza che era nell'indole degli uomini.
Sul terrazzo eminente da cui si godeva una magnifica vista, e dove non arrivava sguardo indiscreto, solevano i due amanti recarsi ogni d, e passare qualche ora, ricreandosi alla vista del cielo, dei monti lontani e dell'infinita pianura racchiusa tra quelli. Le parole loro erano il soverchio di quella interna commozione che il cuore non pu capire. E bench il senso di esse fosse gi noto ad entrambi da lunga mano, pure il ripeterle e il riudirle era sempre una dolcezza nuova. Intanto il superfluo di quei gentili pleonasmi era portato via dall'aria, e si levava al cielo in un coi profumi del suolo e colle preci degli uomini. In quel mare di felicit, il Visconti ricordava talvolta l'esser suo, ed additava alla sua amica le terre, i colli e le citt che obedivano a lui; ma non insuperbiva della sua grandezza, bens gustava la gioia di un padre che guarda i numerosi suoi figli. Una volta, parodiando leggiadramente la crudele sentenza dell'imperatore romano, sclam: Oh perch l'umanit non ha un sol capo, ch io vorrei baciarla in fronte, e coronarla di fiori come le antiche baccanti, perch tutta fosse felice, come io lo sono.
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E Agnese, la tenera, l'appassionata fanciulla, s'imparadisava a quegli accessi di carit come fossero opera sua; e rinvigoriva, se pur era possibile, il proposito d'amar sempre e sempre pi quell'uomo, che doveva render felice e grande la sua patria.
Un d, al tramonto, stavano entrambi sul terrazzo contemplando e ragionando come di consueto. Mano mano che la luce del giorno scemava, le parole si facevano pi rade e pi solenni; e gli sguardi, quasi avessero bevuto fino alla saziet l'ebrezza dei mutui incontri, correvano dagli oggetti circostanti al lontano orizzonte, cercando il primo apparire d'una stella per darle un addio. La luna, pallida come una nuvoletta perduta negli immensi spazii, a poco a poco ripigliava il suo mite splendore, s funesto ai tristi, s caro ai buoni. L'aspetto del mondo era mesto: ma la mestizia, che pioveva da quel cielo s sgombro e da una natura s calma, era dolce come il suono di un nome amato ripetuto dall'eco. Seduti sullo stesso muricciuolo, col dorso appoggiato ad una comune spalliera, i due amanti tenevano le destre congiunte in una stretta piena di affetto e larga di promesse. Cos, mentre il labro era muto, l'anima, con un linguaggio ancora pi eloquente, parlava d'amore.
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Ad un tratto, il conte fiss Agnese negli occhi, e s'accorse che la fanciulla tentava di nascondergli una lacrima.
Perch piangi? disse il conte, stringendo con maggior tenerezza la mano della sua amante.
Piango io forse? rispose Agnese fingendo meraviglia, e sforzandosi di eludere l'inchiesta con un sorriso. Ah no....; ma se ci fosse, vicino a voi, io non piangerei che di gioia.
La menzogna  pietosa; ma  menzogna. Una lacrima posava poco fa sulle tue ciglia, come una goccia di rugiada sugli stami di un fiore. Una mia parola, un mio sguardo la scossero; io la vidi scorrere sulle tue vesti, io la sentii scendere sulle mie mani. Le lacrime di gioia non abbruciano come la tua.
Perdonate, e non mi chiedete di pi. Neghereste voi che il cielo  sereno, perch un vapore diafano intorbid in quest'istante il lume di una stella?
Se il cielo fosse mio, come tu la sei, vorrei chiedergli perch quella nube osa intercettarmi il debole raggio che pur mi  dovuto. Io sono avaro della mia felicit. Non cederei a un morente il pi tiepido de' tuoi sguardi, fosse egli bastante a ridonargli la vita. Rispondimi dunque, o Agnese, perch quella lacrima?
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Perdonate alla miseria del nostro sesso. Quando noi vagheggiamo da lontano la felicit, abbiamo fede nel destino, e ci abbandoniamo ad esso con spensierata sicurezza. Ma quando la mente riposa nella piena sodisfazione de' suoi desiderii, oh allora incominciano nuovi dolori! Noi diventiamo gelose del bene che possediamo, noi preleviamo sul futuro una trista anticipazione di mali possibili. Giovanni, quella lacrima che voi scopriste non  un'accusa,  una confessione. Io sono felice, troppo felice, e piango talora perch temo e sento di non essere degna di tanto. Alcuna volta la vostra nobile grandezza mi fa terrore. Quando il mio occhio si perde sulla ricca pianura che ne circonda, e dico tra me: questo suolo obedisce a colui che mi ama, la mia mente si perde, e la timida ancella vorrebbe tornare nella polvere, per non scontare col rossore la sua temerit.
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Ingrata, interruppe amorosamente il conte, tu dunque dubiti dell'amor mio?
V'ha qualcosa al disopra di noi. Il destino  legge per tutti. Il mio signore pu inalzarmi fino al trono e coprirmi colla stessa sua porpora, ma niuno potr mai colmare l'abisso che divide la vassalla dal principe. Lasciate ch'io vi dica tutto: il mio pianto, dopo essere stato la confessione d'un dubio, divenne una preghiera. Oh non deridere, o amico, la stranezza de' miei voti! Quella preghiera, fervida e pietosa quanto la parola di una madre che implora dal cielo la salute del suo bambolo, era vuota ed insensata.
Ma perch parli con un linguaggio che io non comprendo? Perch ti compiaci di mescere l'amaro nel calice di felicit che la providenza ci porge?
O Giovanni, perch voi non nasceste tra il popolo, come io nacqui? Allora il mio amore, correndo sur una carriera piana, di pari passo col vostro, giungerebbe pieno ed integro sino a voi. All'altezza di un trono gli affetti di una povera fanciulla arrivano assottigliati e dispersi, come salgono alle nubi i profumi dei fiori.
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No, mia Agnese, non dir cos. Tu non devi esser confusa fra le donne a cui Dio affid soltanto l'ignorato governo di una famiglia e il cuore d'uno sposo. Tu sarai, come la Beatrice del Poeta, il mio genio tutelare che, dopo avermi sollevato dagli immondi gironi, mi condurr nel soggiorno beato della verit e della giustizia. Non rimpianger la fortuna altrui; non scongiurare il destino. Ricorda le parole di tuo padre; pensa che la felicit compagna d'amore non deve essere la nostra meta, ma il luogo di riposo in cui riavremo lena per correre a pi nobile scopo. Ci si far guerra: ebbene, prepariamoci ad essa colle alleanze; associamo le forze, e la vittoria sar nostra. Io ebbi in te la virt di Maffiolo; in me avrai tu il suo braccio. Quando avr errato inutilmente cercando uno sguardo leale, un labro sincero, io mi specchier nei tuoi occhi, o Agnese, interrogher la tua voce, e torner a credere che la virt non sia bandita dal mondo. Stanco talora, perduto d'animo, nauseato da tante ribalderie, non appena avr posato la fronte sul tuo seno, trover ristoro; e alle incalzanti pulsazioni di un cuor muliebre, rinascer alla vita operosa e alla fiducia nella mia stella.
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Dire che le parole del conte fossero tanto efficaci da convincere lo spirito il pi renitente, e offrirne a prova il fatto che esse calmarono le apprensioni di Agnese, sarebbe tradire la storica verit, e dar corpo ad ombre fuggevoli. L'ardore di chi voleva convincere era molto al disotto della docilit di chi bramava essere convinta. Le voglie imperiose, le fervide aspirazioni, i desiderj che hanno la forza di necessit, spesso si vestono ad arte di una diffidenza affatto superficiale, che dimanda spiegazioni per udirsi ripetere una cara verit; che crea degli ostacoli pel piacere di abbatterli. Con questo mezzo si ritorna a quelle usate parole, che tra gli amanti hanno sempre il prestigio di una novella improvisa e gradita. Cos sott'altra forma si rischiarano i patti, si rinfrancano le promesse, si ripetono i giuramenti.
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Ma quei giorni felici non sfuggivano alla inevitabile legge d'ogni cosa terrena: erano essi fugaci come, e pi che il decorrere di una vita placida e consueta. Invano i due amanti, che vedevano con dolore abbreviarsi la misura del tempo accordato a tanta e s dolce intimit, si studiavano di suddividerlo in ore e minuti per goderlo a bricioli, per bevere a sorsi la felicit. Ma guai se ci sforziamo di trattenere il tempo che fugge! esso , o ci sembra immobile, solo quando il desiderio, pi rapido di esso, gli vola davanti.
Venne il d, in cui il conte dovette partire per Pavia: quel d gi designato da lungo tempo, e che, finch era lontano, pareva non dovesse arrivar mai. Ciascuno avrebbe voluto indugiare ad un dimani indefinito. Ma pur troppo, spunt l'oggi inesorabile, e bisogn dividersi: con quante promesse del conte, con quante lacrime d'Agnese, lo imagini il lettore.
Poveretta! ella rimaneva tutta sola; il desiderio di rivedere Canziana si faceva allora assai pi urgente; e la delusa aspettativa pi dolorosa.
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Ma appena il conte fu di ritorno in citt, provide a che gli addobbi del casolare, destinato alla dimora della fanciulla, fossero attivamente accelerati. I motivi di un tal mistero non hanno bisogno di spiegazione. Il Conte di Virt non era uomo da soffrire che il nome della sua amata fosse confuso con quello d'altre, che attraversavano il peristilio del castello, occhieggiando questo o quel cavaliere, e che entrate povere e spoglie, escivano talvolta colla imponente rigidezza delle dame, gareggiando con esse pel lusso delle vesti o per l'arroganza del portamento. Agnese non dimand il motivo di questo allontanamento; lo comprese, e l'approv; perch anch'ella, sebbene ignara dei costumi della corte, sentiva il peso degli sguardi altrui e paventava i giudizj del mondo, ingegnoso troppo nel cercar pretesti a' suoi severi giudizj, credulo sempre, quando si tratta di prestare fede ad ogni meno onesta apparenza.
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La scelta di una casa remota e abbandonata riesciva oltremodo opportuna. A coltivare le superstiziose credenze del vulgo, ordin il conte che l'esterno dell'edificio conservasse il suo primiero squallore. Intanto ferveano i lavori all'interno; e gli operai, che attendevano ad assettarla, erano chiamati da paesi lontani, perch, estranei all'influenza delle superstizioni popolari, alla lor volta non tradissero il secreto dell'incumbenza.
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Che fosse quella casipola, come distribuita, ed ornata, l'abbiamo gi veduto nelle prime pagine. Ma perch fosse meglio allestita, il conte, malfidando ne' suoi gusti e bramando di prevenire quelli d'Agnese, volle rimettere la direzione degli apparecchi a persona amica della fanciulla. Quest'idea gli aperse la via a prepararle una sorpresa. Pens di proposito a Canziana, sped in traccia di lei, e la fece venire a Pavia annunciandole che vi avrebbe trovato l'amica sua.
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80.
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Dopo la catastrofe, l'infelice governante era ritornata a Campomorto. Non v' parola che valga a dipingere convenientemente il dolore in che era immersa. La sua piet per non era sterile: alla preghiera e al pianto cedeva quelle ore che le sopravanzavano ad una continua operosit; n questa, fino ad un certo punto, fu scompagnata dalla fiducia di salvare la sommersa. Ma ogni ora ed ogni minuto seppellivano una speranza. I primi tentativi erano stati vani. Pi tardi, ancorch ormai si disperasse della vita d'Agnese, continuarono le indagini, consigliate da una piet non del tutto scevra di conforto. A quest'effetto, Canziana prometteva un generoso premio a chi scoprisse la salma della sventurata. I contadini di Campomorto, che s'ingegnavano di fare il possibile pel meglio della amata padrona e della sua amica, ramingarono pi giorni nelle terre che fiancheggiano l'Olona, frugando ogni bosco ed ogni cespuglio, interrogando i mandriani e i boscajuoli, battendo alla porta delle case e delle capanne. Ma ogni ricerca era sempre vana; gli interrogati si stringevano nelle spalle, e gli esploratori se ne ritornavano la sera, pi che stanchi, scorati; e presentandosi a chi li aveva spediti, rispondevano con un crollar del capo, che non aveva bisogno di spiegazioni.
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Alla povera donna non rimanevano pi n consolazioni n speranze. Piangeva dirottamente pensando che l'amata fanciulla era morta, e morta a quel modo, abbandonata da tutti; senza che alcuno de' suoi cari le fosse vicino a raccoglierne l'estremo respiro. Dolevasi di non averle prodigato le ultime cure, e spingeva il dolore alla disperazione, pensando che tutti questi fatti erano stati in sua mano; e che ella stessa, co' suoi consigli, aveva data occasione ed impulso a tanta sventura. Scorreva con impazienza il campo delle ipotesi per scegliere la meno crudele, e la pi acconcia, a giustificare il misterioso smarrimento. Forse la sommersa era sepolta nel fondo di un gorgo; e in questo caso non era sperabile il ritrovarla che al ritorno della magra estiva. Forse, giunta fino alla foce dell'Olona, era travolta nel Po e trascinata, Dio sa dove. Forse, gittata sur una riva deserta, era divenuta preda di qualche belva.
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Il pensiero che quella, cara spoglia fosse insepolta ed oltraggiata, era peggio che un coltello nel cuore per la desolatissima donna. Nelle ore interminabili dell'aspettativa, nelle due notti vegliate per istudiare nuove pratiche ed intavolare altre ricerche, oh come l'infelice si rammaricava al pensiero, che le sue stesse parole erano state la causa, o l'occasione, di s grande disgrazia! E intanto, mentre si facevano languide le ricerche, divenivano pi pungenti le cure; il cessare delle speranze non la guidava punto alla rassegnazione. In due soli giorni la povera Canziana si era fatta sparuta, scarna, tabida, come l'infermo che si rialza dal letto, non guarito ma stanco di un disperare inerte.
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E al par di costui, in preda ad una inquietudine febrile, correva le deserte sale del castello, evocando da ogni oggetto le memorie del passato, per rendere ancor pi tetro e spaventevole la realt del momento. Pareva che si compiacesse di porre la mano sulla piaga, non per difenderla, ma per istraziarla sempre pi. I mezzi consigliati dalla ragione erano tutti esauriti: ad una ad una le speranze erano tornate vane; e la povera donna s'infliggeva intanto l'inutile martirio di riandare il passato, per maledire ci che ella aveva fatto inscientemente, per deplorare quello che avrebbe potuto fare, e non fece. La mente, logorata nelle ricerche, sembrava riposare in questa crudele tortura, come se l'accusare s stessa di complicit col destino, fosse ormai l'ultimo e l'unico affare che le rimanesse.
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In questa sublimazione del dolore, le lacrime dell'infelice s'asciugarono; gli occhi divennero arsi e sgranati come quelli d'un delirante: la febre le prestava una forza fittizia e bugiarda; e, condensando nel suo cervello una vitalit anormale, minacciava di toglierle il senno. Dopo d'avere errato con tanta incertezza fra mille pensieri, e non aver raccolto che delusioni, ricorse alle pi vaghe idee; e, scelta a caso la meno saggia, fiss in essa la mente, e affatic su di essa quel poco di ragione che il dolore le aveva lasciato. Povera donna! un giorno ancora simile ai due precedenti, ed avrebbe impazzito.
Noi sappiamo gi che Agnese, in mezzo alla sua felicit, non aveva scordato la buona governante. Non imaginando per certo che il suo dolore potesse farsi tanto minaccioso, pens nondimeno ad affrettarle la consolazione di saperla viva e salva. Fortuite circostanze obligarono il messo a ritardare la sua spedizione. Ma per buona sorte ei giunse ancora in tempo. Canziana, sentendo che la sua diletta Agnese era salva, e ricevendo un secreto avviso del conte che le ingiungeva di apparecchiarsi a rivederla fra pochi giorni, fu ad un punto di morir dalla gioja.
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Quei d, che passarono come un lampo per Agnese, furono una vera eternit per Canziana. A questa per riescirono utili per ristorare alquanto le forze, le quali, al cessar del delirio, erano scomparse del tutto. Ella abbandon Campomorto con una gioja che non si pu descrivere. Giunta a Pavia, s'install nell'abitazione destinata ad Agnese; e, assecondando le istruzioni del conte, attese a che fosse proveduta di quanto potesse renderla pi gradita alla sua nuova abitatrice.
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Pensi il lettore come dovesse riescire l'incontro delle due donne. Per verit, ci che fu ascoltato o detto da ciascuna di essa, a confronto di tanto amore e di tanta ansiet, pot in quel momento sembrar languido e freddo. Le frasi sonore, le smanie e le strida, soverchiano quasi sempre la passione; ma quando questa , come nel caso presente, s valida e sublime da essere rbitra della vita di chi la nutre, non v'ha parola od atto che sappia esserne interprete fedele. Perci appunto le due amiche, al primo rivedersi, rimasero mute; soltanto dopo uno scoppio di pianto, interrotto da abbracciamenti e da esclamazioni, esc libera la parola a chiedere ed a raccontare, a benedir Dio e gli uomini. Canziana narr le sue pene, Agnese le sue gioje. Le parole dell'una facevano sguito alla storia dell'altra.
Alle narrazioni tennero dietro i commenti; e in ci, l'et e l'affezione accordavano a Canziana il diritto d'essere la prima ad interrogare, e di spingere le sue dimande fin dove avrebbe potuto giungere una madre.
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La buona donna fu discreta; e con un tuono, che prometteva amorevole indulgenza, tocc i pi scabrosi argomenti di modo, che la fanciulla pot rispondere senz'essere tradita dall'infido linguaggio del rossore. Agnese narr come e quanto fosse amata dal conte; e non nascose di riamarlo con tutte le forze dell'animo. Ma ci ella diceva con quel candore che, accennando alla gravit del pericolo, offre certa testimonianza della salvezza. Canziana se ne rallegrava di tutto cuore; e benediceva dentro di s alla providenza, che aveva vegliato sull'innocente. La inconsapevolezza del male, caparra di una virt illibata, era per lei una severa ammonizione sul grave cmpito che le spettava da quel momento in poi. Accoglieva per di buon grado l'incarico di vegliare sulla sua cara fanciulla; e si proponeva di trovare in una prima occasione il momento e il coraggio per indurre il conte a porre la virt di Agnese sotto la salvaguardia di un legame benedetto.
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Dall'arrivo di Canziana al momento in cui lasciammo Agnese alquanto melanconica ed abbattuta, trascorsero sei mesi, epoca che vorremmo saltar di pi pari, non perch sia vuota d'interesse, ma perch una storia d'amore sar meglio indovinata da un cuore sensibile, che non esposta dal pi diligente raccontatore. Preveniamo soltanto una doppia dimanda, che ci pare inevitabile. Agnese era dessa ancora la pura donzella di Campomorto? Canziana aveva mantenute le sue promesse, e poteva andar superba della sua vigilanza?
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Nella storia s'incontrano inevitabilmente delle scene assai poco maneggevoli. Esse ne ricordano certe vedute pittoresche a cui l'artista s'avvicina coll'occhio appassionato, e davanti alle quali spiega tutto l'apparato dell'arte sua col proposito di trarne un magnifico quadro; ma che poscia, sottoposte a pi minuto esame, diventano nelle singole parti meno belle e meno attraenti; onde il primo entusiasmo scema, e nasce la tentazione d'abbandonare o di correggere l'opera della natura, sostituendovi qualcosa del proprio, a rischio di sembrare infedele ed ammanierato. Anche il novellatore, quando la storia tace, o non giova a' suoi fini, pu lanciarsi liberamente nel vasto campo del verosimile, ed ivi raccogliere a discrezione imaginose avventure, che allettano e commovono come i fatti veri e naturali. Ma il cronista ha la via e la meta segnata; n pu escirne per questa scappatoja. Sincero espositore dei fatti, egli deve narrarli quali sono: tutt'al pi, imitando chi copia, potr lasciar nell'ombra, come obliati, quegli accessorii, che per interessi ben pi urgenti di quelli dell'arte, meglio  nascondere. Il disegno generale della scena apparir, malgrado ci, nella sua interezza; e per chi vuole aver nozioni sui particolari di essa, rimarr aperto l'adito ad interpretare ci appunto che, a bella posta, si  solo leggermente accennato.
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81.
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Dopo sei mesi di soggiorno a Pavia, Agnese, bench costretta a condurre una vita da prigioniera, si era fatta ancora pi avvenente: ma la bellezza florida, gioviale, che brillava un d sul volto della giovinetta, cresciuta all'aria aperta e libera d'ogni pensiero, cedeva il posto all'espressione pi eloquente di un'anima che ha raggiunto il suo sviluppo, e si , per cos dire, perfezionata nel dolore. Fra la vispa donzella di Campomorto e la pensosa Agnese di Pavia, passava la differenza che suol essere fra la fanciulla e la donna, fra chi sogna un avvenire tutto rose e speranze, e chi confonde colle sue gioje pur vive e dolcissime, l'invidiato ricordo di un bene, che non torner pi.
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Il suo aspetto aveva subito un mutamento, soverchio pel breve tempo trascorso, anche fatta ragione al rapido progresso di una esistenza giovanile e piena di vigore. Volendo dar conto di questo prodigio, nulla di pi opportuno che rassomigliarlo allo sviluppo repentino e straordinario proprio a chi si rileva da una malattia mortale felicemente superata. Pareva che la sua statura fosse assai pi alta, tant'era divenuto maestoso e severo il suo portamento. Tutta la persona aveva acquistato quel lusso di forme, quella copia di grazie, che in una donzella di precoce sviluppo sono doti annunciate, ma non raggiunte; onde si dice essere il bottone di un fiore ancora pi bello pel profumo e pei colori che promette, non appena sar sbucciato. Chi cercasse ora nel suo sguardo la franchezza e la serenit di pochi mesi prima, giurerebbe che quelli non erano gli occhi d'Agnesina; s grandi, s neri, e sempre tanto avidi di luce.
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Ora, sotto il velo delle ciglia ancora pi folte, vibravano essi, a quando a quando coll'usata sicurezza, un fuoco vivo del pari e penetrante; ma poi si chinavano a terra languidamente, come se avessero speso una soverchia vitalit, e bramassero riposate nell'ombra. Il viso, non pi florido come in passato, si abbelliva di un pallore diafano, che lascia travedere la morbidezza dei tessuti e il decorrere dell'onda vitale. Sotto il doppio arco delle sopraciglia fortemente tracciate, scendeva il naso di attica perfezione; ma alla irreprensibile bellezza delle linee, gli si aggiungeva la mobilit delle rosee narici, che accompagnavano la concitata cardiopalmia.
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La bocca, disegnata da labra alquanto tumide e colorite da un incarnato simile a quello del corallo smunto, talvolta era socchiusa ed atteggiata a nobile sdegno; tal'altra semiaperta sembrava implorare un'aria pi libera od accentare una parola, che esciva dall'anima per correre ad un lontano ascoltatore.
In addietro, la terra di Campomorto era angusta alle sue corse. Da che si trovava in Pavia, le mura della sua volontaria prigione le bastavano; anzi, al fuggir dell'inverno, invece di rifarsi della lunga immobilit cui erasi condannata, restringeva ancor pi la cerchia de' suoi passi, e stava le intere giornate chiusa nella sua camera, leggendo davanti allo scrigno, e lavorando all'ago ed al trapunto presso la finestra, che le offriva il pi largo campo di cielo, e da cui spiava pi da lungi chi si avvicinasse alla sua dimora.
Chi oser dire che Agnese  felice, se ella  tanto pensosa, se la vediamo ripudiare ad una ad una le dilette abitudini della giovinezza, e trascorrere le ore e i giorni come una derelitta, dimenticando il liuto e le ballate dei trovatori? Ma come potremo convincerci che Agnese  sventurata, se ella giura a Dio ed agli uomini d'essere felice fra i felici della terra!
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La era infatti: e lo mostrava in modo da non lasciarne dubio, ogni d, verso il cader del giorno, quando presentiva il rinnovarsi di un caro convegno, e ne affrettava la gioja cogli ansiosi desiderii. Allora non si doleva che della lentezza del tempo; pigro sempre a confronto della foga de' suoi palpiti. Le sue gote ripigliavano il roseo d'altri tempi; le labra si tingevano del pi vivo incarnato; e gli occhi sprigionavano dalle folte palpebre due pupille ancor pi nere e brillanti del consueto, cupide di aria e di luce, sempre le prime a ravvisare chi spuntava da lungi sull'estremo della basta, ferme e sicure nel sostenere l'incontro di un altro sguardo lungamente desiderato. Ma prima che l'occhio facesse questa scoperta, prima che l'udito riconoscesse, fra i varii strepiti, lo strepito noto d'una pedata, il cuore salutava il benvenuto con un battere s vivo e concitato, che le toglieva il respiro.
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Oh allora Agnese non mentiva! ella era veramente felice: felice a segno, da credere che un solo istante di quel benessere fosse guadagnato a buon patto con una intera vita di squallore.
Quando la persona aspettata era giunta, dopo un minuto di silenzio e di raccoglimento, ella risurgeva pi vivace che mai. La contentezza traboccante dal cuore, angusto alla piena di troppi affetti, effundevasi su tutta la persona e traducevasi in sguardi sereni, in facili sorrisi, in motti arguti, in lacrime di tenerezza. Ma se fosse possibile analizzare quelle lacrime, le troveremmo composte di ben diversi elementi; poich tutto ci che noi chiamiamo dolore e piacere, non  s nettamente spartito, che l'uno non contenga in s qualche particella dell'altro. Scopriremmo, che le lacrime dei primi d non erano simili in tutto a quelle dei giorni susseguenti: un tempo esse erano vaporose, e sottili come l'etere; ora s'erano fatte pi dense, e forse gi un poco amare.
Da quando un tal mutamento?
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82.
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Era un giorno d'inverno. Una bruma spessa e grigiastra pesava sull'aria e copriva il sole; il quale, apparendo a quando a quando attraverso i vortici della nebbia, sembrava la forbita rotella di un eroe d'Omero. Il suolo era coperto di una copiosa fiorita di neve, qua pesta e ridotta a fango, l intatta e pura come un letto di gigli. Da lontano il bianco velo, perduto nella tinta turchiniccia dell'aria, stendevasi in un orizzonte indefinito fino a toccare le nubi, senza che uno screzio meno fosco rallegrasse in alcuna parte il funereo lenzuolo, entro cui dormivano abbracciati il cielo e la terra.
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Agnese, di tempra squisita e facile alle emozioni, non pot essere straniera a quella scena di mestizia universale. Ella, per cui la vista del sole e dei monti, gli sconvolgimenti, fossero pur terribili, della natura, erano vita e gaudio, ritorceva stanca e nojata lo sguardo dalla finestra, entro la quale s'incorniciava la monotona nevicata. Pure, mentre il giorno correva pigro e sconsolato, si confortava pensando alle immancabili dolcezze della sera. Sotto la volta azzurra della sua stanza, alla luce artificiale dei doppieri, calate le cortine del verrone, e chiusa al di fuori ogni men lieta apparenza, ella creava nella sua mente una primavera d'amorose parole e di fervidi affetti.
Canziana, la buona e fedele amica, aveva dal canto suo fatto ogni sforzo per rallegrare quel tetro soggiorno. Quando la padrona taceva, persuasa che quel silenzio fosse doloroso, tentava scuoterla colla memoria delle andate cose; e passava in rassegna le glorie della famiglia dei Mantegazzi e le avventure tante volte udite dall'ottimo messer Maffiolo.
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Commendava la sapienza di suo padre e la bellezza della madre sua; poi alle lodi del casato innestava con fino accorgimento quelle del Conte di Virt, celebrandone la generosit e la domestichezza, e facendo i pi onorevoli raffronti tra lui ed i tiranni che reggevano altre contrade. Chiudeva, infine, pigliando un acconto sul futuro, ed effondendosi in augurj e voti i pi lieti. Ma quando s'accorgeva che le sue parole non erano ascoltate dalla compagna, visibilmente assorta in altre considerazioni, ella (privilegiata fra le femine di buon cuore, che d'ordinario peccano di loquacit) sapeva imporsi la legge d'essere discreta e tacere. In quei momenti non sentivasi altro strepito, fuorch lo spunto dell'ago, che forava il sciamito teso sul telajo d'Agnese, e il trottolare del fuso, scosso dalle mani di Canziana; oppure, se tali operazioni si allentavano, il respiro affannoso della fanciulla.
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Nell'infrequente ricorrere di simili casi, Canziana soleva essere ancora pi assidua e pi affettuosa verso la sua padrona; e, scambiando piet per piet, ometteva perfino le solite sue pratiche nella vicina chiesuola, sostituendo ad esse una pi devota e pi amorosa sollecitudine per la figlia sua.
Ma proprio in quel d era arrivato un tale, che recava notizie di Milano e della sua casa, e ripartiva all'indimani. Prima d'andarsene, ei voleva raccogliere le nuove e i comandi delle due donne, per farne parte agli amici: sapendo di rendere con ci un doppio servigio, a chi lo inviava ed a quelli cui era inviato. Tutto ci in secreto: perch la pratica colla famiglia di Maffiolo avrebbe potuto costar cara a chi dimorava in Milano. Ragioni poi d'egual peso e di pari prudenza consigliavano il messo a non accostarsi al casolare. E perci Canziana dovette recarsi da lui: ed Agnese ebbe ad aggiungere una sua preghiera per indurre la governante a non rompere questo debole filo che la congiungeva alle domestiche pareti, cui ella inviava, dal profondo del cuore, il pi amorevole addio.
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Quando la governante esci va per questa bisogna, era gi ora tarda; sulla porta della casa, volgendosi indietro per baciare la mano alla padrona, promettevale non l'avrebbe lasciata sola che il tempo necessario per far due volte la via, e per raccogliere e dare nel modo pi spedito le opportune notizie. Forse alla comune mestizia, produtta dalla stessa cagione, dovevasi attribuire la dolorosa peritanza d'entrambe; non era la prima volta che l'una passava qualche ora lontana dall'altra; ma giammai prima d'ora sembr all'una e all'altra tanto penoso il distacco. Ci che avvenne poi, diede a quell'insolita incertezza nome ed autorit di presentimento.
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Un'altra persona, sull'animo della quale pesava un cruccio d'egual natura, era il Conte di Virt. Invano aveva egli cercato di seppellirlo nelle brighe dello stato; invano aveva riunito intorno a se il collegio dei sapienti, per trascinarsi con esso nel vortice delle assidue cure. In quel d le brame, le speranze, i trionfi, le vanit erano cosa ancor pi fredde ed insipide: ogni pensiero, ogni cura, ogni blandizie si specchiava nello squallido aspetto della natura. Un tale stato, tanto grave come insolito ad uomo che sort una tempra vigorosa, gli faceva desiderare una decisa sofferenza; perch l'addolorarsi  vivere, mentre l'indeterminato scontento di s era qualcosa di simile ad una lenta agonia.
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Prima dell'ora solita, affastell le pergamene, rinchiuse i codici, e conged i suoi fidi. Ritiratosi nei suoi appartamenti, lasci credere d'aver bisogno di riposo; intanto, elusa la vigilanza dei cortigiani, scese per una scala secreta, aperse una piccola porta, di cui egli custodiva la chiave, ed avvolto in un mantello bruno col cappuccio calato sugli occhi, esc al cadere del giorno sui valli, dirigendosi di buon passo verso la dimora d'Agnese.
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Delle cento volte che ebbe a visitarla, questa era la prima che, giunto alla sua casa, la trovasse chiusa; giacch era solito ad essere atteso e segnalato da lontano. All'improviso ed affrettato bussare, Agnese trasal; ma non prov sgomento; anzi, cedendo istintivamente alla gradevole sorpresa, che interrompeva la sua fastidiosa aspettativa, senza porre mente che era sola, senza far capolino dalla finestra per vedere chi fosse e che si volesse, s'avvi ad aprire. Nell'andito che conduceva alla porta, regnava un'oscurit quasi completa. Ella camminava dunque alla cieca, fino in capo ad esso; e l, guidata dalla pratica, cerc e trov il paletto del catenaccio, lo fece scorrere nelle anella, e schiuse la porta.
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Allora sul fondo bigio dell'aria, che alla dilatata pupilla d'Agnese fu luce viva, riconobbe le sembianze del conte. Costui non le diede tempo di scambiare un addio: d'un balzo si precipit nell'andito e, sbattendo indietro la porta, stese le mani per incontrar quelle della fanciulla, che strinse amorosamente, volendola far guida alla sua momentanea cecit. Camminando al suo fianco, egli teneva la sinistra mano nella destra di lei, e coll'altro braccio faceva cintura al suo agile imbusto. In quei pochi passi, aspir il profumo de' suoi capelli, numer i battiti de' suoi polsi, indovin i soavi contorni di una vita snella, sorretta da un fianco turgido e provocante. Bench la scaletta fosse lievemente rischiarata dai raggi del tramonto, egli non rinunci alla dolcezza d'essere condotto da s pietosa scorta; ed arrivato al salotto, si allontan solo da lei quanto era necessario, perch l'uno sedesse dicontro all'altra.
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O signore, prese a dire la fanciulla, qual caso impreveduto vi conduce qui prima dell'ora solita? Io non vi aspettava s presto; ed era trista e tapina, pensando che avrei dovuto attendere non meno di un'ora: un'ora!...
Ma tu eri rassegnata ad aspettare la notte, disse il conte con un tuono di scherzevole rimprovero; io no; non ebbi tanta virt: il bisogno di vederti fu cos imperioso che vinse ogni abitudine, ogni rispetto.
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Guai se l'umile vassalla non avesse appreso a divorare in secreto le sue impazienze; soggiunse Agnese. Guai se stanca di aspettare il suo nobile signore, avesse abbandonato questo ritiro; e, per giungere pi presto a lui, osasse varcare la soglia del castello, ed eludere la sospettosa vigilanza de' suoi sergenti!... Siate sincero, e dite, o signore, l'ardita donna sarebbe ella stata bene accolta?
Agnese mia, riprese sorridendo il conte, non ti far pi bella con quel tuono di dispetto. Io t'amo gi troppo; rabbellita ancor pi da quella nobile alterezza che ti brilla ora sul volto, come potrei mostrarti che la mia passione per te pu ancora rendersi pi ardente?
Adulatore! ripigli Agnese, con un sorriso leggermente marcato; voi dite s belle parole, come se mi guardaste di pieno giorno; pochi minuti fa, la luce ora meno incerta, e voi eravate cieco a segno da volermi guida ai vostri passi.
Il conte sorrise dell'ingenuit d'Agnese; ma non volle trarla d'inganno. Dopo un istante di silenzio, la fanciulla gli chiese se egli avrebbe bramato che s'accendesse una lucerna.
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No, rispose il conte, la luce morente del giorno mi fa sembrare ancor pi soave il tono argentino della tua voce. Non bisogna offrire ai sensi gi inebriati tutti i profumi della bellezza in una volta. D'altronde, io vedo i nobili contorni della tua persona, disegnati sul lucido crepuscolo che attraversa l'invetriata del verrone. La mano di Giotto non tracci mai forme pi angeliche delle tue.
Agnese non aggiunse parola; o meglio non seppe scegliere, fra le molte che le si presentavano alla mente, quella che dicesse il vero; o, se l'avesse trovata, non avrebbe avuto il coraggio di pronunciarla. Quel silenzio intanto non era muto del tutto; nella sospensione d'animo d'entrambi, emergevano pi distinti i sospiri, che Agnese cercava invano di comprimere.
Mia diletta, prese a dire il conte; a quanto vedo, oggi siamo soli.
Canziana  fuori; ma rientrer fra pochi minuti.
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Quella buona donna non ti abbandona mai, soggiunse il conte con un leggiero accento di amarezza, che sfugg alla fanciulla; ella t'ama assai; quasi io comincio a divenire geloso della tenerezza che tu senti per colei.
La fanciulla rise a queste parole.
Avvicinati a me, Agnese, e porgimi la tua mano, perch stringendola abbia almeno un compenso alla privazione di contemplarti.
Agnese spinse pi avanti la sedia, e stese la mano al conte.
Sei di poche parole, ripigli questi; che hai, ben mio? forse sei tu scontenta di me? dimmi tutto....  egli possibile che il tuo cuore, che batte s fortemente, neghi al tuo labro una sola parola?
O Giovanni, ripigli Agnese assai commossa, che potrei io dirvi, che non abbia gi mille volte ripetuto? Io vi amo, o signore; vi amo con tutta l'anima; il dirlo, il ripeterlo non  egli un indiscreto rimprovero diretto al destino, che da tre mesi copre una nobile passione col velo del mistero, quasi fosse una colpa?
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Hai ragione di dolerti, soggiunse l'amante stringendo la destra della fanciulla tra le due mani, ed accostandola alle sue labra Ma il tuo rimprovero dovrebbe essere rivolto a me. Io lotto fra la legge dettata dalla mia condizione, e quella che tu padrona del mio cuore, rbitra della mia felicit, a miglior ragione, hai dritto d'impormi. Credi, per, Agnese; non  a mio vantaggio che io trascino nel mistero il nostro affetto. Quante e quante volte ho ripetuta quella parola, che tu mi hai detto appena fosti salva; oh perch non nasceste voi in una condizione pari alla mia? S: noi saremmo a quest'ora le due pi felici creature della terra!
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Altra volta voi mi ricordaste le parole di mio padre, ed io n'ebbi pronto e salutare conforto. Ora tocca a me a ripeterle.
La dimenticanza, questo sudario delle tombe che consuma i nostri cari che vi riposano, indebolir le memorie or vivissime di tuo padre: allora, attraverso a quelle, briller di una luce pi sinistra la storia di un affetto che io ho sacrificato a tiepide prudenze, -quell'affetto che non dovrebbe essere, e non  secondo che all'amore di Dio!
No, mio signore; qualunque sar il mio avvenire, io non attribuir mai a voi il male che mi affligge. Da voi non spero, e non attendo che il bene.
Ti  grave la incertezza a cui ti condanna un rispetto mondano: non negarlo, mia cara Agnese, l'hai detto....
Vi  caro il mio lamento? Grazie, o signore; s, io mi lagno del destino, perch temo che il vostro amore rassegnato possa condurvi all'oblo.
Tu deplori nel destino la prima cagione, l'unica sorgente dei dubii che ti travagliano. Ma il pi pietoso e pi indulgente amore non ti impedisce di scorgere che fra quella prima causa e l'ultimo suo effetto, v'ha di mezzo la mia libera volont. Questa, sorretta da una passione ardente, com' la tua, dovrebbe rovesciare quanti ostacoli si frappongono al vantato desiderio di rendere felice la persona amata. Tu oggi discacci questo pensiero perch  un'accusa; e mi ami troppo per accusarmi. Quel pensiero torner in campo dimani; lo combatterai di nuovo, esso rivivr sempre finch durano le tristi circostanze in cui versiamo. A poco a poco, ci che nei primi tempi ti parve in me una necessit insurmontabile, diverr a' tuoi occhi pura e vulgare convenienza; ah, non surga mai quel giorno in cui tu lo chiami arte maliziosa per rallentare un legame, per isfuggire al compimento di una sacra promessa...!
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Sperda Iddio l'augurio: non mi spaventate con s funeste visioni.
Se non sapessimo che l'amore del conte era sincero e sviscerato, avremmo diritto di sospettare che tali parole racchiudessero il maligno disegno di smagliare la rete in cui si era avviluppato, e d'escirne a buon patto. D'ordinario, le scene fra gli amanti riboccano di promesse, di preghiere, di giuramenti; sono questi i mezzi pi efficaci a smovere una volont resta, a decidere una mente travagliata dalle incertezze. Ma il conte, che era troppo leale per destreggiare le felici circostanze in cui il caso lo aveva collocato, non faceva progetti, n avanzava promesse per conquidere la virt di colei, ch'egli appunto amava per la sua virt. Uomo avveduto ch'egli era, in ci si mostrava il pi ingenuo, il pi candido cuore che mai; ben sapendo che non era mestieri pregar molto per ottenere tutto.
Eppure egli giungeva inavvertitamente alla stessa meta per una via opposta. La sua diffidenza provocava l'altrui fiducia; i suoi dubii destavano la sicurezza della sua ascoltatrice; ei s'accusava, ella lo assolveva, e gli accordava in premio una confidenza ancor pi viva ed illimitata.
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In quello scambio d'affetti, le parole diventarono per Agnese imagini troppo pallide degli interni sentimenti. Combattere i detti dell'amante con altri detti d'egual tenore, era per lei quanto mettere in dubio le proprie convinzioni, e profanare la religione del proprio cuore. Meglio le parve lo scongiurare l'infausto presagio, opponendo alla modesta peritanza di colui una luminosa prova di fiducia, un atto di pronta e completa soggezione. L'ardente fanciulla non discusse, come facciamo noi, l'arduo quesito; ma lo sciolse d'un tratto, lanciandosi nelle braccia dell'amante con quell'abbandono, che vuol dire: invano tu tenti di offuscare le tue virt, invano tu metti a prova il mio cuore; esso  gi tuo, tuo per sempre, tuo ad ogni patto.
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Quando, pochi istanti dopo, s'ud battere alla porta, Agnese rinvenne dal suo delirio, e, senza saperne il perch, si trov gli occhi e il volto inondati di pianto. Ma ben comprese che volessero dire quelle lacrime, quando sent il bisogno di nasconderle all'amica sua. Fu tosto accesa una lampada. Agnese, facendo violenza a se stessa e studiando di ripigliare la solita compostezza, mosse ad incontrarla. Nel momento in cui ebbe aperto l'uscio e si trov di faccia a Canziana, il lume che ella teneva a mano vibr un raggio indiscreto sul suo viso, e lo mostr sfolgorante di una bellezza affatto nuova. La buona donna, colpita da quella improvisa visione, non disse parola, perch aveva tutto indovinato. E Agnese?.... poveretta, se le fosse stato possibile articolare un accento avrebbe ripetuto, colla sposa della Cantica: Il mio amico  mio, ed io son sua27.
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Da quel d, dopo quel convegno, l'esistenza d'Agnese sub un mutamento assai importante. La vita di quella donna pu dividersi in due epoche, e questo giorno ne segna il confine. Gioje, speranze, dolori ebbero in seguito eguale vicenda nell'animo suo; ma non eguale l'indole e l'intensit. Ella prov nuovi istanti di gaudio inesprimibile; ma le sue dolcezze pi profonde, pi interne, pi nascose, non andavano mai disgiunte da una soavissima mestizia, che le dimandava nuove lacrime. Prima di quel giorno ella soleva riguardare la sua felicit come l'effetto che tien dietro immancabilmente alla sua cagione: l'amore non le dava soltanto la contentezza presente, ma era un pegno sicuro di quella ben pi grande e durevole che le veniva promessa per l'avvenire.
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Da qui innanzi invece, il suo poetico dimani erasi fatto una positiva attualit, ricca di bene, ma pur troppo non scevra di dubii e di apprensioni. Se il cuor suo non poteva pi chiedere nulla al mondo ed agli uomini, la ragione molto doveva chiedere a s stessa. Vero , che il cuore era sempre vittorioso; ma la vittoria attestava la lotta; questa il travaglio e l'incertezza. La speranza dei giorni addietro le faceva gradire la promessa di un bene futuro e lontano, quasi che il suo stato presente non potesse capire tutto quello che gli era serbato. La speranza dei giorni successivi all'opposto la guidava ad affrettare con animo impaziente il compimento di un patto, senza il quale crollava in parte il meraviglioso edificio della sua esistenza.  cosa ben diversa lo sperare l'aggiunta di un bene ad un bene, e l'attendere un fatto che ci guarentisca da un male. Spera sorridendo colui che oggi  felice, ed aspetta un dimani ancora pi felice. Ma l'ansiet di chi attende un giudizio  sempre grave e severa, anche quando abbia ragione di crederlo favorevole a' suoi voti.
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Torneremo ad Agnese tra breve. Prima di ripigliare il filo degli avvenimenti che la riguardano, ci  necessario arrestarci alquanto alla corte di Milano, dove si congiura a suo danno. Ma poich quel luogo e quelle persone ci richiamano alcune memorie storiche, e queste alla lor volta risvegliano in noi qualche idea generale sulle nostre condizioni civili e politiche, cos prima ancora di ripigliare la cronaca, registreremo brevemente, come in un sommario, alcuni fatti, aggiungendovi qualche nostra osservazione. Chi non s'accomoda a digressioni, e preferisce continuare la storia di Agnese, non ha che a lasciar di mezzo il capitolo seguente.
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FINE Parte 2.